IL SACRIFICIO DI IFIGENIA

IL SACRIFICIO DI IFIGENIA

IL SACRIFICIO DI IFIGENIA


C’era una volta, tanto tempo fa, una bella principessa chiamata Ifigenia, che viveva nel suo splendido palazzo insieme alla madre, Clitennestra, ed al fratello Oreste. Il padre, Agamennone, re di Atene, era stato nominato generale supremo della flotta Greca, radunata appositamente per la conquista di Troia, e quindi si trovava in Aulide pronto a salpare. La sua fanciullezza, fatta di giochi e passeggiate con le ancelle, fu interrotta un bel giorno quando, un messaggero, veniva a portarle una richiesta di matrimonio nientepopodimenoche di Achille, figlio di Peleo e re dei Mirmidoni, il più bello, forte e coraggioso tra tutti i guerrieri greci. Quale migliore fortuna potrebbe desiderare una fanciulla? E quale migliore sorte potrebbe desiderare una madre per la propria figlioletta?

Madre e figlia, raccolte le proprie cose, montarono su una carrozza alla volta dell’Aulide, dove le navi erano ormeggiate in attesa di salpare e dove Achille era accampato insieme alle sue truppe.
Questa che sembra l’inizio di una bella e romantica favola d’amore, in realtà altro non è che il prologo di un terribile incubo, figlio di antichi sortilegi che gli dei non avevano mai dimenticato. Ad aspettare Ifigenia non c’era un Achille innamorato (che tra l’altro era all’oscuro di tutta questa situazione), né fiori d’arancio, né un velo nuziale. Ad aspettare Ifigenia c’era solo un’atroce menzogna ed un infausto destino pronto ad abbattersi su di lei. Ma per capire bene di cosa stiamo parlando forse è il caso di fare un piccolo passo indietro.
Nel capitolo precedente abbiamo lasciato la flotta greca, oramai al completo anche dei suoi più valorosi uomini, pronta a salpare dal Peloponneso con tutte le peggiori intenzioni sulla città di Troia. Ma dopo 9 lunghi e sfiancanti giorni di attesa nessuna delle navi era riuscita a prendere il largo. Motivo? Delle onde altissime rendevano il mare innavigabile. I pochi che si erano avventurati sfidando la furia delle acque erano stati o travolti o costretti a tornare con la coda tra le gambe. I soldati si annoiavano, il nervosismo cresceva a dismisura ed il sospetto che gli dei non approvassero questa missione cominciò a serpeggiare tra gli uomini. Che fare se non interrogare il più saggio tra tutti i saggi, il più indovino tra tutti gli indovini? E così fu chiamato Calcante il quale, con volto triste e rabbuiato, puntò il dito contro il re Agamennone, reo di avere offeso la dea della caccia Diana.
Tutto ebbe inizio un mattino quando Agamennone, durante una battuta di caccia, riuscì a prendere un capriolo con una tale maestria che si definì migliore della dea stessa della caccia. Ora non esiste persona al mondo che non sia a conoscenza della permalosità degli dei, e non che meno delle dee. Come può un essere mortale osare offendere a tal punto una divinità? Come può anche solo paragonare le proprie doti a quelle di un dio? Eppure Agamennone, accecato dall’orgoglio e dalla superbia, aveva commesso un grave errore e per questo doveva pagare. Ma la vendetta è un piatto che si gusta freddo, al momento giusto. Diana aspettò. E questo era ora il momento giusto.
Umiliato da una simile rivelazione Agamennone era pronto a scagliare tutta la sua collera contro Calcante, ma poiché ambasciatore non porta pena, tanto valeva interrogare ancora l’indovino e farsi dire come poter chiedere perdono e farla finita con quella farsa. Ebbene Diana, dea della caccia, per porre fine alla sua collera pretendeva un sacrificio. Ma non un agnello o un capriolo, come era usanza del tempo, bensì un sacrificio umano, e nella fattispecie il sacrificio della figlia primogenita di Agamennone, Ifigenia.
Va bene essere in collera, ma una richiesta così atroce fece rabbrividire anche i più insensibili e truci tra i soldati.
Schiacciato dal peso di una simile situazione il re di Atene fu preso dal panico: se avesse rifiutato il sacrificio avrebbe fatto una figura a dir poco barbina nei confronti dei suoi soldati; ma se avesse accettato avrebbe dovuto uccidere la sua amata figlioletta. E poi chi glielo andava a dire a sua moglie Clitennestra, che già mal lo sopportava, che dovevano sacrificare la figlia per amor patrio?
Alla fine la decisione fu presa, ma a macchiarsi di un simile misfatto il re di Atene non fu da solo: furono infatti gli altri generali a convincerlo ad inventare la storia del matrimonio.
Quando i protagonisti di questa farsa furono al corrente della verità, sensazioni differenti si alternavano nel loro cuore: Achille andò su tutte le furie, offeso nell’orgoglio, proprio lui che era sempre gentile con i più deboli, proprio lui che odiava la menzogna, proprio lui che era così puro di cuore, era stato coinvolto a sua insaputa in un’azione così meschina; Clitennestra avrebbe volentieri ucciso con feroce violenza il marito, reo di avere anche solo partorito un simile pensiero; Ifigenia invece fu invasa da amor patrio. Dopotutto questa guerra era una guerra giusta, se il soldati non partivano i troiani sarebbero rimasti impuniti e avrebbero continuato a rapire le donne a loro piacimento. Con un discorso commovente che strappò lacrime anche ai più duri di cuore Ifigenia andò incontro alla morte, diede una lezione di dignità a tutti e liberò le acque del mare dal loro sortilegio. Un gesto che commosse la stessa Diana che forse, resasi conto dell’atrocità della sua vendetta, sostituì la fanciulla con una cerva e poi la condusse in Tauride facendola diventare una sua sacerdotessa.
Tutto è bene quel che finisce bene, direte voi, ma le conseguenze di tale episodio non avrebbero tardato a farsi sentire sui suoi protagonisti con infauste conseguenze.