IL SEME DEL PIANGERE CAPRONI

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IL SEME DEL PIANGERE CAPRONI

Il seme del piangere (1952-1958)

I trenta testi, composti tra il 1950 e il 1958, vennero raccolti presso l’editore Garzanti nel 1959; il titolo rimanda esplicitamente a una citazione dantesca (“udendo le sirene sie più forte,/ pon giù il seme del piangere ed ascolta” Purgatorio XXXI, 45-46) ed è un invito che il poeta rivolge a se stesso a superare la fase del dolore per la morte della madre, Anna Picchi, per cantarne la vita e le opere.

La prima sezione, intitolata Versi livornesi, è dedicata appunto a ricostruire una biografia immaginaria della madre ancora giovinetta, attiva e laboriosa, in una Livorno incantata e magica che ella allieta con la sua presenza schiva e serena. Il recupero della figura materna avviene in un passato lontano e irraggiungibile, cui il poeta non è stato neppure presente, ma che ricostruisce con puntigliosità e trasognata eleganza. La bramosia espressa verso di lei giunge fino all’immedesimazione erotica, ad un incontro, chiaramente leggibile in chiave edipica, non più con la madre ma con una “fidanzata”.

La seconda sezione, più breve, è intitolata Altri versi e comprende tra l’altro testi dedicati al padre e all’amico Ferruccio Ulivi.

Fedele alla rima e ai metri della tradizione (che è, almeno in partenza, quella ottocentesca), capace di una musica “vibrante, risentita e aggrondata” (P.P.Pasolini), Giorgio Caproni ha espresso nella sua poesia l’intensa aspirazione al recupero dei valori fonici e formali, alle tonalità lievi di una linea “antinovecentesca” (la definizione è sempre di Pasolini) che lo accomuna a Betocchi e Saba.

La poesia di Caproni è maturata con gradualità, attraverso fasi complesse e notevolmente articolate: partito da modelli pre-ermetici (genericamente tardo-ottocenteschi), egli ha recepito soprattutto la suggestione della proposta sabiana di prosaicità e l’influsso della “linea ligure” (che non a caso ha contribuito a qualificare criticamente), in particolare di Sbarbaro. Ma l’impressionismo che ne derivava non è mai stato in lui causa di compiacimento idillico, perché‚ sempre più egli si è indirizzato verso una sorta di “epopea casalinga” (De Robertis) concentrata su sentimenti e luoghi familiari e quotidiani, ma scevra di ogni provincialità e altrettanto esente da rischi di iper-letterarietà.

Vi è stato in seguito, intorno agli anni quaranta, un certo avvicinamento all’ermetismo di Gatto e Luzi, soprattutto negli usi metrici (in particolare il sonetto viene trattato con notevolissima padronanza tecnica e spinto verso una grande e suggestiva musicalità, dominano costanti enjambements e legami tra strofe e strofe). Il successivo abbandono del lirismo e l’approdo a “esiti decisamente narrativi” (Mengaldo) coincide con l’approfondimento dei temi autobiografici, pur nella consapevolezza dell’illusorietà della ricostruzione poetica del reale. Le ultime prove, infine, hanno proposto un Caproni ancor più epigrammatico e geometrizzante, che alcuni hanno riaccostato al Montale delle raccolte tarde per i toni fortemente “satirici” e raziocinanti.

Lo stile personalissimo di Caproni parte da un’accurata ricostruzione della metrica tradizionale, che viene però immediatamente rinnovata e trasfigurata dall’interno: frequenti le inversioni sintattiche e gli enjambements (è questa una costante di tutta la sua produzione) che danno vita a un ritmo pausato e musicalmente cadenzato, mentre l’uso cospicuo di rime, assonanze e consonanze, talora dissimulate tal’altra chiaramente in vista, e gli attacchi esclamativi e sonanti contribuiscono a rendere quella “strascicata e trascinante dolcezza nevrotica” che soprattutto Raboni ha messo in luce. Nelle prove migliori Caproni raggiunge una grazia rarefatta utilizzando strumenti stilistici e linguistici di apparente estrema semplicità: se ne veda una limpida definizione in Per lei (ne Il seme del piangere), laddove il poeta, per descrivere la madre morta, ricerca «rime chiare,/ usuali: in -are./ Rim e magari vietate,/ ma aperte: ventilate. (…) Rime non crepuscolari,/ ma verdi, elementari».

I temi della poesia di Caproni (come sottolinea Raboni) sono pochi, ma strettamente intrecciati e connessi fino a formare una tessitura inscindibile; possono essere ridotti sostanzialmente a tre: la città, la madre e il viaggio.

Le città amate, Livorno e Genova, fanno costantemente da sfondo, colte nei loro colori e profumi caratteristici, nel quotidiano svolgersi della vita e delle attività dei popolani che le animano, divenendo ben presto mito poetico, luogo di una geografia sentimentale indimenticabile. In particolare spicca Genova (c’è una Genova di Caproni come c’è una Trieste di Saba), vista come città dai grandi spazi aperti sul mare, ma anche “città tentacolare” (si ricordi che Caproni ha tradotto e fatto conoscere in Italia Il silenzio di Genova, il lungo poema composto nel 1962 da André Frénaud); essa è recepita dapprima nell’incanto della sua fisicità, per diventare poi, quando il poeta si trasferisce a Roma, “il rimpianto di un amore” (la definizione è di Raboni).

Altro passione tanto intensa quanto irrealizzabile è quella per la madre, che Caproni rievoca giovanetta spensierata per le strade di Livorno e poi affranta viaggiatrice nell’oltretomba. Con tratti scopertamente edipici egli vorrebbe farne la propria fidanzata, e rivivere con lei gli anni precedenti alla propria stessa nascita.

Tema più latamente esistenziale è quello del viaggio, che solca tutta la produzione poetica di Caproni, dalle Stanze della funicolare al Congedo del viaggiatore cerimonioso, da Il muro della terra a Il franco cacciatore: si tratta di un viaggio esplicitamente allegorico, in quanto l’intera esistenza è vista come un cammino, un passaggio da una stagione ad un’altra, fino all’esodo oltre la vita, verso un misterioso e inconoscibile futuro. I miti che ne scaturiscono sono quello di Enea che veleggia al largo delle coste liguri, misteriosa e inquietante presenza, ma anche modello di vita e di virtù, e qu ello del “viaggiatore” in cammino verso la morte e il nulla.

A quest’ultimo tema si lega quello della ricerca di sé, ricerca straniante di identità introvabile, che sfugge continuamente in un gioco di specchi senza fine.

in queste prime prove troviamo spesso la forma chiusa del sonetto, sapientemente articolato, e la canzonetta in versi brevi rimati; il lessico è per lo più quotidiano ma trasognato, anche se talora cede a certo “preziosismo (…) alla Gatto” (la definizione è di Mengaldo) che contrasta con la prosaicità delicata cui tende la versificazione. Dopo la guerra si nota il prevalere del poemetto narrativo, quasi sempre scandito in strofette di frammenti raffinati e musicali, e una maggior adesione a temi latamente sociali: il dolore per le sofferenze prodotte dalla guerra, la celebrazione dell’umile vita dei popolani e dei loro sentimenti genuini e incontaminati. Nella raccolta successiva, Il seme del piangere (1959), si assiste al recupero centrale della figura della madre morta: in nitidi versi, costruiti con abile semplicità “popolaresca”, viene rievocato un rapporto tra il poeta e la madre che tende alla sublimazione e può essere letto anche in chiave psicoanalitica («sarem o soli/ e fidanzati» recita un passo del poemetto).

Nel Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee (1965) e negli intensi epigrammi de Il muro della terra (1975) Caproni raggiunge una sobria limpidità di dettato che è forse il punto più alto del suo lavoro poetico: vi si accentua il tema cruciale del “viaggio”, che è anche cammino verso la morte e il nulla, senza che sia possibile neppure riconoscere una propria salda identità.

Nelle ultime raccolte (Il franco cacciatore, 1982, e Il Conte di Kevenhüller , 1986) il poeta prosegue la sua indagine senza speranza in un arido paesaggio metafisico sempre più evanescente: i testi, per lo più molto brevi, sono aggregati in una tessitura estremamente complessa, che con un fitto gioco interno di recuperi, rimandi, echi, costituisce una sorta di partitura musicale. Il tono è quello di una sentenziosità vibrata, che non ha nulla però di moralistico e sdegnato, bensì è rassegnata consapevolezza dell’impossibilità di un saldo punto di riferimento morale e spirituale.

Splendide anche le traduzioni, prevalentemente dal francese (Proust, Apollinaire, Frénaud, Céline, Cendrars), e le ancor poco note e studiate prose e pagine critiche.

La poesia di Caproni è maturata con gradualità, attraverso fasi complesse e notevolmente articolate: partito da modelli pre-ermetici (genericamente tardo-ottocenteschi), egli ha recepito soprattutto la suggestione della proposta sabiana di prosaicità e l’influsso della “linea ligure” (che non a caso ha contribuito a qualificare criticamente), in particolare di Sbarbaro. Ma l’impressionismo che ne derivava non è mai stato in lui causa di compiacimento idillico, perché‚ sempre più egli siè indirizzato verso una sorta di “epopea casalinga” (De Robertis) concentrata su sentimenti e luoghi familiari e quotidiani, ma scevra di ogni provincialità e altrettanto esente da rischi di iper-letterarietà.

Vi è stato in seguito, intorno agli anni quaranta, un certo avvicinamento all’ermetismo di Gatto e Luzi, soprattutto negli usi metrici (in particolare il sonetto viene trattato con notevolissima padronanza tecnica e spinto verso una grande e suggestiva musicalità, dominano costanti enjambements e legami tra strofe e strofe). Il successivo abbandono del lirismo e l’approdo a “esiti decisamente narrativi” (Mengaldo) coincide con l’approfondimento dei temi autobiografici, pur nella consapevolezza dell’illusorietà della ricostruzione poetica del reale. Le ultime prove, infine, hanno proposto un Caproni ancor più epigrammatico e geometrizzante, che alcuni hanno riaccostato al Montale delle raccolte tarde per i toni fortemente “satirici” e raziocinanti.

Lo stile personalissimo di Caproni parte da un’accurata ricostruzione della metrica tradizionale, che viene però immediatamente rinnovata e trasfigurata dall’interno: frequenti le inversioni sintattiche e gli enjambements (è questa una costante di tutta la sua produzione) che danno vita a un ritmo pausato e musicalmente cadenzato, mentre l’uso cospicuo di rime, assonanze e consonanze, talora dissimulate tal’altra chiaramente in vista, e gli attacchi esclamativi e sonanti contribuiscono a rendere quella “strascicata e trascinante dolcezza nevrotica” che soprattutto Raboni ha messo in luce. Nelle prove migliori Caproni raggiunge una grazia rarefatta utilizzando strumenti stilistici e linguistici di apparente estrema semplicità: se ne veda una limpida definizione in Per lei (ne Il seme del piangere), laddove il poeta, per descrivere la madre morta, ricerca «rime chiare,/ usuali: in -are./ Rim e magari vietate,/ ma aperte: ventilate. (…) Rime non crepuscolari,/ ma verdi, elementari».

I temi della poesia di Caproni (come sottolinea Raboni) sono pochi, ma strettamente intrecciati e connessi fino a formare una tessitura inscindibile; possono essere ridotti sostanzialmente a tre: la città, la madre e il viaggio.

Le città amate, Livorno e Genova, fanno costantemente da sfondo, colte nei loro colori e profumi caratteristici, nel quotidiano svolgersi della vita e delle attività dei popolani che le animano, divenendo ben presto mito poetico, luogo di una geografia sentimentale indimenticabile. In particolare spicca Genova (c’è una Genova di Caproni come c’è una Trieste di Saba), vista come città dai grandi spazi aperti sul mare, ma anche “città tentacolare” (si ricordi che Caproni ha tradotto e fatto conoscere in Italia Il silenzio di Genova, il lungo poema composto nel 1962 da André Frénaud); essa è recepita dapprima nell’incanto della sua fisicità, per diventare poi, quando il poeta si trasferisce a Roma, “il rimpianto di un amore” (la definizione è di Raboni).

Altro passione tanto intensa quanto irrealizzabile è quella per la madre, che Caproni rievoca giovanetta spensierata per le strade di Livorno e poi affranta viaggiatrice nell’oltretomba. Con tratti scopertamente edipici egli vorrebbe farne la propria fidanzata, e rivivere con lei gli anni precedenti alla propria stessa nascita.

Tema più latamente esistenziale è quello del viaggio, che solca tutta la produzione poetica di Caproni, dalle Stanze della funicolare al Congedo del viaggiatore cerimonioso, da Il muro della terra a Il franco cacciatore: si tratta di un viaggio esplicitamente allegorico, in quanto l’intera esistenza è vista come un cammino, un passaggio da una stagione ad un’altra, fino all’esodo oltre la vita, verso un misterioso e inconoscibile futuro. I miti che ne scaturiscono sono quello di Enea che veleggia al largo delle coste liguri, misteriosa e inquietante presenza, ma anche modello di vita e di virtù, e quello del “viaggiatore” in cammino verso la morte e il nulla. A quest’ultimo tema si lega quello della ricerca di sé, ricerca straniante di identità introvabile, che sfugge continuamente in un gioco di specchi senza fine.

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