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L’ASCENSIONE AL MONTE VENTOSO

L’ASCENSIONE AL MONTE VENTOSO

L’ASCENSIONE AL MONTE VENTOSO
Francesco Petrarca


Altissimum regionis huius montem, quem non immerito Ventosum vocant, hodierno die, sola videndi insignem loci altitudinem cupiditate ductus, ascendi. Multis iter hoc annis in animo fuerat; ab infantia enim his in lo-cis, ut nosti, fato res hominum versante, versatus sum; mons autem hic late undique conspectus, fere semper in oculis est.

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 Oggi, soltanto per il desiderio di visitare un luogo famoso per la sua altezza son salito sul più alto monte di questa regione che non a torto chiamano Ventoso. Da molti anni avevo in animo questa gita, poiché, come tu sai, fin dall’infanzia io ho abitato in questi luoghi per volere di quel destino che re-gola i fatti degli uomini, e questo monte, che è visibile da ogni parte, mi stava quasi sempre davanti agli occhi.

Dopo averci presentato il luogo e l’idea di salire sul monte, grazie anche alle letture dei classici, e soprattutto a quelle dello storico Tito Livio che narra le imprese di anti-chi romani atti a salire in alti luoghi. Quindi medita di scegliere un compagno per il viaggio, ma, oltre ad alcuni che si rivelerebbero inadatti al cammino, teme di offendere qualcuno. Pertanto:

Tandem ad domestica vertor auxilia, germanoque meo unico, minori natu, quem probe nosti, rem aperio. Nil poterat laetius audire, gratulatus quod apud me amici simul ac fratris teneat locum.

 Alla fine mi volsi agli aiuti di casa mia, e mi confidai con l’unico mio fratello, di me mi-nore, che tu ben conosci. Egli non poteva ricevere più lieta proposta, ben contento di es-sere da me  considerato e amico e fratello.

Quindi partono ben spediti, ma un vecchio, che incontrano lungo la strada, l’invita a non tentare l’erta salita:

Dies longa, blandus aer, animo rum vigor, corporum robur ac dexteritas et siqua sunt eiusmodi, euntibus aderat; sola nobis obstabat natura loci. Pastorem exactae aetatis inter convexa montis invenimus, qui nos ab ascensu retrahere multis verbis enisus est, dicens se ante annos quinqua-ginta eodem iuvenilis ardoris impetu supremum in verticem ascendisse, nihilque inde retulisse praeter poenitentiam et laborem, corpusque et amictum lacerum saxis ac vepribus, nec umquam aut ante illud tempus aut postea auditum apud eos quemquam ausum esse similia. Haec illo voci-ferante, nobis, ut sunt animi iuvenum monitoribus increduli, crescebat ex prohibitione cupiditas. Itaque senex, ubi animadvertit se nequicquam niti, aliquantulum progressus inter rupes, arduum callem digito nobis ostendit, multa monens mul-taque iam digressis a tergo ingeminans.

 Il giorno lungo, l’aria mite, la buona volontà, il vigore e la destrezza delle membra e altre cose di tal genere favorivano gli alpinisti; sola era d’ostacolo la natura del luogo. Trovam-mo in una valletta del monte un vecchio pastore, che con molte parole cercò dissuaderci dal salire, narrandoci che cinquant’anni fa, preso dal medesimo nostro ardore giovanile, egli era salito sulla cima, e non ne aveva riportato che delusione e fatica, il corpo e le ve-sti lacerati dai sassi e dai pruni; né mai egli aveva udito che altri, prima o dopo di lui, avesse fatto quel tentativo. Mentre egli così si scalmanava, in nio, com’è nei giovani, re-stii ad ogni consiglio, cresceva per quel divieto il desiderio. E allora il vecchio, visti inu-tili i suoi sforzi, fattosi alquanto avanti ci mostrò col dito un certo sentiero, dandoci molti avvertimenti e ripetendoceli alle spalle quando già eravamo lontani.

Comincia il cammino e sin da subito si nota la determinazione di Gherardo e la fati-ca di Francesco:

 Sed, ut fere fit, ingentem conatum velox fatigatio subsequitur; non procul inde igitur quadam in rupe subsistimus. inde iterum digressi provehimur, sed lentius: et praesertim ego montanum iter gressu iam modestiore carpe-bam, et frater compendiaria quidem via per ipsius iuga montis ad altiora tendebat; ego mollior ad ima vergebam, revocantique et iter rectius desi-gnanti respondebam sperare me alterius lateris faciliorem aditum, nec horrere longiorem viam per quam planius incederem. Hanc excusationem ignaviae praetendebam, aliisque iam excelsa tenentibus, per valles erra-bam, cum nihilo mitior aliunde pateret accessus, sed et via cresceret et inutilis labor ingravesceret.

 Ma, come spesso accade, a quel primo grande sforzo seguì presto la stanchezza; sicché ci fermammo su una rupe non molto lontana. Ripartiti di lì, avanzammo, ma più lentamente; io soprattutto m’arrampicavo per il montano sentiero con passi più moderati, mentre mio fratello per una scorciatoia attraverso il crinale del monte saliva sempre più in alto; io, più fiacco, ridiscendevo verso il basso, e a lui che mi chiamava mostrandomi la via giusta rispondevo che speravo di trovare un più facile accesso dall’altro fianco dall’altra parte del monte, e che non mi rincresceva fare una via più lunga ma più agevole. Era questo un pretesto per scusare la mia pigrizia, e mentre i miei compagni erano ormai in cima, io erravo ancora nelle valli senza che mi apparisse, da nessuna parte, una via migliore; il cammino diveniva più lungo e l’inutile fatica mi stancava.

Dopo aver girovagato raggiunge, con uno sforzo il luogo in cui il fratello l’aspet-tava e riprendono il cammino insieme; ma subito dopo Francesco ricomincia a ridi-scendere in basso, ripetendo l’errore di prima. Il fratello, vedendolo dibattersi invano, ride. Francesco, stanco e deluso si siede in una valle e pensa:

“Quod totiens hodie in ascensu montis huius expertus es, id scito et tibi accidere et multis, accedentibus ad beatam vitam; sed idcirco tam facile ab hominibus non perpendi, quod corporis motus in aperto sunt, animo-rum vero invisibiles et occulti. Equidem vita, quam beatam dicimus, celso loco sita est; arcta, ut aiunt, ad illam ducit via. Multi quoque colles intere-minent et de virtute in virtutem praeclaris gradibus ambulandum est; in summo finis est omnium et viae terminus ad quem peregrinatio nostra di-sponitur. eo pervenire volunt omnes, sed, ut ait Naso, “Velle parum est; cupias, ut re potiaris, oportet”. Tu certe – nisi, ut in multis, in hoc quoque te fallis – non solum vis sed cupis. Quid ergo te retinet? Nimirum nihil aliud, nisi per terrena set infirmas voluptates planior et ut prima fonte vi-detur, expeditior via; verumtamen, ubi multum erraveris, aut sub pondere male dilati laboris ad ipsius te beatae vitae culmen oportet ascendere aut in convallibus peccatoribus tuorum segnem procumbere; et si – quod omi-nari horreo – ibi te tenebrae et umbra mortis invenerint, aeternam noctem in perpetuis cruciatibus agere”.

 “Quello che tante volte oggi hai provato nel salire questo monte, sappi che accade a te e a molti quando si accostano alla vita beata; e se di ciò gli uomini non così facilmente si ac-corgono, gli è che i moti del corpo sono a tutti visibili, quelli invece dell’animo invisibili e occulti. La vita che noi chiamiamo beata è posta in alto; è stretto, come dicono, il sen-tiero che vi conduce. In mezzo sorgono molti colli, e noi dobbiamo procedere con nobile incesso di virtù in virtù; sulla cima è il fine estremo e il termine della vita, meta del no-stro viaggio. Lassù tutti vogliono arrivare, ma, come dice Ovidio ‘Volere è poco, bisogna desiderare ardentemente per raggiungere lo scopo’.  Tu senza dubbio – se in questo come in tante altre cose non ti inganni – non solo vuoi, ma anche fortemente desideri. Che cosa dunque ti trattiene? Evidentemente, null’altro se non quella via attraverso i piaceri bassi e terreni; che è più facile e, come pare, più breve; ma, quando avrai molto errato, o sotto il peso di una fatica scioccamente differita dovrai salire verso la cima della vita beata, op-pure sarai costretto a cadere spossato nelle valli dei tuoi peccati; e se – Dio allontani l’evento – là ti coglieranno ‘le tenebre e l’ombra della morte’, dovrai vivere una notte perpetua in perpetui tormenti”.

Preso e rinvigorito da questi pensieri, cerca di rimettersi in cammino, meditando sulla via giusta e sui suoi numerosi errori. Quindi raggiunta la cima si guarda attorno e vede uno spettacolo meraviglioso intorno a sé, mentre la mente va ora alle esigenze del corpo, ora alle meditazioni intellettuali:

Tempus forsan veniet, quando eodem quo gesta sunt ordine universa per-curram, praefatus illud Augustini tui: “Recordari volo transactas foedita-tes meas et carnales corruptiones animae meae, non quod eas amem, sed ut amem te, Deus meus. “Mihi quidem multum adhuc ambigui molestique negotii superest, quod amare solebam, iam non amo; mentior: amo, sed parcius; iterum ecce mentitus sum: amo, sed verecundius, sed tristius; iamtandem verum dix, sic est enim; amo, sed quod non amare amem, quod odisse cupiam; amo tamen, sed invitus, sed coactus, sed maestus et lugens.

 Verrà forse un giorno in cui potrò enumerare (i cambiamenti della mia vita) nell’ordine stesso in cui sono avvenuti, premettendovi le parole di Agostino: ‘Voglio ricordare le mie passate turpitudini, le carnali corruzioni dell’anima mia, non perché le ami, ma per amare te, Dio mio”. Troppi sono ancora gli interessi che mi producono incertezza e impaccio. Ciò che ero solito amare, non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo, lo amo, con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità. E’ proprio così, amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare; amo tuttavia, ma contro voglia, nella costrizione, nel pianto, nella sofferenza. 

Quindi, dopo questa amare meditazione, prende in mano il libercolo che il monaco gli aveva donato, le Confessioni di sant’Agostino:

Quae dum mirarer singula et nunc terrenum aliquid saperem, nunc exem-plo corporis animum ad altiora subveherem, visum est mihi Confessionum Augustini librum, caritatis tuae munus, inspicere; quem et conditoris et donatoris in memoriam servo habeoque semper in manibus: pugillare opu-sculum, perexigui voluminis sed infinitae dulcedinis. Aperio, lecturus quicquid occurreret; quid enim nisi pium et devotum posset occurrere? Forte autem decimus illius operis liber oblatus est. frater expectans per os meum ab Augustino aliquid audire, intentis auribus stabat. Deum testor ipsumque qui aderat, quod ubi primum defixi oculos, scriptum erat: “Et eunt homines admirari alta montium et ingentes fluctus maris et latissimos lapsus fluminum et oceani ambitum et giros siderum, et relinquunt se ipsos.”

 Mentre ammiravo questo spettacolo in ogni suo aspetto ed ora pensavo a cose terrene ora, invece, come avevo fatto con il corpo, levavo più in alto l’anima, credetti giusto dare uno sguardo alle Confessioni di Agostino, dono del tuo affetto, libro che in memoria dell’autore e di chi me l’ha donato io porto sem-pre con me: libretto di piccola mole ma d’infinita dolcezza. Lo apro per leg-gere quello che mi cadesse sott’occhio: quale pagina poteva capitarmi che non fosse pia e devota? Era il decimo libro. Mio fratello, che attendeva per mia bocca di udire una parola di Agostino, era attentissimo. Lo chiamo con Dio a testimonio che dove dapprima gettai lo sguardo vi lessi: “E vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le anmpie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi”.

Tali parole suscitano grande impressione nell’animo del poeta che lo porta a pen-sare a quanta fatica occorre per raggiungere la verità di Dio. Senza una parola scende e mentre i servi attendono alla cena, si ritira per scrivere al monaco queste righe in cui rievoca il viaggio.

E’ chiaro che questa epistola, pur conservando un valore di testimonianza, ne abbia uno morale: infatti, esso si struttura come un vero e proprio exemplum in cui il poeta mostra l’episodio come metafora di un viaggio di salvezza. Non per niente tale viaggio si struttura anch’esso, come quello di Dante, verso l’alto, descrivendo anche lui la classica opposizione basso-peccato, alto-salvezza. Non è un caso che a raggiungere prima la vetta sia il fratello, uomo deciso, senza ambiguità, che ha scelto la vita reli-giosa e che cammina dritto verso la meta (la beatitudine), di contro alle indecisioni, al-le difficoltà di Francesco, che cerca vie più brevi per raggiungere Dio. Ma quello che emerge è che nel finale noi non avremmo alcuna decisione. Se infatti Agostino confes-sa la difficoltà, ma nella necessità della scelta verso Cristo, Petrarca confessa a sua volta la sua indecisione, la sua difficoltà, il suo amare/non amare dal quale non riesce ad uscire. Egli vorrebbe essere come Gherardo, ma sa che per far ciò, occorre una forte volontà, e sa, altrettanto, che tale volontà gli manca.

Altra grande Epistula è quella della Posterità, in cui Petrarca disegna un suo ritratto morale da lasciare a chi verrà dopo di lui. Ne riportiamo un breve passaggio in cui de-scrive i suoi amori letterari verso le Sacre Scritture e la storiografia classica. Vi è qui disegnato il passaggio dall’età giovanile a quella matura, sottolineato dalla preferenza a meditazioni più serie rispetto alla lirica.


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