IL VERISMO ITALIANO APPUNTI

IL VERISMO ITALIANO APPUNTI

IL VERISMO ITALIANO


L’immagine di Zola che si diffuse in Italia fu innanzitutto quella del romanziere scienziato e realista, nonché dello scrittore sociale, in lotta contro le piaghe della società in nome del progresso e dell’umanità. Non a caso il centro della diffusione di Zola fu Milano, che, oltre alla sua tradizionale apertura europea, era la città più vicina, nelle forme dello sviluppo economico e sociale, agli ambienti stranieri, e perciò più disposta a capire ed accogliere un prodotto della realtà moderna come il Naturalismo positivista.

Ma una teoria coerente ed un nuovo linguaggio furono elaborati da due intellettuali meridionali, che operavano nello stesso ambiente milanese, assorbivano le stesse sollecitazioni del Naturalismo francese e condividevano l’ammirazione per Zola, sia pure da diverse prospettive: Verga e Capuana. Negli articoli di Luigi Capuana, critico letterario, pur nell’esaltazione dell’opera zoliana, si coglie chiaramente un modo di intendere la letteratura ben diverso da quello del Naturalismo francese. Capuana respinge la subordinazione della letteratura a scopi estrinsechi, quali la dimostrazione sperimentale di tesi scientifiche, e l’impegno politico e sociale.

In questo Capuana concorda perfettamente con l’amico Verga, che pur non pubblicando attraverso saggi e articoli le sue teorie, lavora a tradurle concretamente nelle sue opere. La scientificità non deve consistere nel trasformare la narrazione in esperimento, per dimostrare tesi scientifiche, ma la tecnica con cui lo scrittore rappresenta, che è simile al metodo dell’osservazione scientifica, per quanto resti nei limiti che sono propri dell’arte. La scientificità insomma si manifesta solo nella forma artistica, nella maniera con cui l’artista crea le sue figure. E questa maniera si riassume nel principio dell’impersonalità dell’opera: per questo l’impersonalità, come fatto formale, è il motivo centrale della poetica del Verismo italiano, in luogo dello sperimentalismo scientifico del Naturalismo francese.

Secondo la visione di Verga non basta che ciò che viene raccontato sia reale e documentato; deve anche essere raccontato in modo da porre il lettore faccia a faccia col fatto nudo e schietto, in modo che non abbia l’impressione di vederlo attraverso la lente dello scrittore. Per questo lo scrittore non deve comparire nel narrato con le sue reazioni soggettive, le sue riflessioni, le sue spiegazioni, come nella narrativa tradizionale. A tal fine il lettore deve essere introdotto nel mezzo degli avvenimenti, senza che nessuno gli spieghi gli antefatti e gli tracci un profilo dei personaggi, del loro carattere e della loro storia. La teoria dell’impersonalità non è per Verga una definizione dell’arte che pretende di negare realmente ogni rapporto tra creatore e opera, e tanto meno un’affermazione dell’indifferenza psicologica dell’autore nei confronti della sua materia, ma solo la definizione di un procedimento tecnico, cioè far sì che non si avverta nel narrato la presenza dell’autore.

Il Verga applica coerentemente i principi della sua poetica nelle opere veriste composte dal ’78 in poi; a raccontare infatti non è più il narratore onnisciente tradizionale che, come nei romanzi di Manzoni, Balzac o Scott, riproduce il livello culturale, i valori, il linguaggio dello scrittore stesso. Il punto di vista dello scrittore non si avverte mai nelle opere di Verga: non è propriamente qualche specifico personaggio a raccontare, ma il narratore si mimetizza nei personaggi stessi. Siccome chi narra è interno al piano della rappresentazione, il lettore ha l’impressione di trovarsi faccia a faccia con il fatto nudo e schietto. Verga nei Malavoglia e nelle novelle, rappresenta ambienti popolari e rurali e mette in scena personaggi incolti, contadini, pescatori, minatori, la cui visione e il cui linguaggio sono ben diversi da quello dello scrittore borghese (diverso è il caso del Gesualdo).

Questo anonimo narratore, tipico delle opere verghiane che trattano di ambienti popolari, non informa esaurientemente sul carattere e la storia dei personaggi; né offre dettagliate descrizioni dei luoghi dove si svolge l’azione; né parla come se si rivolgesse ad un pubblico appartenente a quello stesso ambiente. E se la voce narrante commenta e giudica i fatti, non lo fa certo secondo la visione colta dell’autore, ma in base alla visione elementare e rozza della collettività popolare. Di conseguenza anche il linguaggio è spoglio e povero, punteggiato di modi di dire, paragoni, proverbi, imprecazioni popolari, dalla sintassi elementare e a volte scorretta, in cui traspare chiaramente la struttura dialettale (anche se Verga non usa mai direttamente il dialetto, ma sempre un lessico italiano; tanto che se deve citare un termine dialettale lo isola mediante il corsivo).Verga ritiene che l’autore non debba intervenire nell’opera perché non ha il diritto di giudicare la materia che rappresenta.

Alla base della visione di Verga stanno posizioni radicalmente pessimistiche: la società umana è per lui dominata dal meccanismo della lotta per la vita, un meccanismo crudele. Gli uomini sono mossi non da motivi ideali, ma dall’interesse economico e dalla ricerca dell’utile. È questa una legge di natura, universale e come tale essa è immodificabile: perciò Verga ritiene che non si possano dare alternative alla realtà esistente. La sua visione è rigorosamente materialistica e atea, ed esclude ogni consolazione religiosa, ogni speranza di riscatto dalla negatività dell’esistente in un’altra vita. Se è impossibile modificare l’esistente, ogni intervento giudicante appare inutile e privo di senso, e allo scrittore non resta che riprodurre la realtà così com’è.La letteratura non può contribuire a modificare la realtà; la tecnica impersonale usata da Verga non è dunque un frutto di una scelta casuale, ma scaturisce dalla sua visione pessimistica, ed è per lui il modo più adatto per esprimerla.

È chiaro che un simile pessimismo ha una connotazione fortemente conservatrice: vi si associa infatti un rifiuto esplicito e polemico per le ideologie progressiste contemporanee, che egli giudica fantasie infantili o interessati inganni. Però questo pessimismo conservatore non implica affatto, nella visione di Verga, e tanto meno nella rappresentazione letteraria, un’accettazione acritica della realtà esistente. Anzi proprio il pessimismo, pur impedendo di indicare alternative, consente a Verga di cogliere con grande lucidità ciò che vi è di negativo in quella realtà: anche se non dà giudizi correttivi, Verga rappresenta con grande acutezza l’oggettività delle cose, e le cose parlano da sé, eloquentemente.Seppure le opere veriste di Verga hanno per gran parte al centro la vita del popolo, non si riscontra in esse quell’atteggiamento populistico che affligge tanta letteratura del secondo Ottocento, che consiste nella pietà sentimentale per le miserie degli umili, nella fiducia in un miglioramento delle condizioni dei diseredati garantito dalla buona volontà e dal paternalismo dei ceti privilegiati. Tuttavia il duro pessimismo, la visione arida e desolata, che si concentra sugli aspetti più crudi della realtà, mortifica in Verga ogni possibile abbandono al patetismo umanitario. Ma in Verga non è presente neppure il populismo di tipo romantico, proteso nostalgicamente verso forme passate di vita.

Il pessimismo induce Verga a vedere che anche il mondo primitivo della campagna è retto, nella sua essenza, dalle stesse leggi del mondo moderno, l’interesse economico, l’egoismo, la ricerca dell’utile, la forza e la sopraffazione, che pongono gli uomini in costante conflitto fra loro. Verga non diffonde miti, ma semmai li distrugge.Nei romanzi di Zola, la voce narrante riproduce sempre il modo di vedere e di esprimersi dell’autore, del borghese colto, che guarda dall’esterno e dall’alto la materia; e questa voce interviene spesso con giudizi sulla materia trattata (anche se manca quella coloritura soggettiva dei narratori di Manzoni e di Balzac. Tra il narratore e i personaggi vi è un distacco netto, e il narratore lo fa sentire esplicitamente; questo nel Verga verista non avviene mai. L’impersonalità zoliana è quindi profondamente diversa da quella di Verga; per Zola l’impersonalità significa assumere il distacco dello scienziato, che si allontana dall’oggetto, per osservarlo dall’esterno e dall’alto; per Verga significa invece eclissarsi nell’oggetto. Zola interviene a commentare e a giudicare, dall’alto del suo punto di vista scientifico, perché crede che la letteratura possa contribuire a cambiare la realtà, ed ha piena fiducia nella funzione progressiva della letteratura, come studio dei problemi sociali e stimolo alle riforme.

Questa fiducia nasce dalla sua appartenenza alla borghesia democratica, che ha di fronte una società già pienamente sviluppata dal punto di vista industriale e di conseguenza lo scrittore progressista, in un simile ambiente, si sente il portavoce di esigenze ben vive intorno a lui.Invece Verga è il tipico galantuomo del Sud, il proprietario terriero conservatore, che ha ereditato la visione fatalistica di un mondo agrario arretrato e immobile, e ha di fronte a sé le masse contadine estranee alla storia, chiuse nella loro miseria e nei loro arcaici ritmi di vita, passive e rassegnate. Il fatalismo poteva poi trovare conferma nella realtà attuale dell’Italia, in cui gli inizi dello sviluppo capitalistico, lungi dal modificare le condizioni subumane delle masse popolari, del Sud in particolare, non faceva che ribadire l’esclusione e l’oppressione e rendere ancora più dura la loro vita.Il panorama del periodo cosiddetto verista offre una serie di esperienze che hanno tra loro ben poco di simile, e che soprattutto hanno ben poco da spartire con la matrice positivista e zoliana della scuola naturalista francese, da cui tradizionalmente si fa derivare il Verismo italiano.

Nulla accomuna la serie di scrittori (Serao, Valera, Fucini, Pratesi) che viene classificata sotto tale etichetta, se non un interesse per figure e ambienti popolari, per la rappresentazione delle loro miserie, o per il colore locale e regionale. Verga non esercitò mai larga influenza sulla cultura contemporanea e ciò fu dovuto al fatto che Verga non ebbe dietro di sé un vero movimento, in accordo col quale possa elaborare e discutere idee, delineare al limite un piano di rinnovamento letterario e di egemonizzazione dell’intero mondo culturale italiano.

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