LA GRECIA NEL V SECOLO

LA GRECIA NEL V SECOLO

LA GRECIA NEL V SECOLO


Quadro storico
All’inizio del VI sec. a.C., quando le città ioniche erano in piena espansione economica e culturale, Atene si trovava ancora in una situazione di estrema arretratezza: non si poteva ancora parlare di polis e la terra era divisa fra famiglie aristocratiche indipendenti, accanto alle quali vivevano molti agricoltori proprietari dei campi che coltivavano direttamente.
In questa situazione i contadini cominciarono ad avanzare rivendicazioni presso le famiglie aristocratiche, chiedendo l’abolizione dei debiti e la soppressione della schiavitù.
Per risolvere questo conflitto furono affidati poteri eccezionali a Solone, il quale quindi assunse il ruolo di mediatore e legislatore. 
Sul piano economico-sociale Solone cancellò i debiti e la schiavitù, ma non si spinse sino alla redistribuzione delle terre. Più importanti furono le riforme politiche, che cambiarono il tessuto sociale della città: innanzitutto fu eliminata la divisione dei cittadini in base all’appartenenza a famiglie aristocratiche, sostituendo una divisione basata sulla ricchezza; fu aumentato il peso del popolo negli organi di governo, attraverso forme di rappresentanza.
Da questo momento in avanti la via era tracciata, e grandi personalità aristocratiche come Pisistrato, Clistene e Pericle, amplieranno ulteriormente gli spazi per la partecipazione del popolo al governo della città. 

Scheda cronologica: V secolo 

490: battaglia di Maratona
480: battaglia di Salamina
477: Lega delio-attica guidata da Atene
472: rappresentazione dei “Persiani” di Aiskhulos a Atene
c.470: nascita di Sokrates
462: ingresso di Perikles nella vita politica ateniese: riforma demo- cratica della costituzione
c.460: primo agone comico a Atene nascita di Democrito “Discobolo” di Mirone
458: rappresentazione dell'”Orestiade” di Aiskhulos
457-451: prima guerra del Peloponneso
c.451: leggi delle “12 tavole” a Roma
446: pace trentennale tra Atene e Sparta
443-429: età di Perikles soggiorno di Herodotos a Atene primo sviluppo della sofistica con Protagoraseconda metà del V secolo: egemonia di Atene sulle città della Lega delio-attica produzione tragica di Sofokles e Euripides costruzione del Partenone, dei Propilei e dell’Eretteo sull’ Acropoli di Atene Fidia e Policleto riforma del calendario da parte dell’astronomo Metone il filosofo Anassagora a Atene
431-421: seconda guerra del Peloponneso: inizio dell’egemonia spartana
c.430: attività del medico Ippocrate di Cos
427: il sofista Gorgia a Atene
427-388: il commediografo Aristofanes

Quadro culturale

In questo contesto nacque l’esigenza di riappropriarsi del patrimonio mitico tipico della tradizione greca, attraverso però una reinterpretazione di esso in funzione dei nuovi problemi connessi alla città. Questo fu il compito del teatro tragico,spettacolo al quale potevano partecipare gratuitamente tutti i cittadini e che divenne il centro religioso, politico e culturale della città. Accanto alla tragedia si diffuse anche la commedia, che trattava argomenti politici di maggiore immediatezza (quanto alla tragedia occorre ricordare che i maggiori autori furono Eschilo, Sofocle ed Euripide, mentre per la commedia il principale autore fu Aristofane).
Oltre al teatro la cultura greca conobbe un grande sviluppo della storiografia politica e a questo proposito occorre ricordare lo storico ionico Erodoto il quale con i suoi interessi etnologici, naturalistici ed economici, risponde alle esigenze di informazione di un popolo di mercanti e viaggiatori come erano gli abitanti delle colonie ioniche, e testimonia anche dell’influsso del pensiero dei filosofi ionici.
Diversa è invece l’impostazione che alla storia diedero gli storici ateniesi Tucidide e Senofonte, i quali operarono una rigorosa selezione del materiale utilizzato escludendo i riferimenti ai costumi religiosi e civili dei popoli, agli aspetti tecnico-economici, ai problemi geografico-scientifici, per concentrare tutta l’attenzione sui capi politici e militari della città di Atene.

Il pensiero dei sofisti

I sofisti erano dei maestri di virtù che si facevano pagare per i loro insegnamenti. Per tale motivo furono criticati aspramente dai loro contemporanei, soprattutto da Socrate e poi da Platone e Aristotele.
Coloro che maggiormente si affidano all’insegnamenti di questi filosofi sono i ceti aristocratici. I sofisti furono i primi ad elaborare il concetto occidentale di cultura (paideia) da Paride, non intesa come un insieme di conoscenze specializzate, ma come la formazione di un individuo nell’ambito di un popolo o di un contesto sociale. La retorica è l’argomento centrale del loro insegnamento;loro insegnano la morale, le leggi, i sistemi politici. Educano quindi i giovani a diventare cittadini attivi, cioè avvocati o militanti politici; ma per essere cittadini attivi, oltre ad avere buone conoscenze, bisogna anche essere convincenti, quindi la retorica è messa alla base della sofistica. I sofisti infatti,non si interrogano sulle questioni dei filosofi presocratici, trascurando la ricerca dell’arche originario ,ma soffermandosi sulla vita umana, diventando così i primi umanisti.
Due tesi convivono, l’una accanto all’altra, sui sofisti: quella che li vuole assertori del soggettivismo, del relativismo e dell’individualismo (contro l’oggettivismo e il naturalismo della filosofia precedente), e quella che li considera i fondatori della pedagogia e dell’umanesimo antichi.
Grandi sofisti: Protagora, Gorgia, Prodico e Ippia
Sofisti naturali: quelli che si interessano del rapporto natura-uomo
Sofisti politici: Crizia, Callicle
Eristi: portano all’esasperazione il metodo: Antifonte, Crizia, Menone

L’insegnamento
Con la comparsa dei sofisti nascono i luoghi deputati all’insegnamento: le case dei cittadini più ricchi, le piazze, le palestre pubbliche queste comprendevano dei portici in cui i filosofi potevano passeggiare con i loro discepoli, e sedere in banchi dove potevano discutere con i loro allievi. La scelta del luogo in cui insegnare era molto spesso legata al tipo di “sapienza” professata: Socrate scelse la strada e la piazza pubblica per mostrare la sua disponiblità verso tutti i cittadini e il disinteresse per il pagamento. Lo stesso faranno i cinici, durante le epoche successive. Diversamente gli accademici, i peripatetici, e gli stoici, si trovarono sempre meglio rappresentati in luoghi attrezzati con strumenti scientifici e biblioteche, oppure a servizio di qualche potente. Tuttavia la sofistica non è una scuola filosofica in senso proprio, per lo più si tratta di un movimento.

Caratteristico dei sofisti è il distacco dal pensiero eleatico (Parmenide, Zenone) e il loro avvicinamento alle “cose umane”. Essi amano di più discutere sui poeti che sugli argomenti della filosofia precedente, tanto che tra le osservazioni principali che vengono fatte su di loro c’è quella secondo cui avrebbero spostato l’obiettivo della ricerca dalla natura all’uomo. La loro problematica è legata ad argomenti concreti e attuali della città in cui operano, e anche per questo devono aver sentito come lontane le dispute astratte dei filosofi eleatici. La cultura che essi divulgano non è più riservata a pochi eletti, ma a tutti coloro che ne vogliono fruire (salvo sempre un minimo di possibilità economiche per pagare le loro lezioni).

PROTAGORA

Protagora 481 a.C. – 420 a.C., filosofo presocratico nato ad Abdera nell’antica Grecia e annoverato da Socrate tra i sofisti, fu un famoso maestro nell’arte del dialogo e della discussione. Fu concittadino di Democrito ma non scolaro (Protagora era più anziano di vent’anni di Democrito). Venne esiliato per le sue affermazioni agnostiche ritenute “scandalose” ai suoi tempi.
Affascinato dallo studio del corretto uso delle parole, Protagora ha coniato un’espressione che, nonostante la fama di cui gode, non può essere interpretata con certezza, dal momento che è stata estrapolata dal contesto originale di riferimento:
“L’uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono” – solitamente ritenuta una professione di relativismo, a seconda del significato di uomo e di cose abbiamo dei diversi significati del termine:

1.    uomo come “singolo individuo” e cose come “oggetti” è relativismo conoscitivo;
2.    cose come “morale” si tratta di relativismo morale;
3.    uomo come “comunità” è relativismo culturale;
4.    uomo come “genere umano” è fenomenismo.

Il suo insegnamento spinse per opposizione i filosofi posteriori, come Platone, a ricercare e individuare riferimenti oggettivi e trascendenti su cui fondare il comportamento etico e la condotta morale. Il tema della soggettività è tornato di attualità con l’avvento della filosofia moderna. Fra i moderni eredi del pensiero di Protagora figurano soprattutto Montaigne, autentico erede del suo relativismo ed Emerson, il maggiore erede del suo antropocentrismo pragmatico.
Protagora fu anche un sostenitore dell’agnosticismo:
“A proposito degli dei, non ho mezzi per sapere se esistono o meno o come essi siano a causa dell’oscurità del soggetto e della brevità della vita umana”.
Sviluppò l’uso delle antilogie, ovvero scritti in cui si cerca di dimostrare due tesi contrapposte (“la malattia è un male per il malato, ma un bene per il medico”). Con ciò voleva mettere in discussione l’esistenza di una verità assoluta.
Tutto ciò si collegava a “rendere forte il discorso debole” cioè che con l’uso della dialettica e della retorica si può dimostrare tutto.
Sosteneva inoltre che la giustizia non è divina e si riduce all’utile (“Il giusto è l’utile della città”), ed era compito di tutti i cittadini stabilire le leggi in base all’utilità pubblica e privata. Inoltre “la virtù politica è distribuita equamente fra tutti gli uomini”.

Abbiamo detto che Protagora si considerava maestro di virtù, infatti egli insegnava tutto ciò di cui una persona aveva bisogno per condurre gli affari della casa e per diventare un abile politico. Protagora è esponente di una nuova mentalità, testimoniata nell’opera “Sugli dèi” (libro che fu bruciato in pubblico, costringendo il sofista alla fuga in cui poi trovò la morte), dove egli, più che criticare la divinità, sostiene l’indifferenza come unico atteggiamento possibile, in quanto “sugli dèi non è possibile sapere nulla di certo”.
Un’altra importante testimonianza proviene da un frammento di “La verità o discorsi demolitori”, in cui egli afferma che “l’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono e di quelle che non sono”, esprimendo così in modo lapidario quel soggettivismo e quel relativismo che faranno a lungo discutere (per alcuni studiosi moderni “uomo” sta ad indicare tutta l’umanità, per cui non si potrebbe parlare di soggettivismo, ma per gli antichi indicava il singolo individuo, da cui tutte le critiche che gli furono mosse).
Altre informazioni ci provengono dalle parole che Platone fa pronunciare a Protagora nella sua difesa dalle accuse di Socrate, e dalle quali emerge chiaramente che con quel “di quelle che sono e di quelle che non sono” il sofista intende lasciarsi alle spalle la problematica sull’Essere, in quanto ora importa solo all’uomo di valutare le cose, perché è lui a doverne fare uso. Ciò che conta è, in particolare, l’arte del saper ben parlare ed esporre le proprie opinioni, in modo da convincere l’ascoltatore.

GORGIA
Gorgia di Leontini, in Sicilia, fu discepolo di Empedocle; sappiamo che nel 427 a.C. era ad Atene per una missione diplomatica e si suppone che sia vissuto fra il 484/3 e il 376/5 a.C. (107 anni!). Di lui rimane qualche brano dell’opera “Sulla natura e del non-essere” e il titolo di qualche celebre orazione (Elegia degli dèi, Orazione funebre); sappiamo anche che viaggiò moltissimo e che divenne quindi molto ricco grazie ai proventi della sua attività di sofista.
Per Gorgia la retorica è arte produttrice di persuasione, dove il logos viene assimilato per il suo potere al destino. Il frammento più importante è quello che rimane dell’opera “Non-essere”, dove Gorgia fa una triplice affermazione:
–    l’essere non è;
–    se anche fosse non sarebbe conoscibile;
–    se fosse conoscibile non sarebbe esprimibile.

Questa sua idea viene oramai interpretata nel senso di un radicale nichilismo ed una critica al pensiero di Parmenide, di cui viene messa in luce l’equivocità a proposito del termine “essere”, usato ora nel senso di “esistere”, ora invece nel senso puramente copulativo. Va rilevato inoltre lo spostamento del problema dall’essere in quanto tale alla sua conoscibilità ed alla conseguente possibilità di esprimerlo.

DEMOCRITO

Democrito, filosofo presocratico, nacque ad Abdera nella regione della Tracia intorno al 460 a.C. e morì assai vecchio, apparentemente centenario intorno al 360 a.C.. Allievo di Leucippo, fu co-fondatore dell’atomismo. È praticamente impossibile distinguere le idee attribuibili a Democrito da quelle del suo maestro.
Vita e opere
Poco sappiamo della sua vita, che si perde nell’aneddoto e talora nella leggenda. Cresciuto tra gli agi e le ricchezze, pare abbia rinunciato, in seguito, ad una parte dei suoi averi per dedicarsi esclusivamente agli studi e ai viaggi, ma anche che abbia perso la vista. Si tramanda che si sia spinto sia in Egitto, che in Etiopia che nell’India. Egli stesso dice: “Io sono, tra i miei contemporanei, quello che ha precorso la maggior parte della Terra, facendo ricerca delle cose più strane; e vidi cieli e terre numerosissime; e udii la maggior parte degli uomini dotti”. Fu anche, ovviamente ad Atene. Qui, sebbene non abbia trovato considerazione, ebbe modo di vivere a contatto con la cultura sofistico-socratica, che lasciò tracce visibili sul suo sistema di natura enciclopedica. Egli scrisse “La piccola cosmologia”, “Sulla natura”, “Sulle forme degli atomi”, “Sulle parole”.
La teoria atomistica
La teoria atomistica prende forma da un immediato ragionamento: se la materia si dividesse all’infinito essa non sarebbe più. Deve esistere una particella indivisibile, dunque, che stia alla base della materia (a-temno). Questa teoria è in contrapposizione con quella di Parmenide e Zenone di Elea. Gli atomi si differenziano fra loro per la forma e la grandezza, si muovono nel vuoto ma sono di materia piena. Egli sostiene inoltre che se noi percepiamo la realtà in modo differente, questa diversità tra le cose è data dai flussi di atomi che si muovono vorticosamente nell’atmosfera e “colpiscono” i nostri organi sensoriali.
Se la filosofia di Parmenide negava il mondo molteplice come vera illusione, quella di Democrito per ammettere tale realtà doveva postulare l’esistenza di due principi: gli atomi (che costituiscono “l’essere” nel senso di Parmenide) e il vuoto in cui si muovono (il “non essere”). La contraddittorietà di due archè sarà risolta da Platone. Rimane però nella storia della filosofia il paradosso delle due totalità che verrà esaminato da Hegel.
Nella sua lunga esistenza Democrito scrisse anche opere di etica, in cui affermava che l’interesse maggiore dell’uomo deve essere la felicità, che si ricerca attraverso una moderata cancellazione della paura: per questo egli divenne noto come il “filosofo del riso”, a differenza del triste e pessimista Eraclito che venne definito il “filosofo del pianto”.
Il divino
Così come per il resto della materia, anche l’anima (psychè) per Democrito era costituita da atomi, atomi più sottili e lisci, di natura ignea. Essi penetrano tutto il corpo e gli danno vita e vengono mantenuti in esso grazie alla respirazione, inoltre grazie a questa capacità di vivificare, di render pensante l’uomo, erano considerati divini. Infine Democrito,sostiene che gli Dei sono fatti di atomi proprio come gli esseri umani, ma che non interagiscono affatto con noi: questo fatto lo fece considerare come un vero e proprio anticonformista e ateo, una vera rarità ai suoi tempi
Conoscenza
Per Democrito, gli atomi al di fuori di noi, tramite i sensi, venivano a contatto con quelli simili che erano presenti nel nostro corpo, generando cosi la conoscenza. Divideva la conoscenza in: sensazione e conoscenza intellettiva; la prima puramente soggettiva e oscura, la seconda vista come conoscenza genuina.
La morale
La moralità per Democrito consiste essenzialmente nella felicità come fine della vita .Ma una felicità non nel possedere beni materiali,ma nell’ esser saggi e nel condurre una vita giusta.Bisogna esser coraggiosi non in guerra, ma contro i piaceri sensibili che rendono schiavi del piacere l’ uomo. Dà risalto anche alla volontà dell’ uomo di voler bene, non solo nel non farlo, esortando di aver paura dell’ odio, dell’ invidia liberandosi così da ogni vizio. Questo saper vivere nel giusto mezzo implica il saper equilibrare i piaceri e i doveri della vita, cosa che un filosofo è tenuto a sapere.

SOCRATE
 (470 a.C. – 399 a.C.) è stato un filosofo greco. È uno dei più importanti esponenti della tradizione filosofica occidentale.
Il contributo più importante al pensiero occidentale è il suo metodo d’indagine, conosciuto come elenchos, che applicò prevalentemente all’esame critico di concetti morali fondamentali. Per questo Socrate è riconosciuto come padre fondatore dell’etica o filosofia morale e della filosofia in generale.
È ben noto il fatto che Socrate non ha lasciato alcuno scritto. Il suo pensiero lo ricaviamo dalle opere dei discepoli, tra cui spicca soprattutto Platone e, di seguito, Senofonte. Un’altra testimonianza la troviamo ne Le nuvole, commedia di Aristofane. La mancanza di scritti di parte di Socrate pone notevoli problemi alla possibilità di ricostruire il suo pensiero originale, in particolar modo risulta arduo distinguerlo da quello di Platone.

Il pensiero socratico
Il metodo socratico dell’elenchos consiste in domande e risposte riguardo le definizioni o logoi (singolare logos), cercando di determinare le caratteristiche generali condivise da varie istanze particolari. Visto che questo metodo è mirato a estrarre le definizioni implicite nelle idee e convinzioni dell’interlocutore, o ad aiutarlo a migliorarne la sua comprensione, fu chiamato metodo della maieutica.
Tale esame sfidò le assunzioni implicite nelle convinzioni morali degli interlocutori, portandone alla luce le contraddizioni e le inadeguatezze, e normalmente generando in loro lo stupore e smarrimento conosciuto come aporia. Riguardo a tali inadeguatezze, Socrate sempre professò la propria ignoranza, mentre altri continuarono a sostenere di essere sapienti. Socrate rispose che, essendo conscio della propria ignoranza, egli era più saggio di coloro che, essendo ignoranti, continuavano a professare la propria sapienza (teoria della dotta ignoranza). La consapevolezza del sapere di non sapere è una coscienza e una verità evidente e innegabile, che dimostra intanto che la verità e la coscienza esistono e sono possibili (essendovene una). Socrate pose il sapere di non sapere a fondamento di qualunque altra verità e conoscenza.
Questa paradossale affermazione fu trasmessa nell’aneddoto dell’oracolo di Delfi che dichiarò che Socrate fosse il piú sapiente di tutti gli uomini.
Socrate utilizzò questa dichiarazione come base per le proprie esortazioni morali. Socrate sosteneva che la principale virtù fosse la cura della propria anima tramite verità e conoscenza, che ricchezza non porta virtù, ma virtù porta ricchezza e ogni altra benedizione, sia all’individuo che allo stato e che una vita senza esame non valesse la pena di essere vissuta. Socrate pure sostenne che subire un’ingiustizia è meglio che commetterla.

Il tema della dotta ignoranza
Tutto il pensiero socratico nasce dal tema dell’ignoranza. La figura del filosofo secondo Socrate è completamente opposta a quella del saccente.
L’origine della filosofia socratica si può far risalire ad una frase pronunciata dalla Pizia (sacerdotessa dell’oracolo di Delfi): “Socrate è l’uomo più saggio tra tutti”. È proprio questa frase che pone Socrate nella situazione di porgersi e porgere agli altri (quelli che pensano di sapere le verità) continue domande sul come e sul perché di tutto (si potrebbe a questo punto paragonare Socrate ad un bambino). E si rese conto che era stato definito il più saggio perché “sapeva di non sapere”.

L’intellettualismo etico
Socrate sosteneva che la causa del male è soltanto l’ignoranza: chi commette il male, se sapesse non lo farebbe. Questo collega l’etica al problema della ricerca della verità: una scienza del bene e del male per eliminare il male ed avere un comportamento perfettamente etico, richiedono prima di dimostrare che esiste la verità, ossia che non si perde tempo a ricercare qualcosa che non esiste, e possibilmente di definire un metodo per trovare qualunque verità, anche non etica. Perciò, non riconosce nel comportamento acivico dei sofisti e di quanti lo condannarono a morte una colpa, ma un’ignoranza di fondo (della propria ignoranza, dell’esistenza) che davanti alle loro coscienze li legittimava ad agire per l’utile, anche uccidendo un uomo.
Socrate era abile oratore e uomo colto, amante dell’arte e delle scienze come il discepolo Platone, e con la maieutica aspirava ad un metodo per conoscere verità di qualunque tipo. Come filosofo e cittadino greco, a Socrate premeva la verità etica, davanti alla crisi morale del suo tempo in cui la sofistica minacciava i fondamenti stessi della democrazia ateniese, anche a livello teorico con la fondazione di fatto di una nuova etica (Protagora: se la verità non esiste, siamo legittimati a scegliere e difendere quella più utile per noi).
Il filosofo diversamente dai sofisti utilizzava la sua abilità di oratore (superiore ai sofisti stessi) non per utile personale, ma per cercare con gli altri di trovare la verità, dimostrando il più delle volte l’erroneità dei convincimenti altrui e convincendosi della propria ignoranza.
È appunto stato notato che il limite dei dialoghi era di non essere propositivi, generatori di verità, ma di concludersi nel dubbio e nella consapevolezza della propria ignoranza.
Ciò non nega la validità dello strumento dialogico che nel produrre il dubbio crea la consapevolezza della propria ignoranza e che esiste una verità da cercare: chi segue la maieutica ha appreso lo strumento (la maieutica) con cui trovare ogni altra verità e nel sapere di non sapere la verità iniziale su cui costruire. Diversamente dai sofisti, per Socrate, l’ignoranza e il relativismo morale non sono dati per sempre da un’impossibilità interna alla verità di esistere o conoscerla, ma sono una condizione temporanea da superare.

La definizione di felicità
Secondo il filosofo, con una delle definizione più complete di felicità mai date, “quella che sul piano soggettivo è la felicità, sul piano oggettivo coincide con la realizzazione della propria essenza”…, “felicità è fare quello per cui ciascuno di noi è stato programmato di fare”. Il concetto è riassunto nella parola greca “aretè” da non tradursi con virtù, ma con essenza, nonostante la riflessione di Socrate è orientata all’etica come priorità del suo tempo: essa è appunto l’idea che ciascuno nasca per fare il filosofo, l’artista, etc. con un’aspirazione che è necessario realizzare. In questo modo la ricerca della verità e il metodo maieutico per raggiungerla restano attuali anche raggiunta una verità etica: anche quando sia stato eliminato il male, vi sarebbe ancora da trovare l’essenza di ciascuno per realizzarne la felicità (in maniera individuale, lasciando l’etica al piano collettivo come farà Epicuro, o sempre attraverso il dialogo, facendo di ogni soggetto un oggetto della ricerca della verità).

EMPEDOCLE

Empedocle, filosofo greco, ma anche scienziato, uomo politico, oratore, medico e taumaturgo, nacque ad Agrigento il 492 a.C. circa e morì probabilmente nel 430 a.C.. Era di famiglia nobile e ricca. 
Se della sua vita non abbiamo molti dati certi, la sua fama di mago contribuì, invece, a far nascere molte leggende sul suo conto. I suoi amici e discepoli raccontano ad esempio che alla sua morte, essendo amato dagli dei, fu assunto in cielo; i suoi detrattori, al contrario, riferiscono che si sarebbe buttato nell’Etna, per dimostrare la sua divinità. In realtà non sappiamo neanche se sia morto in patria o, come sembra più probabile, nel Peloponneso. I Siciliani lo veneravano come profeta e gli attribuivano numerosi miracoli.
A Empedocle la tradizione attribuisce numerose opere, fra cui anche alcuni trattati – sulla medicina, sulla politica e sulle guerre persiane – e tragedie. A noi sono giunti però solo frammenti dei due poemi: Sulla natura e Purificazioni Della prima, di carattere cosmologico e naturalistico, sono rimasti circa 400 frammenti di diseguale ampiezza sugli originali 2000 versi, mentre della seconda, di carattere teologico e mistico, ne abbiamo poco meno di un centinaio rispetto agli originali 3000. La lingua da lui utilizzata è il dialetto ionico. 

Il pensiero
La filosofia di Empedocle si presenta come un tentativo di combinazione sintetica delle precedenti dottrine ioniche, pitagoriche, eraclitee e parmenidee. Dalla filosofia ionica e da quella di Eraclito egli accoglie l’idea del divenire, del continuo e incessante mutamento delle cose. Da Parmenide, al contrario, accetta la tesi dell’immutabilità e dell’eternità dell’Essere. Empedocle – e come lui anche gli altri fisici pluralisti – risolve questa apparente contraddizione distinguendo la realtà che ci circonda, mutevole, dagli elementi primi, immutabili, che la compongono.
Empedocle chiama tali elementi “radici” e afferma che sono quattro: fuoco, aria, terra e acqua. L’unione di tali radici determina la nascita delle cose, la loro separazione la morte. Si tratta perciò di apparenti nascite e apparenti morti, dal momento che l’Essere (le radici) non si crea e non si distrugge, ma è soltanto in continua trasformazione.
Le quattro radici sono alla base della gnoseologia di Empedocle. La sua tesi fondamentale, esattamente opposta a quella di Anassagora, è che il simile conosce il simile. La conoscenza avviene tramite l’incontro fra l’elemento che è nell’uomo e lo stesso elemento al di fuori di lui. Ogni cosa e ogni corpo infatti emanano degli efflussi che arrivano fino agli esseri viventi e vengono percepiti soltanto se si adattano per dimensione ai pori degli organi di senso; in caso contrario passano inosservati.
Nelle Purificazioni Empedocle riprende la teoria orfica e pitagorica della metempsicosi, affermando l’esistenza di una legge di natura che fa scontare agli uomini i propri peccati attraverso una serie continua di nascite e di morti, tramite cui l’anima, di origine divina, trasmigra da un essere vivente all’altro (animale o vegetale) per millenni. Questa concezione conduce al rifiuto assoluto dei sacrifici, poiché in ogni essere vivente è un’anima umana, che sta compiendo il suo ciclo di reincarnazioni. Se nel corso di questo ciclo l’anima si è comportata bene, al termine potrà tornare nella sua condizione divina.

ANASSAGORA
Anassagora (Clazomene, 500/496 a.C. – Lampsaco, 428 a.C. circa) è stato un filosofo greco.
Per le sue opinioni riguardo il Sole, ritenendolo una massa incandescente invece che una divinità, viene accusato di empietà (asèbeia), accusa frequente contro i filosofi antichi ogni volta che il loro pensiero si distaccava dai dogmi religiosi. Per sfuggire la condanna si rifugia a Lampsaco, dove finirà i suoi giorni.
Diogene Laerzio riferisce che Anassagora ritenesse la Luna abitata: questo fa di lui il primo sostenitore documentato di teorie extraterrestri nella storia.
Il pensiero
Il pensiero di Anassagora presenta analogie con quello di Empedocle, secondo cui nulla nasce e nulla perisce, ma nascita e morte sono solo termini convenzionalmente utilizzati dagli essere umani per identificare mescolanza e disgregazione delle parti dell’Essere. A differenza di Empedocle Anassagora chiama queste parti semi. I semi sono caratterizzati dall’essere di numero infinito, identici tra loro ed infinitamente divisibili; in seguito a questa definizione Aristotele li chiamerà anche omeomerie. L’unione dei semi dà origine alla materia; essa si differenzia solo in base alle diverse quantità di semi presenti in essa.
Dai semi il filosofo distingue una forza che li fa muovere e li ordina, ed imprime loro l’energia necessaria alla trasformazione (o Divenire Continuo, simile al Ciclo Cosmico di Empedocle). Questa forza è un’intelligenza divina o Nous, che governa i semi e non appartiene alla materia. Anassagora lo definisce “sottile”.
Anassagora dice che il Nous ha prodotto, nel caos primordiale dei semi, un movimento turbinoso che ha diviso le sostanze secondo l’opposizione del caldo e del freddo, della luce e dell’oscurità; appoggia quindi la teoria di Eraclito secondo la quale “il simile conosce il dissimile”. Anche il concetto di piccolo e grande sono per lui relativi poiché afferma che ciascuna cosa è grande o piccola a seconda del termine con cui la si confronta.
Teoria della conoscenza
Riteneva che la conoscenza avvenisse per tre gradi: l’esperienza, la sofìa e la tecnica.
Dall’esperienza dei contrari (ad esempio quando riusciamo a sentire il forte, grazie all’esperienza del debole) arriviamo alla conoscenza dell’esperienza nella memoria e da qui possiamo costruire il nostro sapere .
La tecnica infine permette all’uomo il dominio sulle cose, ponendosi dunque sotto il nous.

ALTRI SOFISTI
Prodico, Ippia, Antifonte, Trasimaco e Crizia furono di poco posteriori ai due sofisti precedenti ed ognuno di essi si applicò a questioni diverse: Prodico studiò i sinonimi, mettendo in luce l’autonomia del linguaggio rispetto alla realtà che indicava e si dedicò al problema etico ed educativo; Ippia fu celebre per il suo sapere enciclopedico, oltre alle numerose conoscenze pratiche che testimoniano di una positiva considerazione di esso; Antifonte contribuì alle ricerche matematiche.
Il problema più discusso da tutti fu però quello politico-religioso, in particolare il problema della validità delle leggi, la cui diversità da una città all’altra mostrava ormai chiaramente che non avevano origine divina. Come opera umana esse potevano essere migliorate e si fece strada così l’idea di trovare una superiore legge di natura a cui l’uomo dovesse riconoscere una validità superiore a quella delle singole leggi positive. Nasce così il contrasto fra natura (fysis) e convenzione (nomos).
Alcuni sofisti concepirono questa legge di natura come legge di solidarietà fra gli uomini di diverse razze e nazioni, contro la disuguaglianza provocata dalle leggi particolari. Altri sofisti la concepirono invece come trionfo del più forte sul più debole. Il compito di superare questa antinomia fra natura e convenzione, che era alla base di una reazione sempre più individualistica e irrazionalistica al pensiero del V sec. a.C., spetterà al pensiero scientifico: la storiografia mise in luce che la società era il prodotto di profondi processi storici e non solo di una convenzione fra gli uomini, mentre la medicina aiutò a capire che la fysis non è qualcosa di monolitico, bensì di polimorfico.

CRIZIA 

Crizia nacque ad Atene nel 460, da nobile famiglia. Dapprima discepolo di Gorgia, fu poi frequentatore di Socrate insieme a numerosi giovani dell’aristocrazia: Crizia, inoltre, intrattenne rapporti con Senofonte e Platone, nonché con Alcibiade, con il quale fu coinvolto, nel 415, nell’accusa di aver mutilato le erme. Proprio per il ritorno di Alcibiade dall’esilio Crizia fece approvare un decreto nell’estate del 411.
Il politico si ritirò, quindi, in Tessaglia, donde tornò ad Atene nella primavera del 404, guidando il governo filospartano dei Trenta Tiranni. Crizia vi si distinse come esponente della tendenza più radicale, mettendo a morte Teramene, capo dell’ala moderata, con un procedimento illegale.
Tuttavia, pochi mesi più tardi, gli uomini del democratico Trasibulo tornarono ad Atene, ingaggiando contro gli oligarchici uno scontro armato nel porto di Munichia, nel quale morì lo stesso Crizia.
Delle numerose opere che Crizia compose per dar voce alle sue teorie politiche e sociali restano appena 73 frammenti, probabilmente per la damnatio memoriae che seguì la sua morte da parte della restaurazione democratica ateniese. I titoli ci permettono di suddividerle in vari gruppi:
1.     Opere poetiche
oltre a esametri, elegie, scrisse dei  drammi di cui : 
1.    Tennes (2 frammenti)
2.    Radamanto (12 versi)
3.    Piritoo: è il dramma più ricostruibile, con i suoi 87 versi papiracei, in cui appare Piritoo, spregiatore degli dei e figlio di quell’Issione che tentò di violentare la stessa Era. In questa tragedia era rappresentata la discesa nell’Ade di Piritoo e Teseo per rapire Persefone.
4.    Sisifo: il lungo frammento pervenutoci di questo dramma satiresco (34 versi) appartiene ad uno scabroso monologo di Sisifo, re di Corinto ed empio per antonomasia, che tracciava una ricostruzione della società umana secondo lo sviluppo delle leggi. L’abbandono della tradizionale divisione esiodea delle età per una concezione progressista, di stampo democriteo e protagoreo, giungeva all’estremo radicalismo con l’affermazione che il timore della divinità è uno strumento di repressione contro i crimini:
2.     Costituzioni
Questi scritti in prosa non dovevano avere carattere di trattazioni sistematiche ma, come sembra potersi ricavare dalla Costituzione degli Spartani di Senofonte, che di Crizia fu seguace, esaminava gli aspetti sociali e civili del popolo in modo molto sintetico e negli ambiti essenziali, che rivelavano pregi e difetti del sistema in questione.
–         Costituzione dei Tessali: 
–         Costituzione degli Spartani: 
–         Costituzione degli Ateniesi (?) 
3.     Opere varie 
1.    Aforismi: 
2.    Conversazioni
3.    Proemi

CONCLUSIONI
Grande fu, in conclusione, il contributo dei sofisti al progresso del pensiero: essi hanno umanizzato la cultura accentuando l’indagine filosofica sull’uomo e comprendendo che egli è il fattore più importante della cultura e della civiltà. Importante è anche la loro opera critica nei confronti del dogmatismo, così come ebbe molto rilievo anche la tesi secondo cui la virtù si può insegnare: questa infatti sino ad ora era stata riservata a chi cresceva in una famiglia nobile, cosicché il plebeo non aveva alcuna possibilità di accedervi; ora, con la rivoluzione operata dai sofisti, la virtù si può insegnare e tutti possono apprenderla (novità che ebbe notevoli conseguenze anche come impulso allo sviluppo dell’educazione).