Il Sessantotto Pier Paolo Pasolini

Il Sessantotto Pier Paolo Pasolini

Controverso e ambivalente il rapporto di Pasolini con il ’68. 
A quell’epoca la figura di Pier Paolo Pasolini (1922-1975) era quella di uno degli intellettuali di sinistra più in vista nel nostro Paese. Anche se i suoi rapporti con il Pci non furono mai dei più rosei, a far data da quando, alla fine del 1949, era stato espulso dal Partito in seguito ai fatti di Ramuscello “per indegnità morale e politica”, come recitavano le parole del decreto firmato da Ferdinando Mautino, il dirigente della Federazione comunista di Udine che prese la decisione.
Del resto, il suo comunismo ‘inquieto’ aveva trovato espressione in alcuni versi celeberrimi del pometto Le ceneri di Gramsci (il componimento eponimo dell’omonima raccolta, 1957), in cui, rivolgendosi all’urna del fondatore del Partito comunista italiano, scriveva: “Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere / con te e contro te; con te nel cuore, / in luce, contro te nelle buie viscere”. E alcuni versi più avanti il poeta spiega tale contraddizione: “Attratto da una vita proletaria / a te anteriore, è per me religione // la sua allegria, non la millenaria / sua lotta: la sua natura, non la sua / coscienza”.

Davanti a Gramsci, assurto a simbolo dell’ortodossia marxista, Pasolini dichiara che il suo amore per il mondo popolare è qualcosa di viscerale, di estraneo a ogni ideologia. La conquista della coscienza di classe, che il comunismo indicava come l’obiettivo prioritario, in quanto preliminare alla possibilità di una lotta di massa finalizzata alla rivoluzione proletaria, avrebbe significato per il proletariato una maggiore consapevolezza politica, civile e culturale. Ma questo avrebbe finito con il compromettere quell’autenticità, quella originarietà, quella spontaneità che Pasolini vedeva come le caratteristiche fondamentali di quel proletariato e di quel sottoproletariato che nei suoi anni friulani prima e in quelli romani poi aveva imparato a conoscere. Da qui la sua sofferta posizione politica: da una parte razionalmente desidera, insieme con il Partito e aderendo al suo programma, l’evoluzione culturale e il miglioramento delle condizioni materiali di vita dei lavoratori; ma dall’altra intimamente teme che quel processo di cambiamento potrebbe determinare la corruzione dell’ingenua essenza proletaria.

La contestazione secondo Pasolini
Il ’68 vede dunque Pasolini in una situazione nuova e delicata. Destò scalpore la sua poesia Il Pci ai giovani!!, scritta in occasione degli scontri fra gli studenti che occupavano la Facoltà di Architettura di Roma e i poliziotti. Lo scrittore prendeva posizione contro gli studenti e a favore dei poliziotti, poiché i primi erano “figli di papà”, mentre i secondi erano figli del popolo, costretti dalla loro povertà a indossare la divisa. La critica alla società e al sistema messa in atto da parte degli studenti-contestatori per Pasolini era solo apparente, in quanto interna alla borghesia e da questa del tutto assorbita.

Ma il ’68 è per Pasolini anche l’anno del film e del romanzo 
Teorema
. L’avvento di un Ospite in una famiglia alto-borghese produce un autentico terremoto. Seducendo tutti quanti – madre, padre, due figli, oltre alla domestica – attraverso l’esperienza di una sessualità trasgressiva, mette in crisi le loro certezze e li spinge all’autodistruzione, una volta che, come all’improvviso è arrivato, altrettanto improvvisamente partirà da loro.

L’unico personaggio su cui la sua visita avrà un effetto positivo è quello della domestica, in quanto, appartenendo al popolo, alla civiltà contadina, a lei è consentita quell’esperienza del sacro (a cui allude la figura dell’Ospite) che alla borghesia, la quale ha ridotto la fede a religione, razionalizzata e rassicurante con i suoi codici morali, invece risulta preclusa.La protesta antiborghese
Pasolini disprezza e detesta la borghesia, e, andando avanti, la disprezzerà e detesterà sempre più, man mano che, con il miglioramento delle condizioni materiali del Paese e poi con il boom economico, assisterà all’inarrestabile processo di ‘borghesizzazione’ della società italiana.

Si può dire – come ha scritto Filippo La Porta – che “l’avversione per la borghesia, intesa non tanto come classe sociale quanto come mentalità, quasi come malattia, accompagna Pasolini fino all’ultimo”. Ma in cosa consiste questa “mentalità”? Spiega La Porta: “Nel ritenere che persone, affetti, corpi, oggetti, cose, insomma la vita, si possano possedere. Nel pretendere di codificare ciò che è incodificabile”.‘Borghesia’, allora, non sarà più una classe, ma una condizione antropologica diffusa presso tutti gli strati sociali, una condizione che si basa sulla distruzione dell’originario patrimonio della millenaria civiltà contadina e popolare, a vantaggio della nuova civiltà di massa.
A questo tema dedicherà molte pagine, percorse da una fortissima vis polemica, degli Scritti corsari (1975), la raccolta degli articoli usciti tra il ’73 e il ’75 principalmente sul “Corriere della Sera”, in cui parlerà del “nuovo fascismo” della società dei consumi.
Ma lo vediamo già sintetizzato in alcuni versi della poesia Il glicine (nella raccolta La religione del mio tempo, 1961), scritta alle soglie del miracolo economico, quando la televisione già cominciava a entrare, con il suo potere seduttivo (anche sul piano linguistico, nel senso di un appiattimento delle possibilità espressive della lingua stessa), nelle case degli Italiani: “Il mondo mi sfugge, ancora, non so dominarlo / più, mi sfugge, ah, un’altra volta è un altro… // Altre mode, altri idoli, / la massa, non il popolo, la massa / decisa a farsi corrompere / al mondo ora si affaccia, / e lo trasforma, a ogni schermo, a ogni video / si abbevera, orda pura che irrompe / con pura avidità, informe / desiderio di partecipare alla festa. / E s’assesta là dove il Nuovo Capitale vuole. / Muta il senso delle parole: /chi finora ha parlato, con speranza, resta / indietro, invecchiato”. Evidentemente la ‘contestazione’ di Pasolini era iniziata ben prima del ’68.

TAVOLA ROTONDA ORGANIZZATA DA L’ESPRESSO, IL 16 GIUGNO 1968 SULLA POESIA DI PIER PAOLO PASOLINI LL PCI AI GIOVANI

“Ho passato la vita a odiare i vecchi borghesi moralisti, e adesso, precocemente devo odiare anche i loro figli… La borghesia si schiera sulle barricate contro sé stessa, i “figli di papà” si rivoltano contro i “papà”. La meta degli studenti non è più la Rivoluzione ma la guerra civile. Sono dei borghesi rimasti tali e quali come i loro padri, hanno un senso legalitario della vita, sono profondamente conformisti. Per noi nati con l’idea della Rivoluzione sarebbe dignitoso rimanere attaccati a questo ideale.”