LA STORIOGRAFIA LATINA LIVIO

LA STORIOGRAFIA LATINA LIVIO

LA STORIOGRAFIA LATINA LIVIO

Vita e opera

La vicenda biografica di Livio si situa nella fase acuta della crisi che porta al cambiamento politico ed istituzionale: la lunga fase delle guerre civili, il secondo triumvirato e l’ascesa di Augusto. Comincia a scrivere la sua opera dopo la battaglia di Azio, quindi in pieno clima di pax Augustea. Eppure – pur provenendo da nobile famiglia – lo storico non partecipò alla vita pubblica, quindi si pone in un’ottica differente da Sallustio, Cesare e Catone (il Censore, che aveva scritto le Origines).

Tuttavia, venuto a Roma, si guadagnò notevole prestigio, divenendo amico di Augusto e poi precettore di Claudio, di cui intese ed assecondò la propensione alla storiografia. I suoi interessi si rivolsero dapprima alla filosofia, ma ben presto (27-25 a.C.) si concentrarono interamente sulla sua opera storica.

Livio scrisse una monumentale opera storica in 142 libri (ma forse il piano originario doveva comprenderne 150): Ab Urbe condita libri (“Libri dalla fondazione di Roma”, secondo la tradizione manoscritta, dallo stesso autore chiamati invece “annales” [con riferimento alla divisione interna del materiale anno per anno] o semplicemente “libri”), che prendeva appunto le mosse dalla fondazione di Roma fino al 9 a. C. o, forse, al 9 d. C., anno della morte di Druso, fratello di Tiberio, in una spedizione militare.

Il metodo storiografico

1. La struttura annalistica

Egli, in effetti, riprende la struttura annalistica, e tratta ogni anno in maniera sinottica, dilatando l’ampiezza della narrazione man mano che si avvicinava all’epoca contemporanea, secondo le aspettative dei lettori. Il piano della sua narrazione è sì impostato sull’ordine cronologico, ma egli seppe introdurre, in quello che poteva risultare un andamento monotono, varie parentesi drammatiche, episodi che formano quadri naturali.

Il filo narrativo è spesso interrotto da discorsi, ed è difficile dire se sono un prodotto di pura fantasia o se trovano sostegno in qualche fonte documentaria più o meno fedele. Si può ipotizzare che la proporzione fra verità e invenzione varia secondo le date dei discorsi. Le opere più antiche, probabilmente, non si fondano su documenti davvero autentici, mentre è probabile che le orazioni più recenti, pronunciate da questo o quell’illustre personaggio del II o anche del III secolo a.C., fossero conservate più fedelmente. Lo stesso vale per gli avvenimenti. Il quadro dei primi secoli di Roma è più “restaurato”, ma è anche più semplice e, in una certa misura, più direttamente epico di quello riguardante la storia più vicina.

2. Le fonti

Per lo più utilizzò fonti secondarie, cioè opere di storici, come Polibio, ma anche di poeti come Ennio e Nevio. Ne derivano gli accenti leggendari, ma non inventati da lui, che spesso costellano gli avvenimenti, soprattutto della Roma arcaica.

Mai sentì il bisogno di accertare in maniera oggettiva la veridicità o l’attendibilità delle fonti. Avrebbe potuto, ad esempio, consultare documenti diretti, che avrebbe potuto avere a disposizione (come poi farà Tacito consultando gli acta Senatus, gli acta diurna, …), ma, alla luce delle molte imprecisioni contenute nella sua ricostruzione storica, sembra che mai lo fece.

3. Le finalità

Livio mantiene – alla pari con Sallustio e la maggior parte degli storici romani – un intento moralistico e pedagogico: celebrare la storia di Roma, mettendo in luce qualità morali e spirituali del populus Romanus, perché imparino i cives di oggi.

La corruzione dell’originaria virtus romana è avvenuta molto tardi e non per colpa di una sola parte sociale (come, invece, diceva Sallustio). Infatti espone la storia per exempla illustri, capaci di stimolare alla pietas, alla fides e all’humanitas.

Non ha un’approfondita filosofia della storia: Roma è nata per volontà degli dei; accetta i miti legati a Roma, perché nascondono precisi significati.

Crede ed invita a credere alla religiosità tradizionale, che – insieme alla virtus – ha assicurata a Roma l’esser caput mundi.

Lo stile

Come mantenere sempre vivo l’interesse del lettore? Tale esigenza di essere sempre interessante nasce dal fine dell’opera.

Segue la storiografia drammatica o tragica: disporre il racconto per suscitare emozioni attraverso ritratti, discorsi e la teatralizzazione delle sequenze narrative:

a) il ritratto incarna ideali astratti in fisionomie umane emblematiche, che divengono così paradigmi di passione;

b) i discorsi sono ricostruiti in modo fantasiosi per far trapelare i segreti moventi delle zaioni e le passioni più intime;

c) racconta “per quadri”, raccordando e alternando scene di massa e di singoli; meravigliando con il deus ex machina; particolareggiando su un duello, un suicidio, …

Infine, nella scrittura, Livio si contrappone alla tendenza di Sallustio, avvicinandosi piuttosto allo stile vagheggiato da Cicerone per la storiografia: la lactea ubertas – come la definì Quintiliano – consisteva così in una prosa ampia, fluida e luminosa, senza artifici e restrizioni, di limpida chiarezza (candor).