La nascita dei comuni

La nascita dei comuni

Nel tempo, il potere dei vescovi-conti nelle città si indebolì; ciò permise alla Milizia e al gruppo dei borghesi più prestigiosi di assumere a poco poco il governo in nome dell’intera comunità. Essi crearono nuovo organismo politico, il Comune , cioè un’associazione collettiva di reciproca solidarietà, nella quale si entrava con un giuramento solenne. Gli obiettivi erano due: difendere l’autonomia della città da ogni attacco esterno e darle una serie di organismi di autogoverno che la rendessero pacifica e forte all’interno. Il posto del vescovo fu dunque occupato da due o più laici, a cui fu dato il nome di C onsoli. Essi avevano, come un tempo aveva avuto il vescovo, funzioni esecutive e giudiziarie; le funzioni legislative, che un tempo erano state dell’Imperatore, vennero affidate in Italia a due consigli: un Maggior Consiglio, formato dall’assemblea di tutti i membri della Milizia, e un Minor Consiglio, ristretto ai membri più autorevoli. Nascevano così i Comuni, città-stato che, tra l’XI e il XIV secolo, costituirono il più importante fenomeno del Basso Medioevo europeo.

I rapporti tra i comuni e signori feudali

I comuni in Europa si ebbero allorché i cittadini strinsero giuramento e sostituirono il Vescovo con i Consoli. Le fonti attestano che la culla dei Comuni fu l’Italia centro-settentrionale. La seguirono l’Europa Settentrionale (Francia, Germania del Nord, Belgio, Olanda) e la Francia meridionale, con i porti e le ricche città della Provenza. I Comuni correvano il rischio di essere sottoposti, in cambio della protezione dei signori dei territori dove si trovavano, agli stessi obblighi feudali che opprimevano i contadini. Pertanto condussero delle trattative con i signori feudali con grande abilità, offrendo denaro o usando le armi. Alla fine i Comuni ottennero dai loro feudatari le cosiddette carte di libertà, che li esoneravano dai vincoli più onerosi. Le libertà più importanti garantite dalle Carte erano la libertà dalle taglie e dai pedaggi signorili, la libertà di amministrare in proprio la giustizia, la libertà di battere moneta, la libertà di ampliare le mura della città vecchia per includervi i borghi e difenderli.

I rapporti di reciproca utilità che correvano tra feudatari e Comuni non esclusero le lotte per il possesso del contado. Le città avevano bisogno delle campagne attorno per approvvigionarsi e per usare la manodopera dei villaggi, che poteva incrementare i loro commerci. I signori a loro volta non intendevano cedere parti dei loro feudi. Spesso vinsero le città, ma poi nacquero dispute fra un Comune l’altro per il controllo di un fiume o di un villaggio.

Magnati e Popolari contro la Milizia

In Italia i Comuni retti dai Consoli erano comuni oligarchici, cioè governati da pochi, come dimostra il fatto che il Maggior Consiglio era formato solo dalla Milizia cioè il 10-15% della popolazione. Intanto però il popolo diventava più numeroso e l’élite si allargava ai mercanti e agli artigiani di successo, riuniti nelle Corporazioni delle Arti Maggiori, cioè l’Arte della Mercanzia e l’Arte del Cambio: i mercanti e i banchieri. Tutte le altre attività artigianali erano dette Arti Minori.

Mercanti e banchieri formavano un nuovo raggruppamento, il Popolo Grasso, mentre i membri delle Arti Minori andarono a costituire il Popolo Minuto. Da qui nacquero due opposte fazioni: i Magnati e i Popolari.

Nei primi anni del XIII secolo, la Milizia iniziò a mostrare gravi segni di inefficienza: le grandi famiglie erano ormai divise da rivalità insanabili e le loro bande armate scorrazzavano per le strade con agguati sanguinosi e lotte tra le torri rivali. La situazione si aggravò talmente, nuocendo alla vita dei cittadini, all’artigianato e ai commerci, che l’intero popolo insorse e riuscì a imporre la sostituzione del Console con un Podestà. Il Podestà era un magistrato che aveva la caratteristica di essere un forestiero. Provenendo da un altro Comune, era quindi al di sopra delle faide locali. A lui venne conferita la potestas, l’autorità di esercitare il potere esecutivo e giudiziario, mentre il potere legislativo restava nelle mani dei Consigli.

Dal Comune oligarchico al Comune democratico

Spesso i Podestà erano alleati dei Magnati, tuttavia i loro governi coincisero con un’epoca di vittorie dei Popolari. I Popolari infatti affiancarono al Podestà il Capitano del Popolo, anch’egli forestiero, con il compito di controllare l’operato del collega, impedendogli di favorire gli interessi dei Magnati. In questo modo i Popolari riuscirono a contrastare lo strapotere del Popolo Grasso e a far approvare una serie di norme che accrebbero il loro peso nei Consigli. Verso la metà del XIII secolo il processo era compiuto: il Comune aveva assunto una struttura democratica che ricorda vagamente quella delle poleis dell’antica Grecia: tutti cittadini godevano dei diritti civili e politici, ma molti non erano cittadini: le donne, gli stranieri e, nei Comuni, gli ebrei. Il periodo dei governi popolari segnò l’epoca d’oro delle autonomie cittadine. Furono loro infatti a dare alle città medievali italiane quella magnificenza che ancora oggi costituisce la cornice della nostra vita quotidiana: piazze, strade, complessi monumentali, opere d’arte di ogni genere. Furono loro inoltre a creare tante delle infrastrutture, oggi scomparse, ma che hanno assicurato a questi centri fino al pieno Ottocento una qualità di vita impensabile nel resto d’Europa: cinte murarie e opere di difesa, acquedotti, pozzi, cisterne, reti fognarie, strade pavimentate, mercati, lavatoi, ospedali, attrezzature industriali, porti.

La grande esperienza dei Comuni democratici durerà al massimo 70 anni. Nei primi decenni del XIV secolo le lotte tra le fazioni ripresero e le organizzazioni comunali si indebolirono preannunciando nuove forme di governo.