LA NUOVA CONCEZIONE DELL’ALDILA’ DI VIRGILIO

LA NUOVA CONCEZIONE DELL’ALDILA’ DI VIRGILIO

LA NUOVA CONCEZIONE DELL’ALDILA’ DI VIRGILIO

La filosofia greca, che in questi secoli affronta tutti i problemi di metafìsica, logica e morale, accessibili alla ragione umana, influenza sempre di più la cultura romana, non solo nella letteratura, nella poesia, nel teatro, ma anche in un campo che allo spirito romano, segnato da concretezza e praticità di organizzazione e amministrazione, stava particolarmente a cuore, e che è quello del pensiero politico, dell’edificazione dello Stato perfetto, sottratto agli egoismi individuali e garante di un’ordinata vita collettiva. Questo problema si allaccia naturalmente ad altri di diversa natura: etica (che cos’è e come si pratica l1a virtù?), religiosa (esistono gli dèi? sono giusti? perché la forza del Male sembra invincibile?), pedagogica (a quali valori debbono essere educate le nuove generazioni? e perché?), estetica (qual è il fine dell’arte? deve, essa, solo produrre un piacere spirituale o ha anche una missione educativa?). Le opinioni espresse dalle varie scuole fìlosofìche sono naturalmente diverse, e le polemiche accese; il confluire poi, nel panorama filosofico, di antiche e nuove religioni orientali, legate alla teoria della salvezza individuale mediante purificazione ed espiazione, orienta tutto il quadro verso l’indagine morale: all’uomo non importa più tanto sapere, cioè, come, da chi e perché sia stato creato il mondo o come si giunga alla vera conoscenza, ma quale sia il fine della sua vita, se ci sia una liberazione dal male e dalla colpa, che sorte lo attenda dopo la morte. Questa diffusissima ansia di rigenerazione morale o, se si preferisce, di una rinascita interiore è la domanda che si pongono strati sempre più vasti di popolazione, oppressi da decenni e decenni di lotte, violenze, guerre.

IL VIAGGIO NELL’OLTRETOMBA:UN TEMA CENTRALE: Virgilio rispecchia ed assorbe tutta la speculazione filosofica anteriore e contemporanea, ma la conduce a unità facendola dipendere tutta dal

fatto storico alla cui celebrazione dedica le proprie forze: la potenza di Roma, voluta dal Fato. Ciò comporta, tra l’altro, non solo una nuova concezione dell’aldilà, con la distinzione di buoni e malvagi, ricompensa e punizione, ma la sua centralità nel piano della storia, e quindi del suo poema.La collocazione della discesa agl’Inferi al canto sesto, cioè al mezzo esatto dell’opera risponde a una precisa intenzione dell’autore: la conoscenza del passato, del futuro, della vita e della morte, del dramma della storia e del suo fine misterioso, divide nettamente l’azione in un “prima” e in un “poi”. E muta l’animo dell’eroe; di qua un uomo esitante, disorientato; di là un Enea che, reso più certo del proprio futuro, si fa per questo più sicuro e deciso. Ne è da dimenticare che il personaggio- chiave in questo luogo fondamentale è quello del padre Anchise che lo ha generato alla vita umana e che ora lo genera, come profeta e nume tutelare, alla vita della storia. Le cerimonie funebri, i riti di sepoltura e di evocazione dei morti restano simili a quelli degli antichi greci. Ma la vita umana è giudicata secondo il metro d’una morale finalmente sicura che virtù e vizio vengano decisamente distinti.

IL PROBLEMA DEL MALE: Il problema del male trova nell’aldilà, una sorta di superamento. Il disegno del Fato, infatti, supera le alterne vicende delle fortune umane, i trionfi e i meriti, come le rovine

e le colpe dei singoli uomini, ed anche degli eroi.La giustizia umana, legata a una conoscenza relativa, non può affrontare questo mistero che, assoluto, affonda le sue radici nel più remoto leggendario passato e si proietta verso il più lontano futuro. Il Male, forse, non può essere cancellato del tutto, ma può essere contenuto, arginato, trasformato: con le peripezie dolorose di Enea, le guerre laziali, la gloria dei sette rè e della futura storia di Roma fino a Ottaviano, cioè fino all’età contemporanea al poeta, il Fato tende a realizzare sulla terra un impero che renda ordinata e civile la società umana e che possa trionfare su ogni tendenza dissolutrice, con la forza della legge e della spada. Anche se una tale convinzione reca tracce di un profondo pessimismo (giacché sembra che sia il Male a dettar le regole del gioco e ad imporre al Bene di usare le sue stesse armi e a costringerlo così alla dipendenza), si deve riconoscere che solo qui, per la prima volta nel panorama della cultura occidentale, si tenta di interpretare la Storia alla luce di valori che superino la Storia stessa e in cui l’onore soggettivo non stia più nella considerazione che gli altri tributano all’eroe per le sue imprese guerresche, bensì nel servizio che egli rende, con l’azione e l’esempio, a una sorta di volontà superiore che lo sovrasta e che gli impone di essere, volta a volta, paziente, forte, deciso, misericordioso; ora esule affranto, ora potente re; ora mendico miserabile, ora giudice autorevole. La libertà non sta più nell’arbitrio personale, e neanche nella legge del gruppo sociale, bensì nell’accogliere la necessità.

LA LEZIONE DI VIRGILIO: Immortalità dell’anima; premio assegnato ai giusti e castighi imposti ai malvagi; una Provvidenza che governa le vicende umane guidandole misteriosamente, pur

attraverso la sofferenza, il male, la violenza, il sangue e la morte, verso un fine di Bene; necessità per l’uomo di accettare tale Provvidenza prima di averne compreso i disegni e anche, con profonda umiltà, senza averli compresi o sperare di poterli comprendere mai: questi i valori nuovi che Virgilio addita. Nella concezione della morte e della vita il mondo antico non era mai salito a una tale altezza, ne aveva mai compiuto un tale sforzo per giungere a una sistemazione unitaria, non elusiva e non contraddittoria. Era il presagio, questo, della filosofia cristiana che non avrebbe ripudiato quella precedente, ma, trasformandone lo spirito, l’avrebbe esaltata e coronata. Non a caso Dante, avrebbe creduto alla sacralità di Roma e della sua missione, oltre che per esser questa la città di S. Pietro, il capo degli Apostoli e quindi del papato, perché essa era stata la sede dell’impero romano la cui gloria aveva preparato ed annunciato quella della Chiesa. Anche per questo Dante si sarebbe inchinato a Virgilio, punto d’arrivo di tutta la cultura antica, e lo avrebbe chiamato, con parole di significato più profondo delle corrispondenti attuali, “maestro” e”autore”.