La neoscolastica

La neoscolastica

La neoscolastica


Il termine “Neoscolastica” fu lanciato da Desiré Mercier (1851-1926), arcivescovo di Malines in Belgio, poi cardinale e primate della chiesa belga. Il proposito fondamentale di Mercier fu quello di ricostruire la filosofia di Tommaso d’Aquino attraverso un confronto con la gnoseologia criticista di derivazione kantiana e le filosofie positiviste. Nel 1882 Mercier fu nominato professore di filosofia tomista all’univeristà di Lovanio.
Mercier si concentrò in particolare nella ricerca dei criteri che rendono possibile l’oggettività ideale del conoscere, indipendentemente dalla realtà conosciuta, cercando tuttavia di riaffermare la corrispondenza tra l’ordine dell’idealità e quello della realtà, tra il pensiero e le cose.
Mercier, quindi, non rappresentò propriamente un ritorno alla scolastica tradizionale perché diede ampio rilievo alle condizioni conoscitive. Per questo fu anche successivamente criticato da scolastici ortodossi per la troppe concessioni elargite alla filosofia del soggetto, in pratica a Descartes ed a Kant. Il suo lavoro più rilevante fu Les origenes de la psychologie contemporaine del 1897, nella quale si presentava il dualismo cartesiano di anima e corpo come fonte degli errori della psicologia, e si presentava l’attualità della dottrina tomistica dell’anima come forma del corpo. Allievo di Mercier fu M.De Wulf, che poi compose una delle più pregevoli storie della filosofia medioevale.

Più o meno sulla stessa linea di Mercier troviamo il gesuita belga Joseph Maréchal (1878-1944), che si sforzò di applicare alla filosofia tomistica il metodo trascendentale di Kant. Maréchal precisò che tale tentativo non si limitava ad indagare le condizioni logiche della conoscenza, ma di mettere in evidenza una “dinamica dello spirito umano”, la quale precede ogni atto di consocenza, e che costituisce un’anticipazione ontologica sia dell’ente che dell’ente sommo.

Anche in Francia la Neoscolastica conobbe importantissmi sviluppi, in primis con due domenicani, padre Pierre Mandonnet (1858-1936) e padre Antonin-Dalmace Sertillanges (1863-1948). 
Ma fu con Jacques Maritain (1882-1973), soprattutto, ed Etienne Gilson (1884-1978) che essa si impose come scuola filosofica di rilievo assoluto, ben al di là dei confini degli studiosi cattolici. Maritain si segnalò per la sua dottrina della gnoseologia integrale, la quale intendeva assegnare valore a tutti i gradi della conoscenza e del sapere, distinguendoli. In quest’ambito, una fondamentale distinzione operata da Maritain fu quella tra sapere speculativo sapere pratico, intendendo con il primo l’atto conoscitivo che mira a cogliere l’essere nella sua intellegibilità. Una successiva distinzione impegnava scienza e filosofia, intese come modalità diverse di rappresentare la realtà attraverso leggi e concetti. 
Secondo Maritain, la scienza è da un lato empirica e dall’altro formale (matematica). Essa interpreta la realtà da un punto di vista empiriologicomatematico, mentre la filosofia mira a cogliere la medesima realtà affrontata dalla scienza, ma sotto l’aspetto della sua intellegibilità ontologica. Pertanto, sceinza e filosofia non sono in contrasto ed si potrebbero integrare reciprocamente.
Maritain concepì la filosofia non come un semplice sapere descrittivo, ma come una sorta di virtù, una forma di sapienza compatibile con la sapienza teologica, essendo la filosofia generalmente ispirata da una riflessione razionale anche di fronte ai contenuti della rivelazione.
Per Maritain, così, accanto alla sapienza filosofica ed a quella teologica, trova legittimazione anche una forma di sapienza mistica, definita come un modo sovrasensibile di partecipare alla vita divina, derivante dalla grazia.
Al di là di queste riflessioni, che possono sconcertare chi non è credente (ed a volte anche chi lo è) va notato che Maritain si sforzò di comprendere la dimensione mistica, ma rimase sempre un filosofo di tipo razionale. Lo testimoniano le sue riflessioni politiche, attraverso le quali prese aperta posizione contro tutte le concezioni riduttive dell’uomo, in particolare quelle derivanti dal marxismo e dal liberalismo più improntato al darwinismo sociale.
La parte più interessante della filosofia politica di Maritain sta nel tentativo di delineare le forme di una comunità politica in grado di rendere possibile lo sviluppo integrale della persona umana. E ‘una sfida al cuore del marxismo, il quale aveva coltivato la stessa pretesa, senza tuttavia riuscire a concludere altro che la necessità di rimuovere la proprietà privata sui mezzi di produzione.
Maritain, dal canto suo, consapevole della crescente contraddizione tra una società civile prevalentemente apolitica ed un potere statale variamente definibile, ma sostanzialmente amministrativo, indicò nello sviluppo della comunità (un “vivere insieme”opposto alla divisione classista della società e non oppresso dal peso della burocrazia pubblica) una possibile via di miglioramento.
Maritain ha anche contribuito come pochi agli studi sul pensiero di San Tommaso, specie per quel magistrale Distinguer pour unir ou le degrés du savoir, del 1932, che rimane un autentico capolavoro.
Gilson, dal canto suo, fu certamente uno dei massimi studiosi di filosofia medioevale e, forse, non esiste studente di filosofia che non abbia “transitato” dal suo magistrale La filosofia nel Medioevo per passare dagli antichi ai moderni, da Aristotele a Descartes e Galileo.

In Italia, la Neoscolastica prese dapprima tinte più ortodosse. Il francescano Agostino Gemelli (1878-1959), medico e psicologo, fiero avversario di Gentile, anche se sostenitore del fascismo fino alla sua caduta, fondò, con Giulio Canella, nel 1909, la “Rivista di filosofia neoscolastica” e poi, nel 1921, l’Università cattolica del S. Cuore a Milano. Proprio a Milano, Francesco Olgiati (1886-1962) e Amato Masnovo (1880-1955) si distinsero per la loro attività di ricerca e riflessione. Masnovo fu uno dei primi a presentare l’opera di Tommaso come la fioritura di una lunga preparazione storica nei tre volumi del Da Guglielmo d’Auvergne a S. Tommaso.
In generale, la Neoscolastica italiana si differenziò da quella di Lovanio, ed in parte anche da Maritain, per l’accanimento con cui difese il primato della realtà, dunque dell’oggetto, nei confronti delle pretese soggettivistiche.
Il veronese Giuseppe Zamboni (1875-1950), docente alla Cattolica di Criteriologia e gnoseologia, fu forse l’unico a prestare attenzione alle posizioni soggettive.

L’esponente di maggior spicco e originalità della neoscolastica italiano fu Gustavo Bontadini, certamente uno dei più significativi filosofi europei del Novecento, anche se poco conosciuto al di fuori della ristretta cerchia degli addetti ai lavori. Bontadini interpretò la storia della filosofia moderna, da Descartes a Kant, e oltre a Kant fino al ‘900, come una vicenda caratterizzata dallo gnoseologismo, cioè dal prevalere del soggetto e della soggettività sulla realtà oggettiva. Per Bontadini, si trattava di recuperare il primato dell’essere sul conoscere e quindi della realtà sulla soggettività arbitraria. In un certo senso, Bontadini pose le basi di un ritorno metaempirico alla filosofia dell’essere che non diviene, anche se rimase comunque saldamente ancorato all’imperativo di salvare i fenomeni, ossia di risolvere l’apparente contradditorietà degli enti che, in quanto divengono, prima non sono, poi sono ed infine non sono più. Egli scrisse di aver operato convinto che “in questa metafisica (il cui arco storico va da Parmenide a Gioberti e a qualche contemporaneo) giaccia una verità essenziale che, spesso non avvertita, mai è stata colpita.” 
Allievo di Bontadini fu Emanuele Severino, filosofo vivente (nato nel 1929), molto conosciuto per le sue posizioni neoparmenidee. Certo, non si può propriamente affermare che Severino fu fedele alla tradizione neoscolastica. 
Altri filosofi di rilievo furono Sofia Vanni Rovighi, che condivise con con il suo maestro Masnovo e con Olgiati l’esigenza di ripensare le tesi fondamentali di Tommaso, riconoscendo, infine, questa “filosofia” come vera, specie se messa a confronto con i “brandelli” di verità presenti in alcune filosofie moderne.

Il variegato mondo dei filosofi guarda alla neoscolastica con un certo sospetto e spesso con prevenzione, perché essa è stata assunta, in certo senso, come la filosofia ufficiale della Chiesa Cattolica. Non piaceva ai modernisti, a partire da Laberthonnière, e, salvo eccezioni, ampi settori della Chiesa, ad esempio, i francescani, continuarono a coltivare un tipo di filosofia fortemente condizionata dalla teologia, più vicina ad Agostino, a Bonaventura ed a Duns Scoto.
Questa disputa risale alla promulgazione dell’enciclica Aeterni Patris da parte di Leone XIII nel 1879. In essa veniva espressamente rivolto un appello allo studio della filosofia di San Tommaso, l’unica ritenuta vera. Sono passati più di cento anni, ma la situazione non sembra molto cambiata. Fides et Ratio, lettera enciclica di sua Santità Giovanni Paolo II, ribadiva il carattere centrale della filosofia del dottore angelico e nominava per nome e cognome i filosofi degni di attenzione. Tra gli antichi: San Gregorio Nazianzeno e Sant’Agostino. Tra i dottori medioevali: Sant’Anselmo, San Bonaventura e ovviamente Tommaso. Tra i contemporanei: John Henry Newman, Rosmini, Maritain, Gilson, Edith Stein, Solov’ev, Florenskij, Caadaev e Losskij. Desolante ogni mancanza di riferimento ai due teologi cattolici più importanti del Novecento, ovvero Rahner e Metz, per non parlare di von Balthazar.
Pascal e Kierkegaard vengono recuperati nelle citazioni, ma solo per evidenziare la loro presunta umiltà di fronte al mistero di Cristo.
Sicuramente, i filosofi neoscolastici hanno mostrato più apertura e profondità dei capi della Chiesa che li hanno assunti a difensori di un’ortodossia dogmatica e vacillante. Per questo, tutto sommato, vale la pena di conoscere il loro pensiero, accostandosi ad essi senza sciocchi pregiudizi.