IL TRITONE GABRIELE D’ANNUNZIO PARAFRASI

IL TRITONE GABRIELE D’ANNUNZIO PARAFRASI

IL TRITONE GABRIELE D’ANNUNZIO PARAFRASI


Il Tritone squammoso mi fu mastro.
S’accoscia su la sabbia ove la schiuma
bulica; e al sole la sua squamma fuma.
Giúngogli ov’è tra il pesce e il dio l’incastro.

Ha il gran torace azzurro come il glastro
ma l’argento sul dorso gli s’alluma.
Sceglie tra l’alghe la più verde, e ruma
e gli cola il rigurgito salmastro.

Con la vasta sua man palmata afferra
la sua conca, v’insuffla ogni sua possa,
gonfio il collo le gote gli occhi istrambi.

Va il rimbombo pel mare e per la terra.
L’Alpe di Luni cròllasi percossa.
Bàlzano nel mio petto i ditirambi.


PARAFRASI

Il tritone squamoso mi fece da maestro.
Si poggia sulla sabbia dove la schiuma
spumeggia; e al sole la sua squama emette fumo.
E’ arrivato ad essere un incrocio tra un pesce e un dio.

Ha il torace azzurro come la pianta del gaudo*
ma è l’argento sul suo dorso a farlo scintillare.
Tra le alghe sceglie quella più verde, e la mangia
e poi la rigurgita in un vomito salmastro.

Con la sua grande mano palmata si spinge
verso il suo buco e vi soffia sopra con tutta la forza
e così gli si gonfia il collo, le guance e gli occhi strambi.

Il rimbombo prodotto si ripercuote sulla terra e per il mare
l’alpe di Luni** crolla essendo stata percossa.
Balzano nel mio petto i Ditirambi***

*Sulla poesia è riportato GLASTRO, questa parola deriva da GAUDO che è una pianta dalla quale si può estrarre il colore blu, è stata scoperta tra il 1200 e il 1600 ed è la ricchezza della città di Erfurt. Il presupposto che da essa venga estratto il colore blu ci collima perfettamente a quello che D’Annunzio vuole comunicare in quella che si presenta come una similitudine confacente.

**Luni è una frazione del comune di Ortonovo, in provincia della Spezia, nota per essere stata un’antica e prospera colonia romana. Qui vi si può notare una evidente citazione ad un tratto della Divina Commedia di Dante Alighieri:

« Se tu riguardi Luni e Urbisaglia
come sono ite, e come se ne vanno
di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,
udir come le schiatte si disfanno
non ti parrà nova cosa né forte,
poscia che le cittadi termine hanno. » 

(Par.XVI-73,79)

***Il Ditirambo (in greco διθύραμβος) era, nell’antica Grecia, un inno cantato e danzato in onore del dio Dioniso (presso i romani Bacco). Si trattava infatti di una composizione poetica corale, dove poesia, musica e danza erano fusi insieme e tutti e tre indispensabili in ugual misura. Il ditirambo era una danza collettiva eseguita in circolo da cinquanta danzatori incoronati da ghirlande. Era una danza drammatica e rapida, nella quale il solista rappresentava lo stesso Dioniso, mentre i coreuti lo accompagnavano con lamentazioni e canti di giubilo. Il Ditirambo accompagnava anche i cortei (pompè) di cittadini mascherati che, in stato d’ebbrezza, inneggiavano a Dioniso suonando flauti e tamburi. Il ditirambo infatti era costituito da cori accompagnati dal suono di questi strumenti; un suono cupo, poco melodico, ma di profonda potenza, furente, che accompagnava alla perfezione il corteo barcollante di uomini mascherati: alcune feste a Dioniso infatti presupponevano il totale mascheramento, con pelli di animali e grandi falli; Al fine di tutto ciò possiamo desumere che quello che vuole intendere D’Annunzio nella frase: « Bàlzano nel mio petto i ditirambi.» è « (Al prestante soffio del tritone) sento nel mio cuore il medesimo turbamento ed il medesimo smarrimento che mi si sarebbe divulgato dentro nell’assistere ad un Ditirambo»

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