LA CASA IN COLLINA TRAMA

LA CASA IN COLLINA TRAMA

LA CASA IN COLLINA TRAMA


LA CASA IN COLLINA

Cronologicamente parlando, ora si dovrebbe passare a Paesi tuoi, ma la curiosa affinità che lega Il carcere a La casa in collina non può che attrarre verso un’analisi del secondo racconto di Prima che il gallo canti: appunto La casa in collina. E’ anche questa la storia di Pavese, ma più recente sia cornologicamente, per quanto affermato più volte in precedenza, sia come contenuto. E’ appena finita la guerra e, come già visto nelle tappe cronologiche della vita di Pavese, sappiamo che egli dal ’43 si era, fino al ’45, rifugiato nel Monferrato per sfuggire alla guerra civile allora in corso. Così il personaggio del racconto, come Pavese stesso (si noti l’ennesima affinità Pavese-personaggio), sfugge alla guerra rifugiandosi in collina. Siamo nel ’43 e il luogo non è più il mare di un paese in tempo di pace, bensì una città in rovina, bombardata, che come le altre città subisce la dura legge della guerra. Il protagonista, Corrado, un intellettuale, è un professore che vive questo dramma osservando tutto quanto accade intorno a lui. Corrado prende sempre un atteggiamento di distacco, preso com’è dal problema di capire cosa sta realmente accadendo. Soprattutto cerca di capire sè stesso in certi frangenti. Corrado si rifugia dunque in collina, una collina diversa da ogni altro possibile luogo ove rifugiarsi, perché, come afferma Pavese stesso, è un aspetto delle cose e diventa addirittura un modo di vivere. Corrado in collina è ospite di due donne, ed una, Elvira, lo ama segretamente senza che Corrado corrisponda a questo sentimento. Appena può, egli si reca in un’osteria dei dintorni, Le Fontane, dove si ritrova la gente che per sfuggire ai bombardamenti si reca sulle colline la sera, lasciando Torino. Lì si parla chiaramente di politica, della possibile ed ormai imminente caduta del fascismo. Si ascolta Radio Londra e tutto questo è l’immagine tipica del ’43. A Corrado interessa soprattutto una ragazza, Cate, con la quale ebbe una relazione in anni ormai lontani. Cate ha ora un bambino che potrebbe essere figlio di Corrado e porta il suo nome. Qui egli vorrebbe capire se la vita al fianco di Cate e di fronte al bambino, possa avere un senso. Ma Cate lo rimprovera di non essere in grado di amare qualcuno e soprattutto di uscire dal suo isolamento. Successivamente gli avvenimenti precipitano: cade il fascismo, arrivano i tedeschi, inizia l’attività partigiana e i rastrellamenti. Non sfugge a questi ultimi nemmeno l’osteria frequentata da Corrado, nella quale il suo gruppo viene arrestato dai tedeschi. Corrado è l’unico a salvarsi, con il bambino, Dino, col quale si rifugia dapprima in un collegio ma, data l’insicurezza del posto, abbandona il bambino e ritorna sulle sue colline, questa volta nelle Langhe, dove si sente più sicuro. In questi luoghi che non sono distrutti dalla guerra, dove la miseria da essa provocata non è stata fonte di contagio, Corrado sembra ritrovi una certa tranquillità. Non fugge più, non ha più paura; tra i campi può osservare il trascorrere della vita. Nei campi la vita è regolata dalle stagioni, dal rinnovarsi della natura, ossia sono fatti che mantengono un loro corso che è estraneo, incondizionabile dalle crudeltà alle quali si abbandona l’uomo. Nell’ultima pagina del racconto Pavese scrive alcune delle righe più umane che abbia mai scritto. Vale la pena di citarle per intero:

“Non so se Cate, Fonso, Dino e tutti gli altri torneranno, certe volte lo spero e mi fa paura. Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso. “Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccende altrui, non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei morti tenga noialtri inchiodati a vederli e a riempircene gli occhi.”.1

A questo punto è chiaro che non aver partecipato alla Resistenza è per Pavese un senso di colpa, dal quale non riesce a staccarsi, ma anche l’aver visto tutta la crudeltà della morte lascia in lui un altro senso di colpa: sentirsi inutile di fronte a tutti quegli uomini uccisi, falciati dalla crudeltà della guerra. Non tutti però sono fatti per la guerra fisica; c’è chi, dal canto suo – come Pavese – la sua guerra, come scrittore, l’ha combattuta in modo degno di considerazione. L’affinità tra i due romanzi, Il carcere e La casa in collina, ora la si può trovare con facilità. Stefano e Corrado sono due personaggi che formano un uomo, Pavese, con tutte le sue caratteristiche: paura, amori contrastati e contrastanti, incomunicabilità col sistema: Stefano e l’autorità costituita, Corrado e la guerra (prima i fascisti, poi i tedeschi), incomunicabilità con l’ambiente: Stefano e Brancaleone calabro, Corrado e la Torino invasa dalla guerra. Poi i personaggi femminili: Elena ed Elvira hanno lo stesso problema, cioè non riescono a farsi amare dal protagonista; Cate e Concia sono le donne che, rispettivamente Corrado e Stefano vorrebbero avere, la realtà fantastica. Comunque, l’importanza di questo libro sta nel fatto che Pavese non si limita a far muovere i suoi personaggi nello sfondo di uno scenario che è quello dell’Italia durante il fascismo e la Resistenza, ma è riuscito a costruire delle relazioni simboliche. Infatti ogni personaggio è un simbolo, è andare oltre la realtà, è costruire una realtà propria sul fascismo e sulla Resistenza. Ma ora, dobbiamo fare un passo all’indietro; abbiamo infatti saltato dieci anni nella storia pavesiana. Tornando al ’39, ritroviamo Pavese che scrive Paesi tuoi.

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