JELI IL PASTORE RIASSUNTO E COMMENTO

JELI IL PASTORE RIASSUNTO E COMMENTO

di Giovanni Verga

FONTE:https://balbruno.altervista.org/index-2446.html

FONTE >> SITO DI BALBRUNO.ALTERVISTA<<


PERSONAGGI PRINCIPALI
JELI – E’ un giovane ragazzo il protagonista che incontriamo all’inizio della novella. Abituato fin da piccolo ad arrangiarsi, avendo vissuto lontano dai genitori, a lavorare. Conosce Alfonso, un ragazzino più o meno della sua età, ricco che in un certo senso invidiava Jeli, poiché il giovane pastore aveva una grande esperienza con i cavalli e suonava lo zufolo, andava a pesca e sapeva fare un sacco di altre cose. Innamoratosi di Mara, una ragazza del posto, soffre molto sia per la morte del padre sia per la partenza di Mara, che rivedrà ad una fiera: infatti doveva portare a quella fiera degli animali per il suo padrone, ma inavvertitamente, uno di essi cade e muore. Licenziato per questo incidente, riviene assunto grazie al padre di Mara, che gli trova un lavoro come stalliere. Nel frattempo, Mara, si era quasi scordata di lui, e si era fidanzata con un altro. Lasciato poi questo ragazzo, Mara si fidanzò con Alfonso, il ragazzo con cui Jeli giocava da bambino. Mara, allora, per convenienza, poiché le era successa una sventura, e quindi non avrebbe avuto i soldi per una eventuale dote, sposa Jeli, ormai ben piazzato economicamente, ma continua a tradirlo con Alfonso. Jeli che è sempre stato ignorante ma buono, non capisce tutto questo e continua a vivere normalmente. Un giorno accompagna la moglie Mara ad una festa in cui c’era anche Alfonso, ben vestito, che ostentava la sua ricchezza di fronte all’umiltà di Jeli: Alfonso, ballando con Mara, inizia a toccarla, e solo allora Jeli capisce che quello che gli diceva ripetutamente la gente, cioè che la moglie lo tradiva era vero, e si scaglia su Alfonso uccidendolo.


Jeli il pastore è testo emblematico della nuova maniera verghiana inaugurata da Vita dei campi e strettamente collegata alla poetica del verismo. La novella racconta infatti, sullo sfondo di una Sicilia agreste ed ancestrale, la vicenda di un umile guardiano di animali che vive in un rapporto esclusivo con il mondo naturale. È in questo microcosmo protetto ed illibato che Jeli bambino intesse un’amicizia con Don Alfonso, figlio dei signori del luogo, e con Mara, una ragazzina anch’essa di estrazione contadina. Le prime righe della novella sono filtrare dalla percezione dell’irrecuperabilità di questo mondo e di questa età della vita:
Jeli, il guardiano di cavalli, aveva tredici anni quando conobbe don Alfonso, il signorino; ma era così piccolo che non arrivava alla pancia della bianca, la vecchia giumenta che portava il campanaccio della mandria. […] Il suo amico don Alfonsino, mentre era in villeggiatura, andava a trovarlo tutti i giorni che Dio mandava a Tebidi, e divideva con lui il suo pezzetto di cioccolata, e il pane d’orso del pastorello, e le frutta rubate al vicino .
Anche la voce del narratore, seguendo l’impostazione verista, si modella su quella dei suoi protagonisti e sulle loro risorse conoscitive, mescolando ai propri moduli espressivi quelli del protagonista Jeli, estasiato dal contatto con la Natura incontaminata:
Ah! le belle scappate pei campi mietuti, colle criniere al vento! I bei giorni di aprile, quando il vento accavallava ad onde l’erba verde, e le cavalle nitrivano nei pascoli; i bei meriggi d’estate, in cui la campagna, bianchiccia, taceva, sotto il cielo fosco, e i grilli scoppiettavano fra le zolle, come se le stoppie incendiassero! […] il buon odore del fieno in cui s’affondavano i gomiti, e il ronzìo malinconico degli insetti della sera, e quelle note dello zufolo di Jeli, sempre le stesse – iuh! iuh! iuh! che facevano pensare alle cose lontane […]
Jeli è una figura tipica del mondo dei campi: come “un cane senza padrone”  a suo perfetto agio nel mondo rurale e in mezzo agli animali, egli si meraviglia quando “don Alfonsino”, l’amico nobile e benestante, gli spiega che lui sa leggere e scrivere . Al trascorrere degli anni, Jeli mantiene l’ingenuità infantile e si innamora di Mara, figlia di Massaro Agrippino, un guardiano di terreni. Il legame tra i due, che dura dall’infanzia, deve fare i conti con le difficoltà economiche delle rispettive famiglie: Jeli perde il padre, compare Menu, a causa della malaria, mentre la famiglia di Mara deve trasferirsi a Marineo (un paesino presso Palermo) perché è stata licenziata dal padrone delle loro terre.
Il passaggio dal mondo contadino a quello urbano modifica i rapporti tra Jeli e Mara; il primo conserva intatto il suo amore ingenuo per la ragazza, mentre la seconda si fidanza con un massaro locale seguendo la legge non scritta della “roba”, che sovrappone ai sentimenti la necessità di migliorare la propria condizione economica .
In occasione della festa di san Giovanni, Jeli non vede l’ora di reincontrare Mara, confidando ingenuamente di poter vedere corrisposti i propri sentimenti. L’occasione si rivela in realtà una atroce beffa: mentre egli sta conducendo una mandria di animali in paese per onorare un importante contratto, perde per un incidente lo “stellato”, un puledro “che valeva dodici onze come dodici angeli del paradiso!”  e che deve essere soppresso dopo essere precipitato in un burrone. Oltre alla vergogna del licenziamento, Jeli deve subire pure l’onta di partecipare alla festa con Mara e con il fidanzato di lei, massaro Neri .
Mentre Massaro Agrippino procura un nuovo lavoro a Jeli come guardiano di pecore, scoppia lo scandalo che impedisce il matrimonio programmato di Mara: la ragazza ha infatti una relazione con don Alfonso, cui “ripara” sposando Jeli, che l’accetta nonostante i pettegolezzi su di lei. La scena del matrimonio è ancora filtrata dall’ingenuo punto di vista del ragazzo:
Massaro Agrippino infatti disse di sì, e la gnà Lia mise insieme presto presto un giubbone nuovo, e un paio di brache di velluto per il genero. Mara era bella e fresca come una rosa, con quella mantellina bianca che sembrava l’agnello pasquale e quella collana d’ambra che le faceva il collo bianco […]. Quando Mara disse sissignore, e il prete gliela diede in moglie con un gran crocione, Jeli se la condusse a casa, e gli parve che gli avessero dato tutto l’oro della Madonna, e tutte le terre che aveva visto con gli occhi .
La tragedia però incombe: Jeli, nonostante le voci che circolano, non vuole credere al proseguimento della relazione tra la moglie e don Alfonso. Eppure, quando quest’ultimo invita Mara a ballare durante una festa paesana, Jeli reagisce obbedendo ad un suo atavico senso di giustizia e di vendetta (un tema, quello dell’amore tragico, che tornerà anche in altre novelle, come Cavalleria rusticana e La lupa):
Tutt’a un tratto come vide che don Alfonso, colla bella barba ricciuta, e la giacchetta di velluto e la catenella d’oro sul panciotto, prese Mara per la mano per ballare, solo allora, come vide che la toccava, si slanciò su di lui, e gli tagliò la gola di un sol colpo, proprio come un capretto.
Più tardi, mentre lo conducevano dinanzi al giudice, legato, disfatto, senza che avesse osato opporre la menoma resistenza: “Come” diceva “non dovevo ucciderlo nemmeno?… Se mi aveva preso la Mara!…”