LE TRAGEDIE Saul e Mirra

LE TRAGEDIE Saul e Mirra

VITTORIO ALFIERI

(liberamente tratto da testi critici di Baldi, Masiello, Luperini, Getto…)

TESTI:

“Vita scritta da esso”  http://www.atasti.it/alfieri/vita/indice.htm

“Saul”  http://www.atasti.it/alfieri/saul/home.htm

“Mirra”  http://www.atasti.it/alfieri/mirra/home.htm


 

Saul (1782) , quattordicesima delle tragedie approvate dall’autore, che la giudicava il proprio capolavoro, tanto da voler concludere con essa la propria attività teatrale. La fonte è il Libro dei Re della Bibbia, anche se trattato con una certa libertà. La vicenda si svolge durante la guerra fra Ebrei e Filistei. Re Saul si mostra sicuro della vittoria, ma un’angoscia prossima alla follia lo tormenta: ha infatti esiliato il giovane David, il cui aiuto sarebbe decisivo, poiché è invidioso della sua fama. Né il generale Abner, né la figlia Micol, né il figlio Gionata riescono a calmarlo. Ma David arriva al campo; Saul dapprima si affida a lui con affetto, poi torna a sospettarlo infido. I sacerdoti rivelano che Dio ha designato il giovane eroe come futuro re d’Israele. Saul li fa uccidere empiamente, minacciando di morte David stesso, che deve  fuggire, e riaffida, con piani folli, il comando ad Abner. Alla fine, di fronte alla prevedibile disfatta, si prepara a morire con inutile eroismo (cfr. Testo). Se David, Micol, Gionata e Abner appaiono come personaggi a tutto tondo, dominati da un’unica passione e con una psicologia netta, Saul è un personaggio intensamente problematico. Da una parte, pur vecchio, egli vuole essere grande e incontrastato, imponendo a tutti la sua forza di re e di eroe titanico; dall’altra, è agitato dai rimorsi e dal bisogno di essere rassicurato. Questa ambivalenza si esprime nei suoi rapporti con David, ora amato, ora odiato: egli è, con il suo coraggio e la sua giovinezza, una proiezione di Saul stesso (quasi un figlio ideale) e, al tempo stesso, colui che offusca la sua fama. Se nelle altre tragedie il dissidio era esterno e opponeva due personaggi, qui è interno allo stesso personaggio: è un segno dell’ evoluzione nella poetica di Alfieri.

Alla Merope e al Saul seguono due anni di allontanamento dalla tragedia, cui Alfieri torna nel 1784. I vecchi temi si uniscono a motivi nuovi. L’influenza della poetica neoclassica induce a una nuova compostezza formale. Soprattutto, matura una visione più dolente e complessa dell’eroismo e della debolezza umana,

Mirra (ideata nell’84, stesa nell’85, verseggiata nell’86). Lo spunto viene da Ovidio, ma enfatizza in chiave tragica il tema dell’incesto. Pur circondata dall’affetto di tutti, la giovane Mirra è turbata e cupa. Il giorno delle nozze, che ella stessa volle affrettare, rifiuta nel delirio Pereo, il promesso sposo, che si uccide. Poi, rivolge incomprensibili parole d’odio alla madre Cecri, finché non le si avvicina il padre, re Ciniro. A lui rivela a poco a poco la terribile verità: nutre per lui una passione incestuosa. Subito, si trafigge con una spada: né Ciniro né Cecri oseranno avvicinarsi al suo corpo. La Mirra costituisce un caso limite nella produzione di Alfieri. manca l’aspetto “politico”: cancellato ogni contrasto fra individui opposti, la tragedia sta tutta nell’interiorità della protagonista. E’ un segno del  pessimismo sempre più amaro del poeta. L’efficacia del dramma sta anche nel non-detto e nella suspense: il lettore non sa dall’inizio cosa Mirra provi, così  la scena dell’ultimo atto in cui ella lo rivela al padre acquista una grande forza tragica.

LA CRITICA: Baldi, Masiello, Luperini, Getto

SAUL

Genesi e storia dell’opera

L’idea di comporre il Saul venne ad A. nel 1782, durante il soggiorno romano, dopo la sua appassionata lettura della Bibbia. (Vita, Ep. IV,cap.9)

La fonte della tragedia fu il I libro di Samuele, dedicato alle storie di Samuele, Saul e Davide, dove, in particolare, veniva narrata l’elezione di Davide, figlio di Jesse, a re di Israele, dopo la caduta e la morte di Saul.

Già in età rinascimentale la triste vicenda biblica di Saul era stata trascritta in forma di dramma; probabilmente Alfieri conosceva queste opere, come pure la tragicommedia Saul (1763) di Voltaire.

La scrittura dell’opera fu rapidissima: fra il marzo (ideazione), l’aprile, (scrittura in prosa) e il settembre (versificazione) del 1782; per la derivazione biblica dell’intreccio la tragedia fu dedicata all’abate Tommaso Valperga di Caluso, “amico del cuore” e “dottissimo “ conoscitore della lingua ebraica e dei testi sacri.

Struttura

L’azione si svolge nel campo degli Israeliti a Gelboé; dal punto di vista cronologico le vicende procedono dalla notte verso il giorno successivo, fino al tramonto. Simile scansione temporale e l’opposizione giorno-notte, consueta metafora dell’opposizione fra bene e male, hanno valore simbolico, e ad essa fanno cenno tutti i personaggi del dramma al loro apparire sulla scena. La notte è ciò che Saul, il tiranno, odia e aborrisce, come emblema della sua vecchiaia; viceversa egli adora il sole, segno della gloria e della vittoria.

sceglie con cura il punto d’avvio della tragedia; Saul è immaginato, al principio dell’opera, in una situazione di crisi; non ha ancora perso le sue qualità eroiche, né ha cessato di essere un buon padre, tuttavia è angosciato dal presentimento della morte vicina. Ciò lo conduce a rimpiangere il passato e ad odiare il presente, così il tratto psicologico peculiare di questo personaggio diventa la sua perplessità, ovvero il suo inesausto oscillare fra l’entusiasmo e la depressione, fra il delirio del sogno e la lucidità della memoria. David, sposo di Micol, è legato a Saul da un rapporto di amore-odio: nel giovane infatti sono evidenti quei segni di splendore e vigorosa forza che hanno abbandonato il vecchio re. David è l’eroe misconosciuto e insieme il combattente favorito da Dio: egli ha superato ogni prova con coraggio e lealtà, è pronto a ereditare con Micol, figlia del suo re, il trono di Israele, e tuttavia si trova nella condizione della vittima, oggetto della gelosia e dell’invidia di Saul: questi lo teme come un rivale e perciò lo bandisce dal suo campo. Le infondate accuse di tradimento, scagliate contro David da intriganti cortigiani, sono infatti accolte e amplificate dalla gelosia di Saul, il quale si crede egli stesso vittima di una cospirazione ordita ai suoi danni da David e dai sacerdoti.
Gli altri personaggi sono Micol, figlia obbediente di Saul e dolce sposa di David, Gionata, figlio primogenito di Saul e amico fraterno di David, Abner, ministro guerriero del suo re ed esecutore dei suoi crudeli comandi, Alchimedech, rappresentante della casta sacerdotale e successore di Samuele. Ciascuno di essi non ha valore autonomo, ma partecipa contemporaneamente al mondo di Saul e di David, svolgendo una funzione di raccordo tra i due antitetici e complementari protagonisti del dramma.

I temi

Saul è il personaggio interiormente combattuto fra amore e odio, fra tracotanza e consapevolezza della prossima catastrofe; egli porta così in scena il dramma della vecchiaia e della paternità autoritaria, che non riesce a risolvere più positivamente i propri rapporti con i figli. A simili motivi se ne intreccia un altro, di tipo squisitamente politico ed assai attuale alla fine del ‘700: è il tema dell’ereditarietà del potere regale, conteso fra i diritti del sangue (sostenuti da Saul) e l’eleggibilità del suo successore, di cui è voce David.

Saul, a malincuore, sa che alla sua morte toccherà a David ereditare il regno: per volere divino e per meriti personali; l’erede naturale, Gionata, figlio di Saul, è stato escluso, e tuttavia questi rimane legato a David da ammirazione e da fraterna amicizia. Il pensiero della propria morte senza che il trono sia ereditato dal figlio appare a Saul, nel buio dei suoi deliri, come una catastrofe, che toglie significato e valore all’intera sua esistenza (Atto IV, sc.III vv88-103). Egli scende così in lotta contro tutti, poiché in ciascuno vede un possibile responsabile della sua triste sorte, in ciascuno scorge una forza che insidia la sua autorità decadente: contro i sacerdoti, contro David, contro Dio. David è il personaggio mitico ed eletto, l’eroe forte, ragionevole e meraviglioso che si scontra con la perplessità di Saul, il sovrano inquieto che oscilla fra l’incubo e la veglia, la follia e la lucidità. Saul, in verità, è vittima soltanto del proprio offuscamento psichico, che gli è procurato dall’oltraggioso ardimento della sua sfida; egli sfida se stesso, e le leggi naturali che lo condannano, con la vecchiaia, al decadimento e alla debolezza, quindi alla rinuncia ai propri poteri.

Il rapporto con la fonte biblica

Il racconto biblico viene in parte rispettato ma anche manipolato, per consentire all’autore di approfondire i due temi principali dell’opera: il dramma della perdita del regno e il fallimento della paternità di Saul, che vede il figlio Gionata diventare il miglior alleato del suo nemico, David.

Le vicende sono collocate dal testo biblico (I Libro di Samuele I6,1-31,13) intorno al 1060: il grande sacerdote Samuele, giunto all’estrema vecchiaia, per esaudire le richieste del popolo di Israele, sceglie come successore un re guerriero ed elegge Saul, affinché liberi la stirpe ebraica dai nemici che ne minacciano l’esistenza; tuttavia Saul, dopo le vittorie contro gli Ammoniti ed i Filistei, disattende le speranze in lui riposte, si conduce orgogliosamente e non rispetta le sacre prescrizioni di Samuele e i comandi del Signore, di cui il sacerdote è portavoce. A tal punto il Signore si adira con Saul e al medesimo Samuele tocca quindi consacrare il successore di Saul: compare così sulla scena David, figlio di Jesse, uomo gentile e puro di cuore. David è l’eletto di Dio; distintosi come coraggioso e validissimo condottiero, dopo aver ucciso Golia, il campione dell’esercito filisteo, David è introdotto alla corte di Saul; fra i due condottieri, l’uno ormai debole e anziano, l’altro nel pieno delle forze, si sviluppa un rapporto di amore e odio, di ammirazione, gelosia e invidia, intorno al quale gravita tutta l’opera alfieriana.

La volontà da parte di A. di rispettare le unità di tempo e di luogo, per cui la tragedia si deve svolgere nell’arco di un’unica giornata e in un solo luogo (il campo militare di Gelboè), costringe tuttavia lo scrittore a semplificare il lungo racconto biblico, a estrarvi l’essenziale di una storia complessa, la quale riguarda sia il declino di un re, sia l’educazione o formazione del suo successore. A. lascia che i complessi antefatti siano revocati da David al principio del I atto, ed elimina quanto non gli serve a mettere a fuoco i nodi del suo dramma: la psicologia di Saul, insieme padre e tiranno, e tuttavia insidiato da una latente follia, alla quale tuttavia il testo biblico faceva solo un rapido cenno; l’opposizione fra i due protagonisti; il contrasto fra l’incertezza del vecchio e la solare linearità del giovane.

I tratti dei personaggi biblici sono comunque rispettati: in particolare l’ ambivalente perplessità di Saul è già nel racconto sacro, nelle oscillazioni del vecchio re tra amore, odio e gelosia. Saul, nelle mani di A., diviene così il prototipo fondamentale del protagonista tragico: egli è insieme innocente e colpevole; colpevole per la stolta arroganza con la quale si schiera contro tutti i suoi vicini (Gionata, David, i sacerdoti), innocente perché preda di uno spirito malvagio, che inquina e turba il suo animo, la sua indole eroica e il suo passato glorioso. Saul appare predestinato alla sconfitta fin dall’inizio della tragedia, poiché il conflitto umano e politico, nel quale egli è avvolto, non offre possibilità di scampo: egli affronta una prova impari senza venir meno a se stesso, alla dignità e alla grandezza della sua figura, patendo fino in fondo un destino dal quale non è consentito ribellarsi.

MIRRA Con Saul A. giunge alla consapevolezza della reale miseria della condizione umana, che sin dalla prima fase della sua produzione tragica urgeva al fondo della sua tensione eroica. Il titano orgoglioso scopre la sua intima debolezza, il suo destino di sconfitta. Il nemico non è più al di fuori dell’eroe, ma al suo interno, ed è un nemico a cui è vano opporsi con atteggiamenti di sfida. E’ questa una svolta essenziale del sistema tragico alfieriano. Dopo il Saul il poeta tace per due anni. Sono anni tormentosi, segnati da sofferenze, delusioni, da un senso di disgusto dell’esistenza, da uno stato d’animo di funerea depressione (acuito particolarmente dalla lontananza forzata della donna amata). Da qui nasce nel poeta un più urgente bisogno di rapporti umani, di solidarietà nel dolore. Questa sua disposizione si riflette nella poetica tragica che non vede più l’idoleggiamento di un eroe sovrumano chiuso nella sua individualistica solitudine, ma un’apertura altruistica, un senso di pietà per l’infelicità e la sofferenza. Dalla crisi dell’individualismo eroico nasce una tematica nuova, un’attenzione diversa agli affetti domestici, intimi e privati, e alla loro efficacia consolatrice.

Questo nuovo orientamento della poetica tragica di A. trova la sua massima espressione nella Mirra (1784-1786), che, con il Saul, costituisce il vertice della produzione tragica del poeta.

Ideata nel 1784 e verseggiata nel 1786, Mirra, dedicata dal poeta alla donna amata, la contessa d’Albany, è l’ultima grande pagina drammatica di A., diversa per molti aspetti dalle altre tragedie.

La fonte classica e la transposizione di A.

Il soggetto della tragedia deriva dal racconto di Ovidio (Metamorfosi) riguardo all’amore morboso che la figlia del re di Cipro, Ciniro, nutre per il padre.

Nella narrazione ovidiana Mirra (o Smirna), personagio della mitologia greca, riesce a congiungersi con il padre nascondendogli la propria identità. Quando Ciniro scopre la verità, insegue Mirra per punirla, ma gli dei intervengono in aiuto della fanciulla e, in Arabia dove è fuggita, la trasformano nel sensuale albero della mirra. Le lacrime della giovane si trasformano nelle gocce di un voluttuoso profumo orientale e, dal suo corpo vegetale, nasce il bellissimo (formosissimus) Adone. La trasposizione alfieriana è tuttavia autonoma dalla fonte in modo sostanziale: Mirra è una creatura innocente, vittima di una passione che Venere ha messo nel suo cuore per invidia della sua bellezza. L’invidia degli dei come causa di sciagure e disavventure per gli uomini è un motivo peculiare della tradizione tragica greca (Eschilo, Sofocle); esso, tuttavia, non compariva nella esposizione ovidiana del mito di Mirra. Simile inserzione da parte di A. può apparire artificiosa; la scelta di contaminare i due temi è però giustificata da ragioni di carattere morale: A. porta in scena un amore incestuoso, quindi tragico e ripugnante, ma con l’espediente dell’invidia di Venere sottrae dalla coscienza di Mirra ogni ombra di colpevolezza o responsabilità.

Mirra scopre di essere impura e colpevole appena si accorge che i propri sentimenti per il padre assumono carattere amoroso. La fanciulla non sa liberarsi da simile sentimento; esso non si spegne benché essa si prometta sposa al giovane Pereo, figlio del re dell’Epiro, finché trova rifugio nella morte, dopoché una brusca confessione ha rivelato pubblicamente la sua empietà. Questa tragedia si svolge per intero nell’interiorità della protagonista, priva di ogni conforto, debole e sola poiché contaminata nell’animo da un’inclinazione non soffocabile e nemmeno confessabile. La circonda un tranquillo mondo familiare -un ambiente che potremmo definire “borghese”- da cui si sente estranea: il padre Ciniro, la madre Cecri, il promesso sposo Pereo, la nutrice Euriclea. Tutti hanno per lei parole d’affetto, e cercano di consolare la sua inspiegabile tristezza, ma Mirra non può che nascondere il suo segreto. L’azione della tragedia, prima della catastrofe del V atto, si sviluppa circolarmente, senza prevedere vie d’uscita, cosi che intorno a Mirra cresce una pressione psicologica sempre più stretta e tormentosa: le amorevoli insistenze dei familiari la costringono a elaborare fittizie giustificazioni, falsi motivi alla sua tristezza, dietro ai quali si amplifica la sua desolazione.

La lotta con l’inconscio

Nel progresso della tragedia la protagonista, in preda a stati d’animo contrastanti, nello stesso tempo docile e ribelle con il fidanzato, con la nutrice e con i genitori, finisce per acconsentire alle nozze con Pereo, nella speranza di una possibile liberazione dalla sua situazione angosciosa: tuttavia l’iniqua passione che brucia il suo animo è fatale e inarrestabile.

La tragedia raggiunge il momento di maggior tensione nel climax che conduce alla catastrofe preparata nel IV atto: durante la cerimonia nuziale, Mirra improvvisamente si ribella alle nozze imminenti. Rimasta sola con la madre Cecri, ha per lei parole di un odio incomprensibile (ScVII, vv 282-287). Sola davanti al padre, nell’ultimo atto, dopo l’incalzare di Ciniro che esige di conoscere le ragioni del suo comportamento, malgrado una difesa disperata quanto insoddisfacente e vaga, Mirra si lascia sfuggire il terribile segreto, e, subito dopo, si getta sulla spada del genitore. Abbandonata dai parenti inorriditi, muore nel rimpianto, conscia che la sua fine è inutile e non varrà a salvarla o a purificarla dalla impura predilezione.

Nei tre versi finali sembra riassumersi, insieme con tutto lo spirito della tragedia, la profonda pietà dell’autore per la sua creatura, la più debole ed infelice delle eroine alfieriane.

Il suicidio di Mirra e quello di Saul

Quasi tutti i protagonisti delle tragedie alfieriane compiono l’atto di ribellione definitiva contro la tirannide attraverso il suicidio. La morte segna il riscatto. Tuttavia, Mirra, nella morte, non fa che concludere il processo di questo riscatto, i cui segni premonitori sono sparsi per l’intero dramma, e la sua fine non avviene in una luce di splendido eroismo, ma piuttosto sotto l’oppressione di un incubo, che coinvolge i personaggi che le stanno intorno.

A differenza del suicidio di Saul, quello di Mirra non suscita ammirazione, bensì pietà. Mentre in Saul troviamo l’espressione completa dello spirito tragico alfieriano, nello slancio eroico che ne fa il più umano dei suoi personaggi, con Mirra il drammaturgo, libero da ogni finalità di ordine politico, raggiunge la soglia di un’umanità che vibra, palpita e soprattutto trema, con sobrietà e fermezza. Mentre Saul esalta la pulsione titanica e libertaria dell’individualismo alfieriano, Mirra ne rappresenta le costanti dell’angoscia e della colpa. Entrambi i personaggi cercano nella morte la redenzione e la libertà, ma l’eroina della Mirra esce dalla vita nell’amarezza di una tremenda sconfitta, sentendo di morire “empia”. Il dramma di Mirra, inoltre, caratterizzato da una più profonda analisi, non ha l’intensità d’azione che coinvolge Saul.

Dal diverso andamento delle tragedie deriva la diversità psicologica dei due protagonisti. La purificazione finale di Saul è preparata fra le contraddizioni della sua coscienza; la rivelazione di Mirra si avvicina in modo costante e progressivo, scena per scena, nella crescente inquietudine della fanciulla. In Mirra non c’è evoluzione sul piano degli avvenimenti, fra un atto e l’altro; cambia il ritmo dell’affanno che la tormenta, cresce fino a precipitare verso la catastrofe. In Saul si osserva una soluzione religiosa, in Mirra una soluzione elegiaca. Anche se l’impeto del re orgoglioso e ribelle e la rassegnazione statica della giovane si concludono ugualmente nel suicidio, Saul trova il conforto di una speranza, mentre il dramma di Mirra resta pietrificato davanti alla sua fragilità invalicabile. Saul si fa compatire e ammirare nel momento in cui, col suicidio, riafferma la propria grandezza; Mirra, dibattendosi inutilmente, suscita essenzialmente pietà, per una lotta tanto eroica quanto vana.

 

 

TESTI:

“Vita scritta da esso”  http://www.atasti.it/alfieri/vita/indice.htm

“Saul”  http://www.atasti.it/alfieri/saul/home.htm

“Mirra”  http://www.atasti.it/alfieri/mirra/home.htm