LA NASCITA DEL PENSIERO SOCIALISTA

LA NASCITA DEL PENSIERO SOCIALISTA

LA NASCITA DEL PENSIERO SOCIALISTA

Negli anni ’30 e ’40 del XIX secolo le idee socialiste conobbero una certa diffusione in Germania, dove trovarono sostenitori non tanto nell’ancora scarso proletariato industriale, quanto in piccoli gruppi di intellettuali e artigiani. In realtà, dato che le condizioni politiche della Confederazione germanica lasciavano poco spazio all’espressione del dissenso, i nuclei socialisti si organizzarono soprattutto all’estero, fra le comunità abbastanza numerose che operavano in Belgio, in Gran Bretagna e soprattutto in Francia. Nel 1847 uno di questi gruppi, denominatosi “Lega dei Comunisti”, affidò l’incarico di stendere il suo manifesto programmatico a due intellettuali: Karl Marx e Friedrich Engels. Nel “Manifesto dei Comunisti”, uscito a Londra all’inizio del ’48, Marx ed Engels si fecero assertori di un nuovo socialismo, da loro definito “scientifico”. Il nucleo fondamentale del “socialismo scientifico sta in una concezione materialistica e dialettica della storia, vista essenzialmente come un susseguirsi di lotte di classe, di scontri fra interessi economici. I rapporti economici, per i due filosofi, rappresentano la base portante, la “struttura” di ogni società. Le ideologie e le istituzioni politiche, a cominciare dallo Stato, rappresentano le “sovrastrutture” che servono a organizzare e a legittimare il dominio di una classe sulle altre. Ad esempio i regimi liberari e democratici sono l’espressione di un dominio di classe, quello della borghesia giunta alla fase matura del suo sviluppo. Secondo Marx ed Engels, la stessa borghesia ha svolto, nella fase della sua ascesa, una funzione rivoluzionaria. Infatti, dando vita al capitalismo industriale, ha accresciuto enormemente le capacità produttive dell’umanità ed ha abbattuto le disuguaglianze giuridiche della società feudale. Ma, al tempo stesso, ha suscitato contraddizioni che non riesce più a risolvere (da qui le ricorrenti crisi economiche) e ha prodotto il suo antagonista storico, il nuovo soggetto sociale che la soppianterà: il proletariato. E? infatti la logica stessa del sistema capitalistico-industriale che fa crescere continuamente il numero dei proletari e, contemporaneamente, li riduce a una massa indifferenziata, dequalificata, e destinata a diventare sempre più misera e propensa alla rivolta.
Ribellandosi al sistema capitalistico, il proletariato non ha da perdere nulla “se non le proprie catene”: è dunque una classe naturalmente rivoluzionaria, tanto più in quanto rappresenta gli interessi dell’enorme maggioranza della popolazione. Per far valere i suoi interessi, il proletariato deve organizzarsi non solo all’interno dei singoli Stati, ma anche su scala “sopranazionale”, rifiutando la logica dei nazionalismi (infatti il celebre appello con cui si conclude “Il Manifesto” è “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”). Una volta organizzata, la classe operaia profitterà dell’inevitabile crisi del capitalismo (che colpirà per primo i paesi non industrializzati) e assumerà il potere. In una prima fase, questo potere assumerà le forme della dittatura, necessaria per contrastare i prevedibili tentativi di reazione della borghesia e per assicurare il passaggio alla vera società comunista: la società senza privilegi, senza classi e senza Stato, in cui le enormi possibilità produttive di cui la tecnica umana è capace saranno messe al servizio dell’intera collettività.
Il fallimento dei moti del ’48 e la lunga stasi delle lotte sociali che ne seguì costrinsero Marx, in esilio a Londra, a ripensare modi e tempi del processo rivoluzionario. Lontano per molti anni da ogni possibilità di azione, Marx dedicò gran parte del suo tempo allo studio dell’economia politica: l’analisi economica divenne sempre più la base fondamentale del suo “socialismo scientifico”. Il frutto più maturo di questa fase del pensiero marxiano fu “Il Capitale”, il cui primo e più importante volume uscì nel 1867. Il Capitale è innanzitutto una minuziosa descrizione delle leggi e dei meccanismi su cui si fonda il modo di produzione capitalistico. Ma al tempo stesso contiene anche una storia del capitalismo, una previsione circa i suoi futuri sviluppi e un’indicazione dei compiti che, in vista di tali sviluppi, spettano al nuovo soggetto rivoluzionario: il proletariato industriale.
Fondamento principale della costruzione di Marx è la “teoria del valore-lavoro”: la teoria cioè per cui il valore di scambio di una merce è dato dalla quantità di lavoro mediamente impiegato per produrla. Il lavoro stesso è una merce e come tale viene comprato e venduto sulla base del valore-lavoro che esso contiene (ossia dei costi relativi alla formazione e al sostentamento dell’operaio). Ma la caratteristica della merce-lavoro è di produrre un valore superiore ai propri costi di produzione, di rendere più di quanto non costi. La differenza fra il valore del lavoro e il valore del prodotto, differenza di cui il capitalista se ne appropria, è detta da Marx “plusvalore”. L’imprenditore che, assumendo salariati, acquista sulla mercato del lavoro (la forza-lavoro, così come viene definita da Marx) e vende il prodotto di questo lavoro, realizza così un profitto. Da esso si forma il capitale, che si accumula e cresce su se stesso mediante l’impiego di nuova forza-lavoro. Nel formulare la sua teoria del valore-lavoro, Marx si basa in larga parte sulle elaborazioni degli economisti “classici”, ma capovolge il senso delle loro analisi e ne ribalta le conclusioni. Smith e Ricardo consideravano il modo di produzione capitalistico come un dato naturale e scontato. Per Marx il capitalismo rappresenta solo una fase ben definita nello sviluppo storico dei rapporti di produzione. Una fase iniziata alle soglie dell’età moderna e destinata a concludersi in un tempo non precisato, quando il sistema avrà espresso appieno le sue potenzialità e sarà distrutto dalle sue stesse contraddizioni.
Man mano che si sviluppa, infatti, il capitalismo produce, secondo Marx, i germi della sua dissoluzione. La concentrazione del capitale in poche mani si accompagna alla formazione di una massa proletaria sempre più numerosa e sempre più misera; alla tendenza espansiva insita nello sviluppo capitalistico (più macchine, più investimenti, maggiore produzione) fa riscontro l’incapacità del sistema di allargare in proporzione l’area di assorbimento dei suoi prodotti (di qui le periodiche crisi di sovrapproduzione); alle forme sempre più organizzate della produzione industriale si contrappone il carattere “anarchico” della concorrenza. Sono dunque le stesse leggi della produzione capitalistica a determinare la crisi finale del sistema.
La pubblicazione del Capitale segnò una data fondamentale nella storia del movimento operaio e della cultura occidentale. Per la prima volta il socialismo non era presentato come il sogno di un mondo migliore, che era legata alla riuscita del movimento insurrezionale, ma veniva fatto scaturire dalle leggi stesse dello sviluppo economico, oltre che dall’azione consapevole del proletariato organizzato. Per i militanti socialisti, per i lavoratori impegnati nelle lotte sociali, Marx non era soltanto colui che aveva individuato nel proletariato di fabbrica il protagonista del processo rivoluzionario, ma anche il grande economista che aveva in fondo i meccanismi dell’economia capitalistica e ne aveva svelato le sue contraddizioni, fece nelle scienze sociali quello che Darwin fece nelle scienze naturali.
Di tutto il complesso insegnamento marxiano, fu questo l’aspetto che più profondamente penetrò nella cultura del movimento operaio e che permise al marxismo di affermarsi gradualmente sulle altre teorie socialiste, fino a diventare, alla fine del secolo, la dottrina “ufficiale” del movimento operaio.

NASCITA DEI PARTITI SOCIALISTI

Fino agli anni ’70,’80 dell’800, i movimenti socialisti costituivano dappertutto delle piccole minoranze emarginate e per lo più puntavano le loro carte sulla prospettiva di un radicale sconvolgimento rivoluzionario. La situazione cambiò completamente alla fine dell’800. In tutti i più importanti paesi europei sorsero partiti socialisti che cercavano di organizzarsi sul piano nazionale, che affiancavano, e gradualmente sostituivano, al proselitismo rivoluzionario un’azione legale all’interno delle istituzioni, che partecipavano alle elezioni inviando, dove possibile, i loro rappresentanti nei parlamenti. Furono proprio i partiti socialisti a proporre per primi il modello di quel “partito di massa” che si sarebbe affermato come la forma di organizzazione politica più diffusa nelle democrazie europee.

 

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