La poetica alfieriana

La poetica alfieriana

autobiografismo con tratti di classicismo e preromanticismo

L’autobiografismo è uno degli elementi principali che contraddistinguono l’intera opera alfieriana, in prosa e in versi. L’attenzione verso il proprio io, le proprie emozioni, il proprio mondo interiore (materia prima della Vita) sono presenti anche nei componimenti in versi di Alfieri (le Rime) ed in lavori apparentemente lontani dalla finalità autobiografica, come le tragedie. Forse anche per questo motivo, l’opera dichiaratamente autobiografica – la Vita – è quella che sembra meglio sopravvivere al trascorrere del tempo, a scapito della produzione tragica, oggi rappresentata molto di rado.

Per quanto riguarda in particolare le tragedie, se si confrontano i caratteri dei personaggi con i tratti salienti della personalità alfieriana (l’odio verso i tiranni, il desiderio di libertà, la solitudine, l’inquietudine, l’insofferenza verso i limiti, il desiderio di eroismo estremo, la forte passionalità), si comprende che i primi (i caratteri dei personaggi) non sono forse altro che personificazioni dei sentimenti, degli ideali e delle inquietudini della seconda (la personalità alfieriana). Nelle tragedie alfieriane affiora il tormento esistenziale del poeta, accanto ad un radicale rifiuto di ogni costrizione o imposizione; nella rappresentazione della tirannide e dei suoi oppositori Alfieri sembra realizzare la personificazione di conflitti contenuti dentro la sua mente, quasi che, dando loro voce e figura umana, riesca in qualche modo a comprendere e gestire sentimenti e sensazioni altrimenti confusi e inconoscibili.

Di natura autobiografica sono anche le Rime. Come nel Canzoniere di Petrarca, l’io del poeta è sempre presente in primo piano, anche se in Alfieri questo fatto si carica di un estremismo sconosciuto a Petrarca; il paesaggio è sempre espressione dello stato d’animo soggettivo del poeta; i contenuti sono le sue inquietudini, i suoi dissidi interiori, che però rimangono al livello di gridi e singhiozzi a sé stanti, senza trovare l’ordinamento ben congegnato del Canzoniere petrarchesco.

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Un altro elemento costante nella produzione alfieriana è il riferimento ai modelli classici. Il classicismo è una connotazione distintiva degli intellettuali del Settecento, dall’Arcadia all’Illuminismo e al Neoclassicimo: da un lato ha una funzione anti-barocca; dall’altro è il segno di una esigenza di ordine di impronta razionalistica; dall’altro ancora è frutto di un ideale e nostalgica tensione alla ri-creazione dei modelli antichi di bellezza e armonia. Il classicismo di Alfieri è in parte diverso da quello della sua epoca: per il poeta, riprendere i classici significa identificarsi con un mondo di grandi personalità, come Cesare, Bruto, Catone. Di essi non interessano tanto la concreta figura storica e le reali vicende, quanto la vigorosa affermazione di se stessi contro la storia, contro i tiranni e contro la banalità del vivere. E’ sui singoli personaggi, infatti, che si incentrano le tragedie alfieriane, sui loro drammi individuali, esclusivi, portati all’estremo, e sul loro scontro con la realtà concreta e banale dell’esistenza e con le leggi sociali. E’ significativa, nel classicismo alfieriano, la predilezione per le opere di Plutarco: in esse, il poeta trova un mondo classico completamente mitizzato, l’unico possibile sfondo in cui ambientare personaggi di altissimo profilo morale, capaci di azioni eroicamente assolute.

La formulazione più organica e completa della poetica alfieriana è contenuta nel trattato Del principe e delle lettere. Di fronte alla massa degli schiavi passivamente asserviti alla tirannia e colpevoli, inoltre, di scarsa sensibilità, si staglia la figura di uno scrittore di forte sentire, desideroso di autentica libertà e destinato per caratteri individuali innati a ricoprirsi di gloria. Il poeta ha infatti un compito eroico: quello di accendere gli animi altrui con i suoi versi e di instillarvi lo spirito di libertà, il desiderio di grandi imprese, la ribellione alle prevaricazioni. Il suo scrivere è importante al pari dell’azione, contro una tirannide che non è vista da Alfieri come espressione di una forma di governo, ma come simbolo dei limiti imposti dalla realtà al desiderio di affermazione individuale. Assai significativa la conclusione di Del principe e delle. lettere per il ruolo attribuito al letterato, sacerdote dell’umanità: egli deve muovere guerra alla assoluta e mortifera potestà, per scolpire nei popoli l’amor del vero, del grande, dell’utile, del retto, e della libertà che necessariamente da questi tutti deriva’.

Mosso da un divino impulso e da un bollore di cuore, il poeta è spinto verso il sublime anche dal confronto con i grandi del passato e dal desiderio di emularli. In lui si fondono valori religiosi, umani e sentimentali: quel tratto di sublime che si sviluppa e sprigiona dalle più intime falde dell’animo: ella è questa la superba e divina febbre dell’ingegno e del cuore. dalla quale, può nascere il vero bello ed il grande.

Su questa linea si possono cogliere diverse analogie tra Alfieri e il movimento dello Sturm und Drang, che va sviluppandosi in quegli anni in Germania e fa da prologo al Romanticismo: un comune rifiuto delle rigidezze illuministiche, un’esaltazione eroica dell’individuo, un’ansia incontenibile di azione per la realizzazione di un’idea, un senso continuo di insofferenza per i limiti dell’esistenza. Nei letterati tedeschi, tuttavia, si notano alcuni aspetti che non compaiono in Alfieri: in particolare, un concreto avvicinamento alla storia ed un fiducioso contatto col mondo e con la società.

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