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LA DONNA NELL’ILIADE

LA DONNA NELL’ILIADE

La società descritta da Omero nell’ “Iliade” è certamente ben lontana da quella attuale. Si tratta di un ambiente in cui l’attività principale è la guerra, dove necessariamente gli uomini detengono il predominio. La vita delle donne nel poema ci appare particolarmente incentrata su attività quali la filatura al telaio e la preghiera. Da vari passi si deduce che nelle corti esistevano locali in cui la regina si riuniva con le ancelle per tessere. Le donne sono rappresentate sempre come subordinate all’uomo, talora addirittura come oggetti di contesa, come valori di scambio.

Nell’ambito del quadro complessivo dell’Iliade tuttavia non mancano figure femminili che emergono per nobiltà di sentimenti e per condizione sociale. Tra queste spicca Andromaca, soprattutto nell’episodio del libro VI incentrato sul suo incontro con Ettore alle porte Scee, nei versi 390 e seguenti, dove traspaiono la sua completa fedeltà all’eroe, il suo attaccamento alla famiglia, l’amore per il piccolo Astianatte, l’orrore per la guerra che la getta in uno stato di perenne angoscia, poiché proprio la guerra l’ha privata dei più importanti affetti familiari. Accanto a queste caratteristiche spiccatamente femminili, però, il personaggio di Andromaca dimostra proprio in questo episodio un’insospettabile competenza sulle tattiche di difesa da adottare in battaglia, competenza che, nonostante le divergenze di alcuni critici, potrebbe far presupporre che le donne appartenenti ai ceti sociali più elevati e spose di guerrieri si occupassero, anche se indirettamente, dei problemi pratici della guerra. Nel brano citato, Andromaca si atteggia a consigliera del marito sulla migliore tattica da adottare per salvare l’onore ma nello stesso tempo la vita. In questa sua preoccupazione dimostra nel contempo la sua fedeltà assoluta ad Ettore, sposando il quale ella ha potuto ricostruire una nuova famiglia dopo che quella d’origine le era stata completamente annientata dai Greci. Questa dedizione totale al marito torna a manifestrarsi nel libro XXIV nel pianto di Andromaca sulla salma di Ettore. In questa occasione la prima parola che le viene alle labbra è l’invocazione “aner”, “sposo”, come quella che riassume l’appassionato rimpianto e la grande sventura della vedova. E non manca certo il pensiero per il figlio ancora in tenera età, così debole da non potersi difendere, che certamente andrà incontro a una triste sorte e alla morte stessa. Le parole di Andromaca sono piene sia di dolore che di soave tenerezza materna, impareggiabili per sentimento. Accanto alle note tristi e dolorose, però, sono presenti le note di orgoglio per un così valoroso marito, e qui tutta si manifesta la fierezza di Andromaca.

Accanto agli esempi di spose fedeli non mancano quelli di preoccupazione materna nei confronti degli eroi che combattono. Madre premurosa ci appare Ecuba nel libro VI ai versi 251 e seguenti, quando offre al figlio Ettore del vino e lo esorta a riposarsi. Ettore però non accetta e si affretta a ritornare in combattimento, invitando la madre a recarsi con le altre matrone al tempio di Pallade per offrirle un peplo prezioso e prometterle un sacrificio se allontanerà Diomede dal campo di battaglia. Ritroviamo Ecuba nel libro XXIV, quando con Elena e Andromaca piange la morte di Ettore e ne rievoca la vita chiamandolo “il più caro dei figli”. Mentre la consorte loda il valore dell’eroe suo sposo, la vecchia madre, devota come tutti i vecchi, ne loda la pietà religiosa e trova in quel pensiero un conforto. Il segno della protezione divina è visibile in questo: mentre altri figli di Ecuba furono presi schiavi e venduti da Achille e il mare come una barriera insormontabile li separa dall’affetto materno, Ettore, pur morto, è ancora lì, innanzi alla madre, bello anche nella morte, come un fiore appena reciso. Ecuba quindi giudica più dolorosa la lontananza e la schiavitù dei figli in confronto alla loro morte, e reputa più fortunato Ettore che è morto ma non è stato condotto schiavo.

Un’altra madre costantemente preoccupata della sorte del figlio e premurosa nell’assisterlo è Teti, che, pur essendo una dea e quindi consapevole del destino di Achille, ci mostra tratti di umanità dolente e conserva gli aspetti materni propri delle più grandi figure femminili. Ella, sebbene mantenga i caratteri distintivi della divinità elevandosi al di sopra dell’umanità e della sua condizione, conserva potenziandoli i tratti di una femminilità sapiente, che si esplica tutta a vantaggio del figlio nel colloquio con Zeus nel libro I ai versi 493 e seguenti. Qui, invece di parlare al dio da pari a pari, preferisce umiliarsi di fronte a lui, ben sapendo per esperienza personale che Zeus, amando soprattutto il potere, non tollera di ricevere ordini o pressioni di sorta. E non accenna neanche per un attimo al loro passato amore. Ella tiene, con questo atteggiamento, una condotta del tutto opposta a quella di Era, che al contrario, impulsiva, prepotente e litigiosa, spesso irrita il suo sposo costringendolo ad opporsi a lei per non apparire sottomesso. E infatti Teti riesce ad ottenere ciò che ha chiesto a Zeus: i Troiani saranno superiori in battaglia agli Achei finché Achille starà lontano dalla guerra. Ella dunque rappresenta una femminilità che vince piegandosi, laddove quella di Era, che piegarsi non vuole, fallisce lo scopo.
Solo accennata nel poema appare la figura di Cassandra, esaltata invece dalla tradizione posteriore e specialmente da Eschilo ed Euripide come eroina trasgressiva, dotata del dono della profezia e destinata a non essere creduta. Nell’ “Iliade” compare solo qualche breve accenno alla sua giovinezza e alla sua verginità, come ad esempio nel libro XIII, mentre l’unica volta in cui ella appare direttamente in scena è nel libro XXIV quando, scorto Priamo di ritorno dal campo greco con la salma di Ettore, lo annuncia al popolo. Qui si mostra appena qualche traccia dello spirito profetico di Cassandra, che per prima ha una percezione quasi inconscia del ritorno del padre.

Non mancano, comunque, nell’ “Iliade” figure femminili dalla personalità complessa e, in questo senso, quasi moderna. Interessante è il personaggio di Elena che, ben lungi dall’essere presentata da Omero con atteggiamenti da donna fatale, mostra quasi di odiare la sua sovrumana bellezza che la spinge ad essere causa di eventi tragici, al punto che ella chiama se stessa “cagna” più di una volta. Questo suo odio per il suo ruolo nella guerra traspare anche nel libro XXIV ai versi 761 e seguenti, dove rimpiange con teneri accenti il cognato Ettore, l’unico ad essere benevolo con lei a Troia.
Alcuni critici trovano elementi di modernità nel personaggio di Elena perfino nelle stesse modalità del ratto compiuto da Paride. Essi, mettendo in evidenza che spesso Omero, quando cita Elena, non manca di ricordare le sue ricchezze, cioè i beni che ella portò con sé a Troia, ne hanno dedotto che la sua fuga non è la fuga improvvisa di una donna travolta dalla passione che scappa con l’amante incurante del domani, ma, se aveva con sé tanti averi, di cui Menelao chiedeva peraltro la restituzione, evidentemente ella aveva avuto tutto il tempo di preparare i bagagli con comodo. Dunque questi critici vedono in Elena una donna che sa quello che vuole, medita con calma e calcola il da farsi e che soprattutto porta con sé i beni che costituiranno la sua dote. Evidentemente la proprietà di questi beni resta a lei e non al marito. E se Elena per partire dovette preparare tutti quei bagagli, cosa che certo non potè fare in due minuti o in segreto, e non trovò opposizione, tutto ciò può significare una sola cosa: ella aveva piena potestà sui suoi beni e poteva scegliere l’uomo che più le piaceva, e Menelao non poteva opporsi.
Altri critici invece ipotizzano dall’accenno alle ricchezze di Elena che la sua storia non rispecchi altro che gli usi di un’antica età matriarcale, in cui la donna sceglieva lo sposo, o gli sposi, restando padrona del suo patrimonio. Nella cultura patriarcale successiva, una donna simile diventò semplicemente un’adultera, una sventura per la collettività; parallelamente l’iniziativa, che in origine fu sua, passò in mani maschili: lo straniero rapitore, il marito abbandonato… Omero nega che Elena sia la causa della guerra e getta parecchi dubbi sulla plausibilità del suo adulterio. Forse, dunque, il riferimento alle sue ricchezze non è un lapsus, ma un riferimento voluto a un costume antico.

Altri studi critici vedono adombrate sia nel ratto di Elena che in quello di Briseide vicende analoghe a quelle della divinità Core, che, rapita alla madre Demetra dal suo sposo Ade, dio degli Inferi, e poi ritrovata dalla dea, dovette adattarsi a vivere parte dell’anno sulla terra e parte sottoterra, divenendo simbolo dell’alternanza ciclica delle stagioni. Elena e Briseide sarebbero dunque due figure collegate in qualche modo agli antichi riti di fertilità. Parte della critica vi vede perfino un riferimento alla Potnia o Grande Madre, antica dea della terra, in cui si adorava il principio femminile della fecondità e della vita, ma anche divinità dell’acqua dei fiumi, del mare, dei boschi e delle sorgenti, divinità rispecchiante un’antica struttura matriarcale della società.
Sempre alla Potnia e soprattutto ai suoi aspetti marini nell’ “Iliade” sembra far riferimento anche la figura già citata della dea Teti, abitante negli abissi del mare. In lei sono rimasti anche gli aspetti materni della Potnia che, soccombendo dinanzi al potere patriarcale della spada e alla legge dell’onore, la rendono soccorritrice e mesta, sconfortata e dolente. Così ella ci appare nel libro XVIII ai versi 35 e seguenti. Defraudata del figlio Achille, a cui ha dato la vita e che il padre Zeus conduce alla morte, alla madre non resta che il pianto ininterrotto, prima ancora che il figlio perisca. E questo è, appunto, il dramma di Teti, la storia segreta del suo personaggio indimenticabile.
Molti sono quindi nell’ “Iliade” gli elementi che richiamano una femminilità di tipo tradizionale e ancestrale, pur se non manca un più moderno tratto psicologico che si cela soprattutto nella complessa personalità di Elena.

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