L’attività sanitaria nel Regno di Napoli

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L’attività sanitaria nel Regno di Napoli

I medici, le istituzioni e l’organizzazione sanitaria, sotto il regno dei Borboni di Napoli, rappresentano, come in ogni epoca, lo specchio fedele della società, dei suoi fermenti, dei travagli culturali ed economici che si verificarono sotto la dinastia. Povertà, carestie, epidemie sono strettamente correlate ai turbolenti avvenimenti sociali che prepararono la rivoluzione francese, i moti carbonari, la repubblica Napoletana, la restaurazione, ecc.
I Borboni governarono in un periodo relativamente fecondo per le conoscenze mediche: in realtà dall’empirismo e dalla osservazione Cotugnana si transitò alle soglie della modernità per la medicina come professione, che per convenzione è fissata agli inizi dell’ottocento.
In effetti agli inizi del settecento si apre in tutta Europa il contenzioso tra le istituzioni universitarie dotte, conservatrici, rifacentesi ad una scienza statica di stampo Ippocratico-Galenico e consorterie di empirici,barbieri, girovaghi da fiera che praticavano atti medici.
I primi parlavano in Latino e disprezzavano gesti cruenti ed assistenziali sull’ammalato, i secondi si trasmettevano le conoscenze oralmente, applicavano sanguisughe, effettuavano clisteri, e spesso interventi chirurgici condotti con competenza ed audacia.
Lo scontro tra queste due figure antitetiche rappresentò il travaglio della medicina del settecento: in Francia vi furono risse con feriti tra barbieri e medici – filosofi.
Nel Napoletano una maggiore tendenza alla moderazione nell’esercizio medico determinò indubbiamente tensioni minori tra queste categorie, ma, soprattutto, l’intelligenza sperimentale di medici dello stampo di Marco Aurelio Severino, il Cotugno rifacentesi al messaggio Ippocratico vero, evitarono episodi incresciosi nelle categorie esercitanti l’ars medica.
Il Collegio medico – cerusico con sede nel protoospedale del regno – gli Incurabili – è l’espressione clinica della observatio et ratio che furono i caposaldi nella scuola medica Napoletana. Il collegio, con le sue rigide regole e con la stretta aderenza alle problematiche assistenziali dell’ospedale, fu comunque autonomo dal potere universitario sino alla caduta del regno, pur con alterne vicende e periodi di chiusura.
Oltre a questi travagli e lotte tra istituzioni la medicina del Regno Borbonico dovette fare i conti con pestilenze, epidemie di colera e vaiolo.
Ci sono indubbiamente vari percorsi che offrono spunti speculativi alla comprensione del rapporto tra casa regnante ed istituzioni mediche.
In realtà la Medicina durante la dinastia Borbonica, come per altri versi la scienza in genere, non fù da meno dell’attenzione rivolta in altri Stati ai livelli assistenziali – e caritatevoli ai bisognosi.
Nel settecento le prime istituzioni assistenziali furono ospizi per poveri reietti abbandonati.
Palazzo Fuga della nostra città, sorto per volontà di Carlo III di Borbone, rappresenta il sogno dell’utopia illuministica che vuole raggruppare i poveri, gli indigenti al di fuori della città reale.
Affianco ad essi trovano spazio i bisognosi di cure e i pazienti non curabili presso il proprio domicilio – gli incurabili-; così sorge lo spizio-ospedale sintesi del desiderio di alleviare i poveri e di curare e di isolare al tempo stesso i malati.
Era frequente anche negli stabilimenti ospedalieri periferici ritrovare accanto a Conventi e Chiese un locale adibito al ricovero di pellegrini e indigenti ed un altro accanto a cui accedevano i veri e propri infermi.
Solo nell’ottocento si arriva alla nascita della medicina specialistica e dell’ ospedale inteso come luogo di cura secondo l’accezione moderna.
Ecco perché si intravedono per tutto l’arco del regno borbonico vari percorsi di approfondimento nello svilupparsi della tradizione medica.

1)  percorso storico: registrazione dagli annali del grande archivio storico del numero dei medici, delle condotte, dei ricoveri in rapporto ai differenti periodi. ( la professione medica fù certo meno esercitata in passato a favore delle carriere giuridiche – in alcuni periodi il rapporto fu di un solo medico per sette avvocati)

2)  percorso della formazione universitaria.
Studio delle istituzioni che conferivano il titolo di Dottore in Medicina ( Università di Salerno, Università di Napoli, Collegio medico-cerusico). La durata degli studi e le materie mediche obbligatorie nell’insegnamento variarono notevolmente includendo, comunque, tra le materie fondamentali gli insegnamenti Ippocratici, la storia della medicina e le norme di polizia sanitaria.
Lo statuto universitario riprende in grandi linee quello dell’insegnamento universitario spagnolo con riferimenti in particolare al curriculum formativo dei medici di Salamanca.

3)  vi è poi il percorso della carità e delle fondazioni caritatevoli che rappresentano, come altrove, il primo mattone su cui si costruiscono strutture e stabilimenti ospedalieri.

4)  il percorso di difficili rapporti tra le istituzioni sanitarie autonome o semiautonome per finanziamenti economici e le cariche di intendenti e sovraintendenti determinate gerarchicamente dai consigli di seggio e quindi ratificate dal Sovrano.
Tutte le strutture saniterie ed assistenziali dopo il decennio francese dipesero direttamente dal Ministero degli Interni per ovvi motivi di controllo sulla classe medica ritenuta dai governi turbolenta ed incline a pericolose innovazioni per l’attenzione delle problematiche sociali.
Inoltre, il medico controllava turbe di questuanti ed ammalati ed esercitava così uno strumento di controllo del potere politico.
E’ in questo periodo che nasce il confronto tra sistema politico e medicina che sfornerà prammatiche, leggi, ordinamenti, emessi con un ritmo vertiginoso.
Spesso tali ordinamenti leggi e leggine erano disattese nella pratica quotidiana sia per la dilagante corruzione sia per l’incapacità di controllo, sia per la disistima da parete degli utenti dei consigli dettati dai medici.

5)  l’aspetto economico dei compensi rappresenta un altro utile spunto di speculazione storica.
Spesso il medico esercitò esentasse, limitandosi a pagare solo tributi all’atto della concessione dell’esercizio.
Le stesse condotte erano di fatto trasmissibili di padre in figlio o tra coniugi.

6)  il rapporto tra la sanità della capitale e l’organizzazione sanitaria presente nel distretto del regno era a totale vantaggio della città di Napoli. 
Qui si accentrava l’esercizio della medicina ospedaliera e di fatto venivano sperimentati quei modelli organizzativi che solo secondariamente venivano esportati in tutto il regno.

7)  la successione cronologiche di epidemie, morbi contagiosi che si sono succeduti nel regno delle due Sicilie rappresentano un altro utile percorso per affermare il binomio Sanità-Società per la comprensione degli eventi.
È interessante studiare le regolamentazioni di quarantena gli ufficiali medici portuali, le norme di polizia medica e come esse venivano applicate eluse o modificate nel tempo.

8)  la nascita di una medicina militare al servizio degli eserciti anche sui campi di battaglia ( vedi l’opera meritevole del Palasciano, vero ispiratore dell’idea che prenderà corpo un giorno come Croce Rossa Internazionale ). Le modifiche delle armi bianche (dalle spade e dai fioretti alle lance e alle terribili baionette) e delle armi da fuoco (dalle palle di archibugio alle ferite di fucili a carica multipla) costrinsero i chirurghi alla applicazione di impiastri e bendaggi sempre più sofisticati che tuttavia, non risparmiavano dalle emorragie e dalla sepsi a cui assistevano impotenti i cerusici.

9)  c’è poi il percorso dei malati eccellenti e dei pazienti illustri riportati dalle cronache storiche dell’epoca.
Ad esempio, la stessa famiglia dei Borboni fu minata da decessi precoci, mortalità perinatale e molti furono i casi di vaiolo.
I Borboni furono la prima dinastia al Mondo che intraprese la vaccinazione antivaiolosa su se stessa col metodo jenneriano e diffondendola nel regno.
Se si eccettua la figura di Ferdinando IV, la cui longevità di regno rappresenta un eccezione, la maggior parte dei Borboni soffrirono di Gotta, epilessie, diabete male caduco, ecc.
Maria Cristina la Santa morì per sepsi puerperale.
L’attentato di Agesilao Milano, che colpì ad una coscia con un colpo di baionetta il Sovrano, rappresenta un altro studio sulle ferite infette ed avvelenate.

10)  vi è poi il percorso interessantissimo della rete assistenziale ospedaliera che rappresenta nella toponomastica e nella cartografia cittadina una delle più superbe stramberie.
In realtà cosi come i decumani e i cardini della Napoli greco-romana hanno tracciato le strade attuali, gli ospedali dei Borboni rappresentano tuttora, l’80% della rete assistenziale esistente nella Napoli di oggi.
Basti citare l’ospedale della pace con il suo lazzaretto, l’ospedale della Nunziata con la ruota annessa, l’ospedale degli Incurabili. 
Altri ospedali sono scomparsi come l’ospedale si S. Nicola al porto, quello di S. Andrea annesso alla Chiesa di S. Angelo a nilo, l’ospedale di S. Eligio al porto (nell’omonima chiesa), l’ospedale di S. Maria delle fede per il ricovero delle prostitute inferme (posto sotto l’autorità municipale), Pellegrini deputato ai ricoveri acuti.

“LE MALATTIE DEI BORBONI”

” Nel 1724, dopo due secoli di sudditanza in qualità di provincia della Spagna e dell’Austria Napoli divenne la capitale di un regno indipendente sotto Carlo di Borbone; un sovrano dalla reputazione illuminata era venuto a vivere tra i napoletani ed essi si sentirono una nazione. Carlo non aveva ricette magiche per cambiare il sistema sociale ed il carattere del suo popolo, ne poteva nell’arco di pochi anni far fiorire commercio ed agricoltura.
Eppure trasformò a capitale del suo regno dandole un’impronta così spiccata che la Napoli che oggi noi vediamo è soprattutto una città Borbonica.
Il Teatro S.Carlo, la biblioteca nazionale, le collezioni farnesi portate da Parma, i tesori d’Ercolano e Pompei, i palazzi di Capodimonte, Portici e Caserta, le belle piazze ora chiamate Dante e del Plebiscito, sono uno splendido ricordo lasciato da Carlo e dai suoi successori.
Sotto questo Monarca illuminato le due Sicilie ottennero un periodo di progresso notevole e vissero l’epoca più felice dopo lunghi secoli di vassallaggio. Furono tangibili i vantaggi dell’indipendenza nonostante le eruzioni del Vesuvio, i terremoti del 1720-50, le carestie e le epidemie.
L’agricoltura rimase in condizioni arretrate, ma come affermò B. Croce ” un secolo e mezzo più tardi – dopo l’unità d’Italia – stavano molto meglio?”
Un lungo periodo di pace, il riassetto della finanza pubblica, la tassazione delle proprietà ecclesiastiche (circa un terzo dell’intero regno, tassata solo per un 2%) favorì la prosperità.
Carlo s’interessò di più alle belle arti. 

L’università fu ammodernata ed ebbe una degna sede, le case furono costruite con gusto e l’uso dei vetri alle finestre divenne abituali.
Vanvitelli e Fuga disegnarono i fabbricati che ammiriamo ancora oggi. Napoli divenne anche capitale della musica. Tutto ciò sino allo scrollone dovuto alla rivoluzione Francese.
La metà del diciassettesimo secolo Napoli contava 200.000 abitanti (era una delle capitali più popolose d’Europa favorita dall’accentramento nella corte di nobili e servitù, antica forma di vassallaggio ma anche di controllo intrapresa già da Don Pedro di Toledo).
Le malattie dei Borboni
Prima della sua venuta a Napoli anche il sovrano Carlo III sofferse di vaiolo.

1740
La regina Maria Amalia la Sassone, screziata anche nel viso dal vaiolo, prima del suo sedicesimo anno diede alla luce un bambino. La presenza del chirurgo della regina di Francia per quell’occasione scandalizzò moltissimo le idee pudiche del parto dei Napoletani.
Si affermò che per accrescere la sua reputazione il Dott. Peirà aveva inventato complicazione inesistente e spaventava la Regina con la sua collezione di strumenti chirurgici. Altre quattro femmine vennero alla luce prima che nascesse l’Erede.

1764
Per la penuria di grano si verifica la grande carestia.
Negli incurabili, che contano duemila degenti, 60-70 persone al dì muoiono d’inedia, i cadaveri sono bruciati perché le tombe rigurgitano di morti.
Un’epidemia (forse di peste) uccide 20-30.000 persone.
I dottori, scrive il Tarucci sono i fratelli degli astrologi. I fornai hanno venduto pane abominevole, le sostanze in esso contenute hanno forse causato molte morte di gangrena intestinale, molti sono stati salvati da calmanti, ma ancora di più furono uccisi dai dottori che usavano emetici, sanguisughe, unzioni caustiche, purghe forti, ecc.
Qui, come dappertutto nel mondo i dottori sono impostori, sfrontati ed ignoranti e non hanno neanche salvato le apparenze. Non hanno aperto o sezionato un solo cadavere nonostante le mie insistenze, gli unici rilievi sono stati la gangrena e vermi.

Recentemente il buon re di Spagna mi ha mandato un balsamo che sotto la mia direzione ho fatto sperimentare nell’ospedale costruito a Posillipo a spese del re.
Sono guariti quelle che soffrivano della forma intestinale, ma il balsamo è risultato inutile per coloro i cui polmoni erano stati attaccati. 
Nel trattato del Dott. Sarcone vi è quella del balsamo di Salazar (miscuglio d’incenso, mastice, soccotrina d’aloe e resine sciolte in acqua. Un nuovo cimitero sulla collina vicino Poggioreale fu costruita grazie ai fondi raccolti da Padre Rocco.
Morte di Giuseppa, sposa promessa a Ferdinando per vaiolo. Il Re ne improvvisa un falso funerale nella reggia di Portici.

Nel settembre 1777, il demente infante Don Filippo, erede per nascita della monarchia spagnola si ammalò di vaiolo, Ferdinando e la regina Maria Carolina fuggirono a Caserta.
Anche se il Re Carlo disapprovava l’inoculazione con il Vaiolo, per fatalismo ed ossequi al destino e alla volontà divina, Ferdinando chiamò il Dott. Gatti da Pisa, un vecchio amico dell’abate Galiani, che vaccinò il principino ereditario e le sue sorelle.
Gli furono tributati onori ed offerta una pensione annua di 42.000 livres, nonché 10.000 franchi in contanti.

Ferdinando abbandona la sua amante Madame Goudarde e suo marito, forse perché ammalati di cancro.

La regina Maria Carolina accusava gli Spagnoli di infettare la loro famiglia col vaiolo, muoiono, infatti, due figli di 9 anni e 5 mesi.

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Sulla “Vanguarde”, che trasporta i reali in Sicilia, muore tra le convulsioni, il principe Carlo Alberto di 5 anni, tra le braccia amorevoli di lady Hamilton.

Francesco obeso e cadente soffriva di accessi di gotta e di crisi d’irascibilità, un giorno prese a schiaffi Cosimo De Oraziis, suo medico di camera, poiché aveva promesso di guarirgli un raffreddore che non era per nulla migliorato.

Il Re, a seguito di un esplosione verificatasi durante la preparazione della festa di S.Rosolia, sprona l’iniziativa di comporre il manuale pratico del modo di soccorrere gli asfittici, compilato e pubblicato a Palermo dalla reale Accademia delle scienze mediche.
Maria Cristina partorisce l’erede di Ferdinando, ma mentre il Re è sommerso dalle congratulazioni, la Regina brucia dalla febbre puerperale, muore lentamente fra un accesso e l’altro di delirio.
Al Sovrano, affetto da epilessia, sono risparmiate inutili angosce.
Nel 1836 Ferdinando festeggia il ventiseiesimo compleanno, ci fu una ripresa delle crisi epilettiche sino da impedirgli la deambulazione e farlo cadere in una cupa depressione.

Il 2 ottobre 1836, scoppia il colera a Napoli, il Re è accusato di avvelenare il popolo, ma egli visita gli ospedali e percorre i rioni ove con maggiore violenza infuria l’epidemia.
Un farmacista distribuisce medicine gratis ai bisognosi ed il Cav. Santoro, I° chirurgo dell’ospedale di S. Maria la fede, destinò ai malati indigenti le sue retribuzioni per tutta la durata dell’epidemia.
Gravi eccessi contro il Colera si verificarono in Sicilia a Siracusa furono linciate numerose persone tra cui l’intendente Andrea Vaccaro.
L’idea era che il morbo fosse diffuso per l’esistenza di un veleno.
L’Avv. Adorno, che aveva eccitato la frenesia popolare con affermazioni che il colera fosse diffuso intenzionalmente dai Borboni e che piuttosto che perdere la Sicilia Ferdinando aveva deciso di distruggere i Siciliani.
La capitale fu passata da Siracusa a Noto ed il ministro del carretto ripristinò l’ordine.
In Sicilia l’epidemia fece strage più che in qualsiasi altro luogo: vi furono oltre 65.000 morti (10% della popolazione), mentre a Napoli e dintorni le vittime furono oltre 16.000.
Nella Capitale il mito del veleno non aveva resistito a lungo, ma nelle province del continente esso era stato coltivato dai radicali.
In quegli anni il colera servì quale pretesto alla cospirazione e al brigantaggio e apri il campo agli atti rivoluzionari del 20 e del 21.

Ferdinando subisce l’attentato per mano di Agesilao Milano 8 Dicembre 1856, un colpo di baionetta deviato dalla fondina della pistola, colpisce il sovrano alla coscia, il Re, con ammirevole spirito di sacrificio rimane eretto in sella sino alla fine della rivista. 
Gli svizzeri anche per placare la propria guardia militare che pensava ad un complotto militare, avrebbe senza dubbio aperto il fuoco sui soldati napoletani.
Il chirurgo ritenne la ferita superficiale, e nel timore che l’arma fosse avvelenata, la Regina s’inginocchiò per suggere il sangue.

Francesco I e Maria Sofia 
La Regina assiste come infermiera i feriti dell’ospedale di Gaeta, anche di notte, in migliaia cadono in preda alle febbri tifoidee, le suore di carità addette all’Ospedale compiono miracoli, mentre l’ammiraglio Persano ed il Generale Cialdini vomitano 18.000 fuoco e 4 bombe colpiscano anche l’ospedale.

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