La vita al tempo del fascismo

La vita al tempo del fascismo

La vita al tempo del fascismo


A partire dal 1922, per poco più di un ventennio, gli italiani vivono sotto la dittatura fascista. Per la maggioranza di essi ciò significa cambiare obbligatoriamente modo di comportarsi, di vestirsi, di parlare, di riunirsi, di studiare. L’ideologia fascista vuole che gli italiani diventino nazionalisti e più militaristi. Perciò non sono amati gli abiti borghesi, a cui vengono preferite divise e stivali. Il fascismo diventa pretesto anche per i momenti ludici, come possono essere i giochi con le carte. Ne viene commercializzato un tipo di mazzo composto da quaranta carte simili a quelle cosiddette napoletane. L’unica differenza sta nel fatto che al posto dei quattro semi classici (fiori, picche, cuori e quadri o bastoni, coppe, denari e mazze) vi sono i simboli del fascio, del gladio, dell’aquila, e della M (iniziale del cognome del duce).

Il saluto romano 

L’aspetto fisico del perfetto fascista prevede il volto sbarbato e il corpo asciutto, mantenuto tale da una vita attiva e sportiva. Il modo di camminare deve dare l’impressione di sicurezza: i movimenti devono essere scattanti e veloci. Il fascista ha anche un proprio modo di salutare: con braccio e mano tesa in avanti: è il cosiddetto saluto romano, obbligatorio nelle circostanze ufficiali e nelle parate. La donna fascista ideale deve avere un fisico prestante, essere moglie e madre di tanti figli e deve restare a casa per dedicarsi a loro. Può solo sognare e svagarsi canticchiando Se potessi avere mille lire al mese…, e ascoltare alla radio i virtuosismi del trio Lescano, in auge all’epoca – e, a quanto pare, apprezzato dallo stesso Mussolini – prima di cadere in disgrazia a causa dell’origine ebrea della loro madre. Viene scoraggiato il trucco e gli abiti, partendo da uno stile che riprendeva la moda francese degli anni ’20, vengono via via modificati per seguire le indicazioni del regime, che spingeva per il recupero delle caratteristiche degli abiti tradizionali delle regioni italiane.

L’educazione dei giovani 

A quattro anni un bambino italiano diventa figlio della lupa e indossa la sua prima camicia nera, che è l’indumento più rappresentativo dei fascisti. A otto diventa balilla e a quattordici avanguardista . Analogamente le ragazze, dopo essere state figlie della lupa, sono organizzate prima nelle piccole italiane e poi nelle giovani italiane. A loro si richiedono soprattutto esibizioni ginniche. Gli studenti universitari vengono organizzati nei Gruppi Universitari Fascisti (Guf). L’educazione fisica e lo sport diventano un fenomeno di massa: tutti sono sollecitati a praticare l’attività fisica. Ogni sabato, il sabato fascista, vi sono riunioni, inquadrate nelle attività del partito, per fare sport, per mantenersi in forma, per dare sfoggio della propria abilità. I ragazzi fanno volteggi, maneggiano il moschetto, si lanciano attraverso cerchi di fuoco. Le ragazze, in camicetta bianca e gonna nera, fanno roteare cerchi, clave, bandiere e si esibiscono nella corsa e nel salto. Le attività sportive vengono regolate nel 1928 all’interno del Comitato olimpico nazionale italiano (CONI). Nel piano di inquadramento del tempo libero rientrano anche il Dopolavoro nazionale e le numerose agevolazioni per viaggi e svaghi collettivi. Il matrimonio con molti figli è favorito in tutti i modi. I padri con famiglie numerose ricevono salari maggiori, le madri sono premiate con nastri, diplomi, medaglie d’argento e d’oro. Alle nuove coppie vengono fatti prestiti pubblici che devono essere restituiti allo stato solo se non nascono figli o se ne nascono pochi. Essere celibi è un ostacolo alla carriera ed è un impedimento assoluto alla promozione per gli impiegati dello Stato. Tutti gli uomini non sposati dovevano pagare una tassa sul celibato.

L’USO DEI NOMI

Anche sui nomi e sulle parole il fascismo impone la sua ideologia nazionalistica. Gli Italiani sono invitati a far uso di termini nuovi, purché genuinamente italiani, in sostituzione di quelli di origine straniera o che sembrano tali. Tutto ciò che è straniero è infatti visto come ostile, nemico, non patriottico. Anche a molti cognomi, terminanti con una consonante, viene aggiunta una vocale finale per renderli foneticamente “più italiani” (esempio Donadel, diventa Donadelo), i  bar si trasformano in mescite o quisibeve e i sandwich in tramezzini (termine poi entrato nell’uso comune e mantenuto anche dopo la caduta del regime), il club del tennis diventa la consociazione della pallacorda, il tessuto di cashmere casimiro e il film filmo, l’alcool diviene l’alcole. Il fascismo tenta – ma senza successo – di abolire l’uso della stretta di mano e di imporre l’uso del voi, al posto del lei, nella lingua parlata. Totò una volta nel novembre 1934, durante uno spettacolo di rivista al teatro Quattro fontane di Roma, si prese gioco del duce dicendo “Se ci fosse Galivoi…”. Il suo intercolutore dice sorpreso “Galivoi?” “Si, sa il lei è abolito”.

La censura 

Dal 1925 ufficialmente si instaura la dittatura. Il fascismo nel corso degli anni radicalizza le sue posizioni censurando sempre di più la libertà di opinione e perseguendo coloro che criticano il governo, esprimendo opinioni diverse dal pensiero ufficiale. Nei primi anni, vi erano alcuni giornali di piccola tiratura che, pur fascisti andavano un po’ controcorrente, alcuni più nazionalisti, altri più socialisti, altri ancora esprimevano le proprie critiche verso l’avvicinamento al nazismo; e proprio questo avvicinamento sembra essere la spiegazione di alcune radicalizzazioni e della nascita del razzismo fascista. Ai media (al tempo di fatto solo radio e carta stampata) venne imposto di parlare il meno possibile di fatti di cronaca nera e di crimini in genere e, in quei casi in cui fosse stato impossibile omettere la notizia, era chiesto di minimizzarla il più possibile. Questo serviva per garantire un falso senso di sicurezza nell’opinione pubblica, che percepiva l’assenza di notizie di questo tipo come l’assenza del tipo di atti a cui si riferivan. Ad esercitare il potere di censura sulla stampa, mediante stringate direttive diramate alle redazioni (le famose veline) è il potente Ministero della Cultura Popolare, la cui abbreviazione telegrafica “minculpop” verrà mutuata nel linguaggio giornalistico italiano per definire, dopo il fascismo, persone ed uffici che tentano a vario titolo di censurare articoli e opinioni. Con la riforma elettorale viene abolito il voto segreto: alle elezioni ci si deve esprimere con un sì o con un no alle proposte del governo, scegliendo una scheda del “sì” che all’esterno è tricolore oppure una scheda del “no” che è tutta bianca. L’aspetto più vistoso della violenza fascista contro gli oppositori si manifesta con le famose manganellate e la costrizione a bere un’abbondante dose di olio di ricino che causava in qualche caso una violenta disidratazione del corpo.  Ma le intimidazioni e le violenze vanno ben oltre. La polizia politica, l’OVRA è attivissima contro gli antifascisti che vengono giudicati e condannati da un tribunale speciale. Sono proibite le riunioni di più di tre persone sia nei luoghi di lavoro che nei ritrovi pubblici (questo era già proibito formalmente dallo Statuto Albertino, ma largamente tollerato). Gli ebrei, in seguito a leggi razziali del 1938, sono esclusi da incarichi pubblici, viene loro proibita la proprietà terriera oltre i 50 ettari e viene imposta la separazione razziale nella scuola ed il divieto di iscriversi all’università, ad eccezione delle famiglie dei caduti o per altri meriti speciali. Numerosi sono i detenuti politici confinati in piccole isole o in piccoli paesi lontani dalla regione in cui vivono, tra questi Carlo Levi. Molti italiani sono costretti a prendere la via dell’esilio, tra questi Ignazio Silone, Sandro Pertini . Molti altri non furono così fortunati e pagarono con la vita la difesa delle proprie idee.


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