LA TRAGEDIA DI ERMENGARDA

LA TRAGEDIA DI ERMENGARDA

AA.VV., Dal testo alla storia, dalla storia al testo, vol. III *
Paravia 1993, pp. 533 e 537.


Ermengarda vive soprattutto nella scena I dell’atto IV (dialogo con la sorella Ansberga e delirio), che si conclude con il coro.

La scena è costruita con grande sapienza drammatica e psicologica: l’eroina compare distaccata dalle cose del mondo e protesa verso la liberazione che attende dalla morte; ma in realtà la passione per il marito e il trauma per il ripudio non sono sopiti, ed affiorano attraverso successivi indizi: anzitutto dichiara di voler far giungere a Carlo un messaggio di perdono, poi chiede di poter conservare nella tomba l’anello nuziale, infine enuncia la speranza che, una volta morta, Carlo, pentito, voglia chiederne la spoglia. Ma l’amore, taciuto e quasi nascosto anche a se stessa, emerge in tutta la sua violenza quando Ansberga le comunica che Carlo è convolato a nuove nozze: allora precipita nel delirio e confessa apertamente la sua gelosia (“Scacciate quella donna, o scudieri!” ; “Carlo!…, lancia a costei quel tuo sguardo severo”), il suo amore intenso e sconvolgente (“Amor tremendo è il mio. Tu nol conosci ancora; oh!, tutto ancora non tel mostrai: tu eri mio…”).

E’ qui descritto un grande conflitto psicologico, che è nuovo nella tradizione tragica: c’era l’antecedente di contrasti interiori determinati da passioni impossibili perché incestuose, colpevoli (si pensi a Fedra di Racine o a Mirra di Alfieri), ma la novità di Manzoni sta nell’aver scoperto la possibilità del tragico in una passione pienamente legittima perché nasce nel campo dell’amore coniugale[3].

E dunque la tragedia di Ermengarda è, in un certo senso, doppia: da una parte è vittima innocente, come il fratello, della ragion di Stato, ma dall’altra è anche vittima di una passione potente e sconvolgente (“amor tremendo è il mio”) che la sua stessa coscienza (di creatura fragile, eterea e virginale) non riesce a comprendere ed accettare.

L’esito non può essere che mortale: e la morte non solo renderà giustizia ad una innocente (è il motivo della “provida sventura”), ma le consentirà di riacquistare quella pace interiore che l’urto con la passione terrena aveva contaminato (così nel coro: “Muori; e la faccia esanime / si ricomponga in pace; / com’era allor che improvida / d’un avvenir fallace, / lievi pensier virginei / solo pingea” ).

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