IMPERO PERSIANO

IMPERO PERSIANO

FONTE:http://web.tiscali.it/agmedia/persiani.htm

Estensione dell’impero persiano

L’impero persiano fu il più vasto tra quelli dell’antico oriente. Si estendeva sulle terre comprese tra il mar Egeo, il mar Nero, il Caucaso, l’Oceano Indiano, l’Alto Egitto e il Mediterraneo orientale. La sua ampiezza raggiunse nel periodo di massimo splendore circa 7 milioni di Km quadrati, con una popolazione stimata di circa 20 milioni di abitanti.
I contatti tra le varie province dell’impero erano assicurati da un’ampia rete di strade, la più importante delle quali, la Via Regia, portava da Susa a Sardi, coprendo una distanza di 2700 Km. I corrieri del re, principali mezzi di trasmissione delle notizie, percorrevano la Via Regia in una sola settimana.

Dai Medi ai Persiani
Dopo la distruzione dell’impero assiro, tra la fine del II e l’inizio del I millennio a. C., i Medi assoggettarono gradualmente le popolazioni stanziatesi, come loro, sui territori corrispondenti all’attuale Iran.
Intorno al 700 a.C. troviamo nell’Iran occidentale due popolazioni affini organizzate in stati unitari: i Medi a nord e i Persiani a sud.
Ciassare, re dei Medi, dopo la caduta dell’impero assiro, annette al suo stato le province settentrionali ed estende il proprio potere sull’altopiano iranico, rendendo suoi tributari anche i Persiani.
Il regno dei Medi ebbe breve durata perché indebolito dalla sua struttura feudale. Sotto Astiage, successore di Ciassare, ai Medi subentrarono i Persiani.

Da Ciro a Dario
Da questo momento la potenza dell’impero persiano fu destinata a crescere, parallamente all’espansione territoriale: ciò soprattutto per merito del fortunato alternarsi, al vertice, di condottieri capaci e risoluti, che seppero guidare il loro popolo verso grandi conquiste passate alla storia.
Intorno al 550 a.C. , Ciro, nipote di Astiage, si ribellò alla sovranità meda e depose suo nonno. Proclamatosi re dei Persiani estese il già vasto impero dei Medi: a occidente espugnò Sardi capitale della Lidia. Anche l’Anatolia e le città greche della costa, sottomesse alla Lidia, diventarono domino persiano.
Nel 539 Ciro conquistò Babilonia e tutte le province che facevano parte del nuovo impero babilonese. Ciò provocò movimenti di rivolta nelle popolazioni locali, che vennero sedati nel corso degli anni.


Alla morte di Ciro, il figlio e successore, Cambise, tra il 529 e il 522 a. C. portò a termine un altro dei progetti di conquista paterni: la sottomissione dell’Egitto.
Dopo un periodo di disordini interni, a Cambise succedette un altro Achemenide: Dario I, che diede una robusta struttura all’impero: a est occupò la valle dell’Indo e a ovest intraprese una spedizione contro gli Sciiti. Ridusse inoltre la Tracia a provincia stabilendo così un importante punto di contatto col mondo europeo e in particolare con la civiltà ellenica.
Dario creò degli ordinamenti con l‘intenzione di conciliare i principi di accentramento del suo regno con l’aspirazione all’autonomia dei popoli assoggettati. A ogni etnia sottomessa concesse di conservare la propria struttura sociale, la propria lingua, la propria religione e, in alcuni casi, anche i vecchi capi.
Dario divise inoltre l’impero in province, chiamate satrapie. A capo di ognuna di esse si trovava un governatore chiamato satrapo, che veniva nominato dal re e presiedeva all’amministrazione della giustizia, al comando dell’esercito e alla riscossione dei tributi.


Come abbiamo visto la storia dell’antica Persia, già al suo nascere, è costellata da conflitti espansionistici, rivolte, vittorie, sconfitte. Non mancano notevoli opere civilizzatrici e di urbanizzazione. Significativo è l‘avvio dei lavori per il Canale di Suez da parte di Dario I nel 500 a. C.

Le guerre greco-persiane
Ma la sua aspirazione era quella di conquistare l’intera Grecia. Fu proprio nel 500 che i Greci della Ionia si ribellarono al dominio persiano. Sotto la guida di Aristagora dichiararono la propria indipendenza e chiesero l’aiuto dei vicini stati greci. Gli Ateniesi furono i primi a rispondere all’appello della Ionia, fornendo un forte contingente di uomini e navi, che assieme ai ribelli sferrarono un’offensiva avanzando da Efeso verso Sardi.
Questa rivolta diede inizio alle cosiddette guerre greco-persiane, uno dei momenti più intensi della storia dei due paesi. Pur combattendo con accanimento, gli Ateniesi subirono la pressione persiana e prima di ritirarsi dalla Ionia, saccheggiarono e incendiarono la città persiana di Sardi. Anche senza il loro notevole aiuto però, la rivolta continuò con successo lungo tutta la costa, estendendosi alle colone greche sull’isola di Cipro. Il predominio persiano era ormai minato.
La situazione stava chiaramente sfuggendo di mano ai Persiani, incapaci di contenere l’insurrezione. Dario richiamò notevoli contingenti di truppe dall’Asia minore e raccolse la flotta fenicia per scatenare una pesante controffensiva. Quest’azione servì a bloccare rapidamente l’avanzata greca e nel giro di 4 anni la rivolta fu completamente sedata. Per Dario era giunto il momento di ripagare gli Ateniesi.
Gli stati greci erano assolutamente indipendenti l’uno dall’altro e quindi fu abbastanza semplice per Dario esercitare forti pressioni su di loro fino a costringerli alla resa.
Poi pretese addirittura un’offerta simbolica di terra e acqua in riconoscimento del dominio persiano. Gli Ateniesi e gli Spartani furono gli unici a resistere rifiutando di sottomettersi. Dario decise perciò di dare loro una lezione esemplare.
Poiché il suo obiettivo era quello di eliminare ogni opposizione nella Grecia continentale, cercò di trovare un ateniese che potese agire a suo favore all’interno della Grecia. La persona più adatta a realizzare il suo scopo era Ippia, un nobile in esilio che, sconfitti gli Ateniesi, sarebbe diventato governatore per conto dei Persiani.
Assicurandosi progressivamente il controllo dell mar Egeo, i Persiani si avvicinarono alle coste greche. Molte isole vennero attaccate e depredate. Atene stessa era minacciata. Il traditore ateneiese Ippia consigliò ai Persinai di sbarcare nella baia di Maratona. La baia infatti era protetta dai venti e poteva ospitare agevolmente le oltre 600 navi della flotta di Dario. Nell’entroterra si estendeva una vasta pianura ove la cavalleria persiana poteva muoversi con profitto, mentre i Persiani sbarcavano, dei segnali di allarme avvertivano gli Ateniesi del pericolo. Il comandante greco Milziade radunò tutti gli uomini disponibili e invò un messaggero a Sparta per chiedere rinforzi. Gli Spartani, esperti guerrieri ma molto superstiziosi, risposero che per motivi religiosi non avrebbero potuto intervenire prima del successivo plenilunio. Ciò avrebbe comportato un ritardo di almeno una settimana, durante la quale sarebbe potuto succedere di tutto. Atene era sola.

Gli eserciti
Gli eserciti greci contavano, oltre che sui guerrieri opliti della fanteria pesante, anche su numerosi psiloi, soldati di fanteria leggera il cui ruolo principale era di dare inizio alla battaglia attaccando ripetutamente il nemico sui fianchi. Quando si riteneva che l’avversario fosse stato sufficientemente indebolito, interveniva la vera e propria forza di sfondamento, costituita dagli opliti che organizzati in solide falangi, avanzavano verso il centro dello schieramento nemico.

Diversamente dai Greci i Persiani avevano una fanteria molto leggera, composta in gran parte da arcieri, mentre il nerbo del loro esercito era costituito da una forte cavalleria. Fu questo fattore che li spinse a decidere di combatere i Greci nella pianura di Maratona, invece di conquistare subito un passaggio verso Atene attraverso le montagne.
I persiani speravano che ad Atene i seguaci di Ippia, approfittando della lontananza dell’esercito, riuscissero a ribellarsi e a impadronirsi della città.
I due eserciti si fronteggiarono per 5 giorni. Poi nella notte dell’11 agosto la maggior parte della cavalleria persiana fu reimbarcata con l’intenzione di approdare nella baia di Falero, molto più vicino ad Atene. Appena si resero conto di cosa stava accadendo, i greci si trovarono di fronte a un dilemma: precipitarsi a salvare la città, lasciando incustoditi i passi di montagna alle loro spalle o attaccare immediatamente la fanteria persiana.

La battaglia di Maratona
All’alba il greco Milziade decise di correre il rischio e di tentare di distruggere i Persiani. Ebbe così inizio la famosa battaglia di Maratona. Il generale ateniese elaborò velocemente un piano: il centro dello schieramento greco venne deliberatamente indebolito, concentrando la forza maggiore sui fianchi, nella speranza di poter così circondare i Persiani, i quali sull’altro lato della pianura, come previsto da Milziade, avevano ammassato le truppe migliori nel centro, lasciando sulle ali l’inefficiente fanteria leggera.
Appena schierati i greci attaccarono, avanzando di corsa per ridurre al minimo le vittime degli arcieri. Come previsto il centro dello schieramento persiano respinse in breve tempo gli opliti greci, ma sui fianchi gli arcieri vennero presto sbaragliati e Milziade potè stringere il centro dello schieramento nemico in una morsa.
Chiusi su tre lati e con una grande palude di acqua salata alle spalle, il generale persiano Artaferne e i suoi uomini combattendo fino all’ultimo sangue riuscirono a raggiungere la spiaggia e a rifugiarsi sulle navi.
I greci avevano vinto la battaglia e in seguito rivendicarono un numero molto alto di morti tra il nemico, ma restava il fatto che avevano solo sconfitto e non distrutto i Persiani.
Ora dovevano bloccare lo sbarco di Falero, ma se ci fossero riusciti sarebbero stati certamente troppo esausti per affrontare la cavalleria persiana già schierata. Dovevano pertanto raggiungere la baia in tempo per incontrare i Persiani mentre attraccavano e prima che potessero uscire dall’acqua e disporsi per il combattimento.

Con un’ncredibile marcia forzata, gli Ateniesi riuscirono a raggiungere la spiaggia e ad appostarsi. Sfortunatamente per i persiani, quando arrivarono i malconci superstiti della fanteria di Artaferne, questi erano così demoralizzati per la sconfitta e sfiniti per la marcia verso il nuovo campo di battaglia, che non furono in grado di stabilire una testa di ponte. Perciò furono costretti ad una ritirata strategica nell’Egeo: la Grecia era salva. Ma non ci fu riposo per gli sconfitti persiani. I greci lanciarono immediatamente una controffensiva con lo scopo di riprendere il controllo delle isole dell’Egeo. Purtroppo però le loro risorse erano troppo limitate e l’obietivo non fu raggiunto.

Pochi anni dopo avrebbero dovuto affrontare un nuovo attacco, condotto questa volta da Serse, figlio di Dario.

Serse
Nel 485 a. C. Dario morì e il figlio Serse prese in mano le sorti del regno. Secondo la tradizione persiana era dio a scegliere il re. Visto che non poteva essere incoronato da un uomo, Serse si autoproclamò re, diventando il capo dell’impero più potente del mondo e ordinò la costruzione di molti edifici.
Persepoli, la nuova capitale stava diventando una delle più belle città del mondo antico. Da tutto l’impero diverse centinaia di sudditi vennero a rendere omaggio al nuovo re. Serse a questo punto non potendo dimenticare il fallimento persiano contro i Greci era determinato a far pagare ad Atene la sconfitta subita da suo padre a Maratona nel 490 a. C.

L’esercito di Serse era indubbiamente di gran lunga il più forte rispetto agli altri dell’epoca. Solo metà degli uomini erano persiani, gli altri erano mercenari provenienti dal medioriente e dall’Asia Minore.
Questa possente forza militare avrebbe dovuto soggiogare la Grecia una volta per tutte. Nella primavera del 480 a. C. Serse aveva già attraversato l’Ellesponto, lo stretto canale che separa l’Europa dall’Asia, e si stava spingendo verso la Tessaglia. I greci erano divisi: gli Spartani sostenevano che la Grecia centrale non era difendibile e che avrebbero dovuto ritirarsi e proteggere l’Istmo di Corinto. Secondo gli Ateniesi il sacrificio della Grecia settentrionale e centrale sarebbe stato inutile. Tutti però riconobbero l’indifendibilità della Tessaglia e decisero di concentrare la resistenza alle Termopili.

La battaglia delle Termopili
Il luogo scelto per fronteggiare gli invasori costituiva una posizione fortemente strategica e comprendeva una serie di passi fra le montagne e il mare. Leonida re degli Spartani era stato scelto per comandare le forze greche e, mentre Serse si avvicinava, occupò l’accesso. Si trattava di una posizione difensiva ideale, non più larga di 4 metri, ma sulle montagne un altro sentiero conduceva direttamente alle spalle della posizione di Leonida, che disponeva di 300 soldati spartani pronti a dare prova del loro coraggio fino all’estremo sacrificio.
Quando Serse arrivò con i suoi carri e la cavalleria, li vide e sorpreso per il loro esiguo numero, gli intimò di ritirarsi. Poiché gli Spartani non si mossero, il generale persiano fece loro sapere che se non si fossero ritirati avrebbe oscurato il sole con le sue frecce; al che gli Spartani risposero: “Bene, ci fa piacere un po’ d’ombra, così combatteremo meglio”.
Tutto si svolse secondo le previsioni di Leonida. Serse si fermò nella pianura attendendo le navi con le scorte di viveri; poi dopo 4 giorni sferrò un attacco per saggiare l’avversario. Fu presto chiaro che i Greci avevano scelto molto bene la propria posizione.
Il giorno seguente anche un secondo attacco fu respinto. Serse riuscì a scoprire però un sentiero di montagna, che gli avrebbe permesso di aggirare lo sparuto, ma fiero contingente greco annientandolo.
Dopo l’amara sconfitta Leonida venne a sapere di essere stato sconfitto dal greco Efialte, che aveva indicato il sentiero al nemico. Temendo di essere circondati, la maggior parte dei Greci abbandonò la posizione stabilita alle Termopili. I 300 Spartani agli ordini di Leonida lottarono strenuamente, ma vennero massacrati. Ora tutta la Grecia era a portata di mano dei Persiani e dopo una breve resitenza Atene fu saccheggiata e incendiata. L’esercito e la popolazione ateniese trovarono rifugio sulla vicina isola di Salamina. L’istmo di Corinto fu fortificato in un estremo tentativo di tenere i Persiani fuori dal Peloponneso.


La battaglia di Salamina
Per i Greci l’ultima speranza di vittoria era legata alla flotta ateniese. La battaglia che avrebbe deciso l’esito della guerra ebbe luogo vicino ad ad Atene, nello stretto canale tra la terra ferma e l’isola di Salamina. Le navi greche inizialmente si disposero lungo la costa settentrionale dell’isola nella baia di Eleusi. I Persiani a sud lungo il promontorio di Cinosura.
Pur conscio del pericolo, l’ammiraglio greco Temistocle, deciso ad attirare i persiani in una trappola fece arrivare a Serse un messaggio in cui affermava di volersi alleare con lui, avvertendolo inoltre che i Greci avevano intenzione di fuggire dall’estreemità occidentale della baia. Perciò Serse ordinò di chiudere il passaggio ad occidente e di attaccare subito.
Una volta accertatosi che i persiani fossero stati attirati nel canale, Temistocle formò la sua linea di battaglia e ordinò alla flotta greca di avanzare verso di loro. Serse aveva posizionato gli esperti fenici sulla destra dello schieramento, mentre la sinistra era protetta dall’altrettanto abile contigente ionico, cioè dai greci che si erano ribellati e che ora combattevano con i Persiani contro altri Greci. Man mano che si inoltravano nel canale, i Persiani iniziarono a trovarsi in difficoltà perché la via d’acqua si restringeva notevolmente, cosicché meno di 20 triremi potevano muoversi fianco a fianco. Fino a quel momento le due flotte si erano fronteggiate in una calma piatta. All’improvviso il vento comnciò ad alzarsi agitando il mare.
Le basse e snelle triremi dei Greci si muovevano bene, mentre le navi fenicie erano più grosse, molto più pesanti e meno maneggevoli. In una battaglia in mare aperto, i Fenici sarebbero stati avvantaggiati, ma nel canale non riuscivano a mantenere la formazione e presto le navi iniziarono ad entrare in collisione l’una con l’altra.
Questo era il momento atteso dai greci per far avanzare le loro triremi. Inizialmente il centro della formazione persiana resistette, ma presto i Fenici si trovarono in difficoltà e iniziarono ad arretrare, mentre altre navi stavano arrivando alle loro spalle. Alla fine molti Fenici scelsero la soluzione più comoda e fecero incagliare le navi.
Comprensibilmente sorpreso da questo rovescio imprevisto, il centro dello schieramento persiano cedette e ben presto solo gli Ioni rimasero a sostenere il combattimento.
Ma per quanto accanita fosse la loro resistenza e nonostante la loro grande esperienza in fatto di scontri navali, non poterono cambiare da soli le sorti della battaglia e si ritirarono dal canale.
Non si conosce l’entità delle perdite persiane. Lo storico Erodoto parla addirittura di 200 navi. Certo è che per i Greci si trattò di una vittoria decisiva. Con metà della sua flotta distrutta, Serse non fu nelle condizioni di riprendere la guerra e si vide costretto a ordinare la ritirata nel’Ellesponto.
Il comamdante persiano era ansioso di ridurre al minimo gli effetti della disfatta: una ritirata completa dalla Grecia avrebbe sicuramente ispirato nuove rivolte e così buona parte dell’esercito restò in Tessaglia, sotto la guida del generale Mardonio. Il suo compito era di ritentare, se possibile, l’offensiva.
Mardonio si mosse con prontezza verso sud e sferrò con successo un attacco contro Atene. Dopo averla espugnata, le sue truppe incendiarono la città appena ricostruita. Poi si ritirò nelle pianure della Beozia e attese che il nemico lo andasse a cercare. Ateniesi e Spartani marciarono verso nord sotto la guida di un generale spartano di nome Pausania e trovarono i persiani accampati a Platea: qui si sarebe svolto l’ultimo grande scontro.

La battaglia di Platea
Mardonio attaccò con una carica di cavalleria le falangi greche che trovandosi ancora sulle colline intorno all pianura, riuscirono a respingere i Persiani senza troppa fatica. Ma proprio come Mardonio aveva previsto, i greci inseguirono i cavalieri in ritirata, inoltrandosi nell’aperta pianura. Seguì una fase di stallo. Mardonio era riluttante ad attaccare frontalmente le falangi di opliti, mentre da parte loro i Greci erano altrettanto riluttanti ad avanzare ulteriormente nella pianura.
Per una settimana si susseguirono piccole schermaglie e la cavalleria persiana riuscì con ripetuti attacchi a tagliare gli approviggionamenti al nemico e a tenerlo lontano dalle riserve d’acqua. Il comadante spartano Pausania, vista la situazione, ordinò di ritirarsi. Ormai gli alleati Greci litigavano fra loro e la ritirata rischiò di trasformarsi in un disastro. Ritenendo che non avrebbe potuto soccombere contro forze greche tanto esigue, Mardonio inviò immmediatamente i Beoti a impegnare gli Ateniesi per tenerli bloccati mentre lui muoveva tutto il suo esercito contro gli Spartani. I Greci riuscirono però a resistere. Gli Spartani stabilizzarono la propria posizione con un contrattacco e gli Ateniesi respinsero i Beoti e li inseguirono fino al loro accampamento.
Lo stesso Mardonio cadde in battaglia e la sua morte determinò la definitiva sconfitta dei Persiani.
Dopo la grande vittoria di Platea nel 479 a. C., i Persiani furono costretti a lasciare la Tessaglia. La Grecia era definitivamente salva.
Serse fu assassinato nel 465 a. C. da un cortigiano durante una congiura di palazzo. Da quella data, sul trono persiano si alternarono altri 8 sovrani che nonostante contrasti e insurrezioni dei vari popoli sottomessi, portarono a compimento notevoli opere che ancora ai nostri giorni testimoniano il grande livello di quella civiltà.
Per 100 anni dopo le battaglie dell’Egeo, nessun esercito greco, sarebbe stato in grado di affrontare la Persia per una resa dei conti definitiva. Quel giorno finalmente arrivò quando alla testa dei Greci venne a trovarsi uno dei più grandi soldati di tutti i tempi, Alessandro il macedone, Alessandro Magno.

 

Precedente A ZACINTO FOSCOLO Successivo LE GUERRE GRECO PERSIANE