LA SCAPIGLIATURA APPUNTI

LA SCAPIGLIATURA APPUNTI

LA SCAPIGLIATURA


Tra gli anni 1860 e 1870 cresceva sempre più in Italia il movimento di opposizione alla tradizionale letteratura consolatoria e al costume di vita borghese. Si intendeva reagire ai luoghi comuni di una retorica patriottarda, al romanticismo svenevole, alle degenerazioni de manzoniani, per cui un gruppo di letterati si richiamava ad esperienze maturate fuori dei confini nazionali accogliendo il concetto di poesia come il punto più alto dell’esercizio sia conoscitivo sia pratico, prediligendo l’onirico e il favoloso, esaltando l’abnorme e il patologico, dilettandosi del funereo e del macabro, proponendo i modelli di un’esistenza bruciata dal vizio e dalle sregolatezze.

Questi propositi si formulavano senza gli essenziali supporti teorici e si perseguirono, più che altro, per il gusto dell’eccentrico e del trasgressivo; tuttavia sul piano realistico si pose l’esigenza di una letteratura non aulica, si utilizzò il parlato quotidiano, si ironizzò sull’ipocrita tranquillità del vivere borghese, si condivisero le sofferenze e le attese del proletariato.Questi letterati, accomunati dalla volontà di contestazione e di ribellione alla cultura nazionale e al perbenismo borghese, vengono compresi nel movimento artistico e letterario che va sotto il nome di “Scapigliatura”. Il termine deriva dalla libera traduzione di “boheme”, ossia “vita da zingari”, adoperato per designare la vita disordinata e anticonformista degli artisti parigini descritta nel romanzo di Henry Murger (1822-61), “scenes de la vie de boheme” (scene della vita di boheme). Il romanzo di Cletto Arrighi, “La Scapigliatura e il 6 febbraio”, tratta esplicitamente sotto il nome di Scapigliatura l’ambiente disordinato e inquieto dei giovani artisti milanesi antiborghesi e antiromantici tanto nelle lettere quanto nel costume. La contestazione muoveva contro il provincialismo della nostra cultura risorgimentale, contro il romanticismo languido ed epidermico del Prati e dell’Aleardi, contro le ristrettezze politiche del conservatorismo, contro il moralismo ipocrita e piagnone della vita nazionale.

La realtà si presentava agli scapigliati non più come un processo progressivo e compatto, ma come un paesaggio frantumato e contraddittorio, perennemente instabile e profondamente insidiato dal male e dal disordine. Di fronte agli aspetti salienti della modernità, il progresso economico, quello scientifico e tecnico, gli scapigliati assumono un atteggiamento ambivalente: da un lato il loro impulso originario di repulsione e orrore, come è proprio dell’artista, che si attacca a quei valori del passato, la bellezza, l’arte, la natura, che il progresso va distruggendo; dall’altro lato, però, rendendosi conto che quegli ideali sono ormai perditi irrimediabilmente, essi si rassegnano, delusi, a rappresentare il “vero”, gli aspetti più prosaici della realtà presente, anche quelli più brutalmente materiali. Gli scapigliati definiscono questo atteggiamento “dualismo”. Essi di sentono divisi tra ideale e vero, bene e male, vizio e virtù.

E la loro opera è proprio l’esplorazione di questa condizione di incertezza, di disperazione esistenziale.La Scapigliatura predilesse gli aspetti veri e realistici, quotidiani e squallidi, desolati e abietti della realtà; evocò ambienti equivoci e maledetti, tinte fosche e macabre, colori spogli e terrei, temi pessimistici e patologici, scetticismo doloroso e pessimismo contagioso, noia del vivere compiacimento dei propri tormenti o ribellione contro le convenzioni e le regole etico sociali più per atteggiamento declamatorio o per ostentazione anticonformista che per esigenza innovativa.

Il movimento artistico letterario si affermò a Milano, principalmente, e a Torino nel decennio 1860-1870, per cui si parla di una scapigliatura milanese e di una scapigliatura piemontese. Il loro nume tutelare è Baudelaire, il poeta che ha cantato l’angoscia della vita moderna nelle grandi metropoli, la lacerazione che si produceva tra lo “spleen”, il vuoto e il disgusto di questa vita e l’irraggiungibile ideale. Gli scapigliati con il loro culto del vero, con l’attenzione a ciò che è patologico, orrido e deforme, e con il loro proposito di analizzarlo con la crudeltà impietosa dell’anatomista, introducono in Italia il gusto del nascente naturalismo. Ma gli scapigliati non arrivano, attraverso una scelta irrazionalistica, ad aprire veramente nuovi orizzonti conoscitivi, quelli invece che il decadentismo europeo ed italiano saprà poi esplorare; di conseguenza non arrivano neppure ad una radicale rottura con il linguaggio del passato.

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