LA SERA FIESOLANA ANALISI

LA SERA FIESOLANA ANALISI

di Gabriele D’Annunzio da Alcyone

 

La sera fiesolana è stata composta nell’estate del 1899, costituendo la prima tessera della complessa struttura di Alcyone, la principale raccolta poetica dannunziana che sarà pubblicata nel 1903.

L’itinerario del poeta (sia nella Sera che in tutta la raccolta) è al tempo stesso fisico, lirico e “spirituale”: la sua poesia rievoca, con gusto letterario ed arcaizzante, l’esperienza di San Francesco d’Assisi (che diventa anche motivo per la scelta del genere della lauda) e il mondo dello Stilnovismo trecentesco.

Lo stile del componimento si modella sul Cantico delle Creature, da cui si riprende il motivo “Laudato si’, mi’ Signore”.

Metro

Tre strofe di quattordici versi con metri differenti (endecasillabi, novenari, settenari, quinari, ma anche versi di dodici e tredici sillabe che, nella scelta di D’Annunzio di ispirarsi alla prosodia greca, possono essere equiparati a degli endecasillabi).

Dopo ogni strofa si trova una lauda in tre versi alla sera.

Il componimento è fitto di rime liberamente distribuite nel testo.

Le rime della lauda sono riprese negli ultimi versi della strofa precedente.

La raffinata struttura metrica è poi movimentata da complessi giochi fonici e ritmici (tra cui si individuano molte allitterazioni ed enjambements).

Ci sono anche allitterazioni ai vv.1-2 (Fresche…sera…sien…fruscio…fan… foglie).

La ripetizione della preposizione “su” seguita dall’articolo, nella sequenza

descrittiva dei vv.22/30, ha lo scopo di riprodurre il ticchettio leggero

delle gocce di pioggia sulle piante.

Numerose assonanze e consonanze.


Fresche le mie parole ne la sera

ti sien come il fruscìo che fan le foglie del gelso ne la man di chi le coglie silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta su l’alta scala che s’annera contro il fusto che s’inargenta

con le sue rame spoglie

mentre la Luna è prossima a le soglie

cerule e par che innanzi a sé distenda un velo ove il nostro sogno si giace

e par che la campagna già si senta

da lei sommersa nel notturno gelo

e da lei beva la sperata pace

senza vederla.

Laudata sii pel tuo viso di perla,

o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace l’acqua del cielo!

Dolci le mie parole ne la sera

ti sien come la pioggia che bruiva

tepida e fuggitiva,

commiato lacrimoso de la primavera,

su i gelsi e su gli olmi e su le viti

e su i pini dai novelli rosei diti

che giocano con l’aura che si perde,

e su ’l grano che non è biondo ancóra

e non è verde,

e su ’l fieno che già patì la falce

e trascolora,

e su gli olivi, su i fratelli olivi

che fan di santità pallidi i clivi

e sorridenti.

Laudata sii per le tue vesti aulenti,

o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce il fien che odora!

Io ti dirò verso quali reami

d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti

eterne a l’ombra de gli antichi rami

parlano nel mistero sacro dei monti;

e ti dirò per qual segreto

le colline su i limpidi orizzonti

s’incùrvino come labbra che un divieto

chiuda, e perché la volontà di dire

le faccia belle

oltre ogni uman desire

e nel silenzio lor sempre novelle

consolatrici, sì che pare

che ogni sera l’anima le possa amare

d’amor più forte.

Laudata sii per la tua pura morte,

o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare le prime stelle!


PARAFRASI

Le mie parole siano (ti sien) per te [il Poeta si rivolge alla donna amata accanto a lui], nella sera, fresche (Fresche le mie parole: sinestesia, dato uditivo per immagini visive) come ( similitudine) il rumore che fanno le foglie del gelso nelle mani dell’uomo che le coglie silenzioso attardandosi in questo lavoro paziente (ancor s’attarda a l’opra lenta), la lunga scala appoggiata all’albero appare sempre più scura (s’annera) e il tronco diventa argentato

(s’inargenta) alla luce della luna, con i suoi rami spogli (rame spoglie – l’uso del femminile è toscano) mentre la Luna (personificata) è giunta quasi al limite dell’orizzonte azzurro-pallido (le soglie cerule) e sembra che distenda un velo [il chiarore della luna che sorge è come un velo, cioè un incanto, qualcosa che. Invita il poeta e la donna all’abbandono del sogno; l’immagine è impalpabile, indefinibile] dove il nostro sogno (l’illusione amorosa equivalente alla “favola bella” della Pioggia nel pineto v.29) si abbandona (giace) e sembra che la campagna si senta da lei (dalla luna) sommersa nel fresco della notte (nel notturno gelo – richiama Dante, Inferno, II, v.127) e da lei abbia il refrigerio tanto atteso (sperata pace) senza vederla (perché non è ancora completamente sorta).

Tu (La Sera) sia lodata (Laudata sii: citazione dal Cantico di frate sole di San Francesco) per il tuo viso di perla (personificazione: la luna è quasi una Vergine duecentesca dal “viso di perla“) e per gli occhi umidi (pozzanghere) dove si raccoglie silenziosa (si tace) l’acqua del cielo.

[La nuova strofa è in parallelo con la prima cambia solo l’apertura: Dolci anziché Fresche]

Le mie parole ti siano dolci (Dolci le mie parole: sinestesia, gusto-udito) nella sera come la pioggia che crepita leggera (la pioggia che bruiva cadendo sul fogliame produce un lieve crepitio, bruiva è un francesismo scelto per la valenza fonica ) tiepida (tepida = perchè quasi estiva) e di breve durata (fuggitiva), un addio tra le lacrime (commiato lacrimoso, è giugno la primavera sta finendo) della primavera sui gelsi, sugli olmi e sulle viti e sui nuovi aghi dei pini (i pini…diti = le gemme dei pini sono comparati a dita umane) che giocano con la brezza che passa leggera e subito si dilegua (l’aura che si perde) e sul grano che non è ancora giallo e maturo ma non è neppure verde e acerbo (non è biondo- non è verde) e sul fieno falciato (patì la falce) e ingiallisce seccando (trascolora) e sugli olivi, sui fratelli olivi (detti francescanamente) che rendono i colli (clivi) di un colore pallido (simile al pallore dei santi) e luminoso (sorridenti).

Lodata sii per i tuoi abiti odorosi (vesti aulenti = per i profumi che sprigiona la natura), o Sera, e per la cintura che ti cinge (cinto che ti cinge: allude alla linea dell’orizzonte che circonda il cielo) come (similitudine) il ramo di salice cinge i fasci di fieno (il salce…fien) tagliato che odora.

Io ti svelerò verso quali regni d’amore ci chiami l’Arno (il fiume) le cui sorgenti perenni (eterne) tra piante antiche e ombrose (l’ombra degli antichi rami) raccontano (parlano: si riferisce al mormorio delle sorgenti) nel mistero sacro dei monti; e ti dirò per quale misteriosa ragione (per qual segreto) le colline sullo sfondo del limpido orizzonte disegnano una curva che ricorda la curva di labbra umane (s’incúrvino come labbra) impedite a parlare (un divieto chiuda) ma nello stesso tempo animate da un’ansia di parlare (volontà di dire) e di svelare il loro segreto che le rende belle al di là di ogni umano desiderio (desire) e per coloro che le osservano, le colline recano un conforto sempre nuovo (sempre novelle consolatrici), nel loro silenzio, così che sembra che ogni sera l’anima le possa amare di un amore sempre più intenso.

Tu sia lodata per il tuo dileguarti nella notte che arriva (la tua pura morte), o Sera, e per l’attesa (della notte) che susciti e che fa accendere in te le prime stelle.

Note

1 La “lauda” è un genere poetico medievale, di tematica religiosa e carattere popolare, con accompagnamento musicale; tendenzialmente, la “lauda” aveva uno sviluppo lirico-narrativo. Uno degli esponenti maggiori di questo genere – e della poesia religiosa del Medioevo – fu Jacopone da Todi (1233ca. – 1306), di cui una delle “laude” più note è Donna de Paradiso.

2 Nell’antichità classica l’antifona (termine che nel latino tardo antiphōna, -ae indica un suono che giunge in risposta di un altro) identifica un canto eseguito a due voci; successivamente, nella liturgia cristiana, la voce è venuta a identificare il canto preposto ad un salmo, per sottolinearne in maniera più efficace il contenuto e il messaggio.

Verso 1 Fresche le mie parole: la sinestesia, unendo due sfere sensoriali differenti (il tatto e l’udito) indica da subito come la poesia dannunziana di Alcyone voglia sintetizzare l’esperienza di fusione con la Natura e l’immersione totalizzante in un paesaggio sia fisico che letterario.

Versi 1 e 2 fresche le mie parole ne la sera ti sien come il fruscìo che fa le foglie: evidente nei primi due versi della poesia l’attenzione di D’Annunzio per la dimensione fonico-onomatopeica del suo testo (il nesso – fr – serve appunto a riprodurre il rumore scricchiolante delle foglie del gelso, mentre la sibiliante – sreplica il suono quasi impercettibile del vento tra i rami).

Verso 3 chi le coglie silenzioso: si tratta di uno dei frequenti enjambements della Sera fiesolana che, più che spezzare il ritmo del discorso poetico, lo fanno distendere sulla misura ampia dei versi, come se quello del poeta fosse un unico ed ininterrotto canto di lode alla meraviglia del creato.

Verso 7 rame: toscanismo (che si sposa bene con l’ambientazione del canto) per indicare, al femminile, i “rami” della pianta.

Versi 8-9 soglie cerule: si noti in questi versi (vv. 5-9) l’attenzione ai colori, le ombre e le sfumature della scena e del momento della giornata: stanno scendendo le tenebre, così che la prima luce lunare fa argentare i tronchi dei gelsi (che di per sé sono già chiari) mentre l’orizzonte è ancora illuminato dall’ultima luce del giorno, e trascolora verso l’azzurrino.

Verso 13 beva la sperata pace: nella metafora si paragona il calare della notte , invocata dal poeta come condizione prediletta per il “sogno” (v. 10) suo e dell’amata, con la soddisfazione della campagna di dissetarsi dopo una calda giornata.

Verso 15 Laudata sii pel tuo viso di perla, o Sera: nell’apostrofe alla Sera (che ritorna nelle antifone ai vv. 33-34 e 49-51), si può notare, oltre alla personificazione e al recupero del modello francescano del Cantico delle creature, anche una citazione dantesca, dalla canzone Donne ch’avete intelletto d’amore (v. 47: “Color di pelle ha quasi […]”) testo fondamentale della Vita nova e dello Stilnovismo.

Verso 21 La pioggia, che cade per poco tempo e quasi piacevole nel suo tepore, è paragonata a una forma di commiato della Primavera, che lacrima per l’addio imminente; in più si noti la similitudine tra le parole del poeta che vuole siano fresche e la freschezza della pioggia L’umanizzazione della Natura, già iniziata con la “Luna” (v. 8) nella prima stanza, prosegue qui estendendosi alle stagioni e al paesaggio descritto nei versi successivi.

Verso 23 È qui presente una tipica tecnica dello stile dannunziano: l’elenco protratto di termini in polisindeto, spesso attinti da vocabolari (anche settoriali o specialistici), per mostrare la ricchezza delle risorse della propria poesia e la sua capacità di nobilitare con il verso ogni aspetto della realtà. Il fine non è quello della rappresentazione realistica, ma quello dell’evocazione di immagini da legare tra loro in maniera analogica. Questo procedimento tornerà sia nella Pioggia nel pineto che in romanzi come Il piacere o Il fuoco.

Verso 24 pini dai novelli rosei diti: altra personificazione di un elemento naturale, le cui dita sono rosate poiché i germogli di colore chiaro.

Verso 29 fratelli olivi: in questa personificazione degli ulivi è chiara la matrice francescana; l’ulivo è simbolo di pace, mentre l’aggettivo richiama il Cantico delle creature o Cantico di Frate sole, dove si ringrazia Dio per “frate vento” e “frate focu”.

Versi 30 e 31 che fan di santità pallidi i clivi e sorridenti: in questi versi si può notare una anastrofe, che spezza l’ordine naturale della frase. Le colline fiesolane appaiono “sante” perché ricoperte di ulivi, e “pallide” per i riflessi argentati delle foglie delle piante.

Verso 33 pel cinto: la cintura che stringe la sera è quella dell’orizzonte, cioè le “soglie cerule” dei vv. 8-9.

Verso 35 Io ti dirò: nell’ultima stanza prima dell’antifona conclusiva, il poeta-vate svela l’obiettivo del suo stesso canto; questo deve rivelare (innanzitutto all’amata Ermione) il “mistero sacro” (v. 38) e il “segreto” (v. 39) che si celano in quei luoghi – le colline fiesolane in cui scorre l’Arno – così cariche di storia, di suggestioni letterarie e dei valori eterni dello spirito.

Il recupero delle fonti francescane e stilnovistiche e la loro imitazione virtuosistica da parte del poeta sono allora lo strumento per riaffermare la capacità della propria poesia di celebrare la bellezza (come si dirà più avanti ai vv. 42-44: “perché la volontà di dire | le faccia belle | oltre ogni umano desire”) e consolare l’animo degli uomini (vv. 45-46: “[…] lor sempre novelle | consolatrici”).