La disfatta di Gasr Bu Hàdi

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La disfatta di Gasr Bu Hàdi

La guerra di Libia, iniziata nel 1911 con un dispendio di uomini e mezzi impressionanti, si era conclusa o per meglio dire era diventata endemica quando gli arabi ribelli, spalleggiati dai turchi e dai tedeschi, si erano ritirati nel deserto interno e nel Fezzan (grande come l’Italia), o in alcuni casi addirittura nell’Egitto Inglese o nel Sudan Anglo-Egiziano. Dopo avere perso il controllo dell’intero Fezzan ci eravamo pian piano ritirati verso la costa per mancanza di uomini e mezzi che erano venuti a mancare per l’imminente conflitto Europeo. Gli altri paesi, ricordiamolo, iniziano nell’estate del 1914 e l’Italia anche se neutrale doveva essere pur vigile. Il colonnello Antonio Miani, responsabile delle operazioni era stato quindi costretto a lasciare ai ribelli della Senussia importanti centri come Murzuch, Sebha, Gadames (la cui guarnigione minacciata di annientamento dovette fuggire oltre il vicino confine tunisino), Brach, Socna e Giofra. Cadorna, nominato Capo di S.M nel luglio 1914, l’aveva detto chiaramente, con quello che avete potete fare di più e meglio, anzi alla bisogna mi rimanderete uomini nazionali. Di nazionali ce n’erano ormai pochi perché per la maggior parte si parlava di Eritrei, somali e bande libiche raffazzonate, dall’incerta fedeltà. Il mezzo disastro di Uadi Marsìt del 7 aprile 1915 non servì come riflessione. Un’altra operazione venne messa in campo con base di partenza da Misurata (Golfo Sirte). Miani, che non aveva brillato in passato per tattica, assemblò varie bande per un totale di 3.000 uomini con 220 cavalli, a cui si aggiungeva un’altra formazione “Nazionale” con il Battaglione (II) del 2° reggimento bersaglieri (ma potrebbe essere anche il XXII del 9°), un battaglione del 57° reggimento fanteria, due batterie da 70 mm., il 4° e il 13° battaglione libico, il 15° battaglione eritreo. In totale, Miani disponeva di 12 pezzi da montagna e di 12 mitragliatrici Maxim-Vickers, più 2.000 cammelli e 20 muli. Il 5 aprile 1915, la colonna lasciò Misurata e quattro giorni più tardi raggiunse Bir el Ezzar dove lo attendevano le bande Tarhuna e Orfella al comando del maggiore Rosso. Il 14, la colonna si accampò a Bir el-Gheddahia e da questa località riprese poi la sua marcia verso l’accampamento dei ribelli di Gasr Bu Hadi. Da questo momento difficoltà di approvvigionamento d’acqua e bande che non volevano allontanarsi dal loro habitat territoriale, crearono diversi problemi. Il 29 aprile Miani portò la sua colonna in direzione di Gasr Bu Hadi, località che egli credeva presidiata da circa 1.500 mujahedin agli ordini dei capi ribelli Safi ed-Din, Ahmed Tuati e Abdalla ben Idris. Le forze italiane, che marciavano in formazione compatta ed appesantita dalle salmerie, furono nuovamente attaccate (dopo l’attacco del giorno prima) da raggruppamenti irregolari. Per prima cosa, i beduini si avventarono sulle salmerie e sui reparti “irregolari” che si sbandarono. Miani cercò, con molto ritardo, di sparpagliare le sue colonne, ma il nemico reiterò i suoi attacchi sospingendo i reparti italiani verso una stretta valle. Fu l’inizio della fine. Verso sera, i combattimenti ebbero termine con la totale sconfitta degli italiani. “Su 84 ufficiali, 19 risultarono deceduti e 23 feriti. Su 900 soldati nazionali, i morti furono 237 e 127 i feriti. Dei 2.089 ascari eritrei e libici “regolari”, 242 sono rimasti uccisi e 290 feriti”. Caddero inoltre nelle mani del nemico 5.000 fucili, circa 3 milioni di cartucce, almeno 6 mitragliatrici, quasi tutti i pezzi da 70 mm e persino la cassa militare. Tante armi, viveri e denaro da alimentare e rendere vincente la rivolta araba. In pochi mesi i mujaheddin avrebbero ripreso tutti i territori conquistati dagli italiani in quattro anni di guerre, salvo Tripoli e poche altre città della costa. Nessuno, dunque, badò alla Libia, mentre nella fornace del Carso si immolava un reggimento dopo l’altro, una brigata dopo l’altra, con un bagno di sangue senza precedenti. Per Antonio Miani, iniziò invece una lunga e tormentata contestazione, a base di lettere, promemoria e carta bollata. All’ufficiale venne poi impedito di servire il Paese durante la Grande Guerra. Morirà nel 1933 a caso ancora aperto, ma intanto Graziani con una nuova dovizia di mezzi aveva fatto terra bruciata intorno ai ribelli.

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