L’assedio di Tiro Capitolo 11

L’assedio di Tiro Capitolo 11

L’assedio di Tiro Capitolo 11


Celebre è, nella storia, l’assedio che Alessandro Magno pose a Tiro. Si tratta del più lungo assedio intrapreso da Alessandro. E del più difficile.

Quante volte il conquistatore fu sul punto di toglierlo! Certo è che i fenici si batterono come leoni… Per capire l'”invidia” che Alessandro Magno nutrì per Tiro, è opportuno ricordare che Tiro era, dalla remota antichità, una città fiorentissima.

UNA CITTA’ ANTICHISSIMA

Impressionato dalla bellezza del luogo, il faraone Amenofi III lo menzionava già come “terra di giardini”.
Gli fa eco il profeta Ezachiele, che dice al re di Tiro:”Eri nell’Eden, ne giardino di Dio”. La città aveva stretto eccllenti rapporti commerciali con i vicini, soprattutto egiziani. Poco dopo, nell’erà del ferro (1200-900 avanti Cristo), volgendo l’Egitto al declino, il regno d’Israele lo soppiantò. Le relazioni commerciali fra Tiro e Israele s’accrebbero durante l’edificazione del tempio di Salomone.

ACHAB E JEZABEL

Nel corso del IX secolo dell’evo antico, le case reali di Tiro e Israele si uniro per via di matrimonio. Re Achab sposò Izebel, figlia di Ittobaal, re di Tiro.
Disgraziatamente, l’unione di Achab e Izabel doveva volgere a male. Sposato Achab, Izabel introdusse in Israele i culti di Baal e Astarte.
La cosa non era vietata. prima di Achab, re Salomone aveva autorizzato il culto delle divinità straniere.
Izebel, però, si prodigiò tanto le divinità fenice soppiantarono alfine Yavé, unico dio si Israele. Ne scaturì una guerra tra fautori di Baal e fautori di Yahvé.
I conflitti religiosi gettarono lo Stato nel disordine. Il re Achab finì per perire in combattimenti. Izabel fu cacciata.
L’episodio non pregiudicò comnque l’ascesa di Tiro, che seguitò a prosperare e crescere in potenza, nonostante le cupigia dei vicini assiri e babilonesi.

ALESSANDRO MAGNO ALLA CONQUISTA DELLA FENICIA

Alessandro divenne re di Macedonia nel 336 avanti Cristo. Assoggettata la Grecia, intraprese la conquista dell’Asia Minore.
Vi riusì con successo. Quindi mostrò ai suoi generali, sulla carta del mondo, la Fenicia.
“Le città fenicie saranno parte del mio regno” disse. E aggiunse, con sguardo acceso:”Finalemente la mitica Tiro sarà mia”.
Alessandro e il suo esercito giunsero in Fenicia nel 333 avanti Cristo. Il grande conquistatore era al colmo della gloria, e Tiro era la gemma che mancava alla sua corona.
Le città fenicie erano in fermento. Che fare? Resistere, a rischio di devastazione e saccheggio?  Scelsero infine la via della prudenza, e tutte diedero ad Alessandro.
Non così Tiro, che ebbe un sussulto d’orgoglio. Era concepibile l’onta dell’occupazione per una città tanto illustre, signora per lungo tempo del mare? No, si doveva resistere a ogni costo.
Ma i tiri non volvevano affrontare il comquistatore in battaglia. Doveva perciò escogitare uno stratagemma…

MOSSA AUDACE, MA…

I tiri inviarono ad Alessandro un delegazione. La si ricevette, carica di doni, a dordo di una delle possenti navi del re.
-Sii benvenuto in o mio re!- disse uno dei tiri. – La tua presenta onora noi tutti.
-Ne sono lieto- rispose Alessandro. -Voi però, o fenici, conoscerete la mia devozione per il vostro dio Meqart, chiamato Eracle in Grecia. Vorrei entrare nelle vostra cittò per onorarlo e colmarlo di offerte!
I fenici s’insospettirono. Era un inganno degno del conquistatore, simile al cavallo di Troia escogitato dai suoi avi. Astutamente i tiri risposero:
-Come rifiutare la tua richiesta, o mio re? Procederemo così: Melqart uscirà dalla cinta delle mura, e verrà deposto sul litorale. Là potrai adorarlo quanto vorrai…
I fenici non potevano concedere ad Alessandro accesso alla cinta di Tiro.
Quale affronto, per Alessandro! Le parole dei tiri suonavano peggio di una dichiarazione di guerra. Furibondo, egli ribattè di scatto:
-La posizione della vostra città va dà la testa, o tiri! Vivendo su un’isola, sottovalutate il mio esrcito di fanti. Ebbene, presto vi accorgerete di essre in terraferma…

INIZI DI UN LUNGO ASSEDIO

Che cosa significavano, le parole di Alessandro? Era innegabile che Tiro sorgesse su un’isola, e ne fortificata.
Le mura alte e spesse ne facevano una città impenetrabile. Ma Alessandro non si fermava davanti a nulla.
Per avvicinare alla terraferma l’illustre città fenicia, avrebbe fatto costruire dai suoi uomini una lunga diga di pietre e di terra poggiata su palafitte. Sfidando l’africo, il terribile vento che spira su Tiro quasi a scoraggiare i nemici.
Da ambo le parti, i preparativi di battaglia incalzavano frenetici. Alessandro spronava l’esercito a iniziare i lavoro per la costruzione della diga.
Serviva un’ernorme quantità di macigni e di alberi d’alto fusto. Era un lavoro titanico.
I tiri, dal canto loro, approntavano i ramponi, possenti artigli di ferro da usare contro le navi nemiche in caso di battaglia. E preparavano bacili d’olio bollente, per gettarli dall’alto delle mura.

DI PRESAGIO IN PRESAGIO

-Dove troveremo le tonnellate di pietre e legno necerrasie per costruire la diga?- chiesero i soldati scortati.
-Animo, soldati miei, vincitori di mille battaglie!- rispose Alessandro. -La prossima non sarà più facile, ma la vittoria è certa…
I soldati intrapresero i lavori d’assedio di buona lena. Posero mano alla costruzione dei tre chilometri di palafittata.
I tiri si avvicinavano nelle loro barche e li punzecchiavano con sarcarmo:
– Ecco qua gli illustri guerrieri, carichi come somari! Il loro comandante si crede Nettuno! S’illude di domare il mare…
A suon di provocazioni, i greci raddoppiarono l’ardore. Poche settimane e la palafittata si profilò a fior d’acqua.
L’isola andava piano piano avvicinandosi. Giorno dopo giorno si rosicchiava qualcosa al mare…
Poi venne una furiosa tempesta, e abbatté sulla diga i suoi flutti veementi, facendola crollare in un frastuono da fine mondo. Alessandro, uscendo dalla sua tenda non trovò più la traccia dell’imponente costruzione.
Il conquistatore greco pensò seriamente di lasciar perdere i diabolice fenici…Ilavori per la diga, che pareva irrealizzabile, si protraevano da troppi mesi. Da canto loro, nei soldati affiorava la speranza che il condottiero togliesse l’assedio. Così sarabbero tornati tutti a casa.

“TIRO SARA’ MIA”

Quella notte, Alessandro fece un sogno strano: giocava a nascondico con un satiro. Preva che questi ci prendesse gusto a prendere in giro il conquistatore con motti e smorfie. E, benchè Alessandro tentasse d’acciuffarlo, gli sfuggiva; finchè in ultimo cadde tra le mani.
Quando l’ebbe legato stretto stretto, Alessandro intuì il senso della vicenda. Egli aveva acciuffato un “satiro”, parola che, in greco, suona uguale a “tua sarà Tiro!”.
Destandosi nel cuore della notte, Alessandro sentì rinascere la speranza. Capiva nell’intimo di essere destinato alla vittoria.
Il mattino dopo, Alessandro spronò le truppe più vigorosamente che mai. Gli uomini posero mano alla ricostruzione della diga, sicuri che sarebbe stata la volta buona.
Dal canto suo, Alessandro ebbe un’idea geniale. Perchè non costruire una ptrre di legno e battere il nemico con la sorpresa?
A condizione di fabbricarla altissima, la macchia poteva dare accesso alla città nel momento cruciale. Per attuare il piano, bisognava però sveltire l’allestimento della diga.
La torre doveva poggiare sulla terraferma e avvicinarsi il più possibile alle mura di Tiro. Alessandro principiò le costruzione della torre nel massimo segreto. Il nemico non doveva sospettare nulla.

Fine Capitolo Undici