Il Risorgimento

Il Risorgimento

Dalla Restaurazione all’Unità (1816-1861)

La Restaurazione imposta autoritariamente all’Europa dal congresso di Vienna si manifestò negli Stati italiani in forme tanto più radicali quanto più sensibile era l’influenza austriaca. Nei suoi domini diretti l’Impero absburgico mirò a colpire le aspirazioni all’indipendenza nazionale maturate nel periodo francese e che guadagnavano terreno tra la borghesia cittadina più evoluta, la quale si sentiva danneggiata dalla politica doganale di Vienna, molto più favorevole ad altre regioni dell’Impero piuttosto che al Lombardo- Veneto. Nel regno di Sardegna, nello Stato Pontificio e nel regno delle Due Sicilie (soprattutto nel periodo del governo del principe di Canosa e meno negli anni di governo del Medici, che iniziò la politica conciliatrice detta dell’“amalgama”) la reazione fu particolarmente aspra e ottusa poiché mirava a colpire ogni traccia di novità lasciata dal precedente periodo; solo nei ducati di Parma e di Modena (e qui solamente per un primo periodo) e nel granducato di Toscana la restaurazione tenne una via moderata: a Parma Maria Luisa mantenne in sostanza i princìpi della legislazione francese (1820: Codice parmense) e in Toscana Ferdinando III (attraverso i ministri Neri Corsini e Fossombroni) sembrò riprendere la tradizione riformista del secolo precedente. Contro le forze reazionarie i gruppi liberali e progressisti non trovarono altra via se non quella della cospirazione: la carboneria, diffusa soprattutto nel regno delle Due Sicilie, prese a ramificarsi anche nell’Italia centrosettentrionale, diffondendo il suo programma genericamente costituzionalista; nell’Italia settentrionale prendeva piede la Federazione italiana; mentre il Buonarroti intensificava l’attività delle sue organizzazioni settarie (sublimi maestri perfetti, ecc.) che, tenendo segreto il loro programma ultimo di rivoluzione sociale, miravano a influenzare le altre società segrete ampliando i loro orizzonti politici e sociali. Accanto a queste iniziative segrete fioriva in Lombardia (settembre 1818 – ottobre 1819) la rivista liberale Il Conciliatore, soppresso poi dalla polizia austriaca, la quale individuò anche e colpì nell’ottobre 1820 una vendita carbonara, di cui facevano parte, tra gli altri, il Maroncelli e il Pellico. Nel 1820, infine, dopo alcuni tentativi falliti tra il 1817 e il 1820, si presentò alla carboneria napoletana l’occasione per un tentativo rivoluzionario: il moto scoppiato a Nola il 1º luglio (in rispondenza alla rivoluzione spagnola del 1820), guidato da Morelli e Silvati, conquistò rapidamente l’alta ufficialità murattiana, legata alla carboneria; le truppe insorte, guidate da Gabriele Pepe, entrarono in Napoli, costringendo il re Ferdinando a concedere (13 luglio) la costituzione spagnola del 1812. La rivoluzione si estese subito dopo a Palermo (15-17 luglio) e vi assunse carattere separatista, così da creare tra l’isola e il continente una divergenza che pesò gravemente sulle possibilità di difesa dei costituzionali: Napoli infatti reagì negativamente alle richieste autonomiste dell’isola, inviando Florestano Pepe e successivamente Pietro Colletta (ottobre 1820) a sottomettere la Sicilia, impegnando nell’isola un numero rilevante di soldati. Nel frattempo, Metternich faceva accettare alle potenze il principio dell’intervento (congresso di Troppau, ottobre-novembre 1820); e l’intervento fu infatti richiesto al successivo congresso della Santa alleanza a Lubiana dal re delle Due Sicilie (gennaio 1821), che pure aveva giurato fedeltà alla costituzione. Le truppe austriache del generale Frimont travolsero rapidamente all’Antrodoco le deboli resistenze dei costituzionali e il 28 marzo entrarono in Napoli. Anche in Piemonte, che aveva conosciuto un modesto tentativo di Prospero Balbo per attuare riforme amministrative, l’organizzazione clandestina si mosse, a seguito degli avvenimenti napoletani, proprio alla vigilia dell’intervento austriaco: presi contatti con patrioti lombardi e avvicinato Carlo Alberto di Savoia-Carignano, che si dimostrava animato da sentimenti antiaustriaci, fu messo in moto un tentativo insurrezionale col duplice obiettivo della costituzione e della guerra all’Austria. Ad Alessandria insorse la guarnigione il 9- 10 marzo; la propagazione della rivolta a Torino provocò l’abdicazione di Vittorio Emanuele I (12-13 marzo); nella sua qualità di reggente per lo zio Carlo Felice, Carlo Alberto il 14 concesse la costituzione spagnola del 1812 sotto riserva dell’approvazione del re, costituendo anche un ministero; ma quando Carlo Felice, che si trovava allora a Modena, fece sapere che avrebbe respinto qualsiasi idea di costituzione, cominciò a preparare nascostamente un’azione repressiva, pur fingendosi favorevole ai ribelli, e il 21 marzo si rifugiò a Novara, lasciando il governo provvisorio, guidato da Santorre di Santarosa, di fronte alle truppe regie di La Tour che, con l’appoggio austriaco, vinsero rapidamente gli insorti. La repressione fu dura tanto a Napoli quanto nel Settentrione: nel regno delle Due Sicilie si ebbero circa novecento condanne a pene varie, mentre nel Lombardo-Veneto furono istruiti i processi del 1821-1823 contro il Confalonieri e i federati; le persecuzioni spinsero all’emigrazione folti gruppi di patrioti, che all’estero strinsero contatti tra di loro e con gli esuli stranieri, partecipando alle lotte di altre nazionalità e inserendo la causa italiana in quella delle nazionalità oppresse di tutta l’Europa (partecipazione alla lotta per la libertà della Grecia e della Spagna). Nel 1830 la rivoluzione parigina del luglio provocò in Italia, come contraccolpo, un nuovo movimento insurrezionale, che era stato preparato da tempo a Modena, dove il duca Francesco IV, di convinzioni reazionarie, ma dominato da ambizioni dinastiche, era parso in un primo tempo appoggiare l’attività cospiratrice di Ciro Menotti ed Enrico Misley. Il tradimento del duca, che fece catturare Menotti e i suoi alla vigilia dell’insurrezione (3 febbraio 1831), non impedì che il moto scoppiasse e si estendesse, anzi, oltre i domini estensi, a Bologna (4 febbraio), nelle Legazioni, nelle Marche (5 febbraio) e nell’Umbria. Ma Luigi Filippo, il nuovo re dei Francesi sul cui favore gli insorti contavano perché fosse impedito l’intervento austriaco, non osò opporsi alla repressione del moto da parte austriaca, che d’altro canto non incontrò una difesa concertata tra i patrioti delle diverse province (Province Unite).

Con la sconfitta del 1831 entrò in crisi il settarismo carbonaro, perché le soluzioni dinastiche, a cui inclinavano gli uomini formatisi nelle amministrazioni napoleoniche, si rivelavano impossibili; nel decennio successivo i protagonisti del movimento per l’indipendenza e la libertà furono quindi gli appartenenti alle correnti repubblicane e democratiche, che col Buonarroti erano già da tempo presenti nelle file cospirative. Fu tuttavia Giuseppe Mazzini a dare la sua impronta alla nuova organizzazione cospirativa e a legare il problema dell’unità nazionale a quello dell’elevazione morale e materiale delle classi popolari, attraverso la cui forza doveva attuarsi, in una prospettiva di redenzione universale dell’intera umanità, l’indipendenza della nazione. La federazione della “Giovine Italia” fu organizzata dal Mazzini tra il 1831 e il 1833; si diffuse rapidamente in Italia, soprattutto fra i giovani dell’Italia centrosettentrionale, appoggiandosi anche alle organizzazioni buonarrotiane (apofasimeni, veri italiani, ecc.), con le quali tuttavia entrò presto in contrasto per il dissidio ideologico tra Buonarroti e Mazzini, che intendeva abbandonare taluni aspetti più spiccatamente sociali dell’ideologia democratica. I primi tentativi insurrezionali mazziniani nel Piemonte si chiusero però con un fallimento (invasione della Savoia guidata dal Ramorino e tentativo di ammutinamento nella marina sarda a Genova, promosso da Garibaldi, 1834), e l’organizzazione mazziniana ne rimase per alcuni anni scompaginata. Dono il 1840, tuttavia, la situazione economico-sociale italiana, se pur arretrata rispetto all’Europa occidentale, cominciò a risentire le conseguenze favorevoli del lungo periodo di pace seguito al congresso di Vienna, mentre si facevano evidenti gli scompensi tra l’assetto politico imposto dalla Restaurazione e le esigenze della nuova situazione. L’espressione delle istanze della maggior parte della borghesia colta e non rivoluzionaria della penisola fu il movimento liberale moderato, che aveva alle sue spalle una tradizione culturale progressista e che si ispirò a un’ideologia cattolico-liberale (Rosmini, Manzoni, Balbo e Tommaseo); la formazione di tale orientamento dà ragione del successo incontrato dalla dottrina politica di Vincenzo Gioberti, che col Primato morale e civile degli Italiani (1843) proponeva un’interpretazione guelfa della storia d’Italia e assegnava al papato una funzione di guida nel risorgimento della penisola. La grande fortuna del neoguelfismo coincise d’altra parte con una ripresa dell’azione mazziniana (attività di Nicola Fabrizi e della sua Legione italica nel regno borbonico e spedizione dei fratelli Bandiera nel 1844; moti di Romagna del 1843 e 1845); ma il fallimento di queste iniziative finì col favorire i progressi dell’opinione moderata, rafforzata dalla pubblicazione delle Speranze d’Italia del Balbo (1844), dei Prolegomeni del Gioberti (1845), violentemente polemici verso i gesuiti, degli Ultimi casi di Romagna del d’Azeglio (1846), ecc. Anche alcuni governi parevano del resto indirizzarsi verso un progressismo moderato: il nuovo pontefice Pio IX (eletto il 16 giugno 1846) confermò la sua fama di liberale con l’editto del Perdono (amnistia del 16 luglio 1846), mentre Carlo Alberto (successo in Piemonte a Carlo Felice fin dal 1831) si orientò, sul piano della politica estera, verso un’opposizione all’Austria che si manifestò con l’offerta di truppe al pontefice quando forze austriache occuparono Ferrara (luglio 1847). Vennero anche ventilati progetti di unione doganale tra Toscana e Piemonte, mentre nel Mezzogiorno si andava estendendo l’opposizione antiborbonica (1847: pubblicazione della Protesta del popolo delle Due Sicilie). E fu proprio dalla Sicilia che partì il segnale della rivoluzione quarantottesca: il 12 gennaio 1848 insorgeva Palermo, mentre in tutte le altre parti d’Italia si manifestavano sintomi di ribellione. Ferdinando II fu così costretto a concedere una costituzione (29 gennaio), e gli altri sovrani dovettero seguirne l’esempio (Leopoldo II di Toscana, 17 febbraio; Carlo Alberto, 4 marzo; Pio IX, 14 marzo). Nel Lombardo-Veneto il segnale del moto insurrezionale (Cinque giornate di Milano, insurrezione di Venezia) fu dato dalla rivoluzione di Vienna; e la pressione dell’opinione pubblica dei vari Stati portò alla guerra contro l’Austria, dichiarata il 23 marzo dal Piemonte, seguito da Toscana e Napoli; sembrò così per un breve periodo che le dinastie regnanti si unissero per una lotta nazionale (v. I NDIPENDENZA ITALIANA [guerre d’]). Il successivo distacco della Toscana, di Napoli e del pontefice dalla causa nazionale e il fallimento della campagna che si concluse con l’armistizio Salasco (9 agosto 1848) segnarono la fine del disegno moderato e neoguelfo, e l’iniziativa fu assunta dalle forze democratiche, che si trovarono tuttavia a operare nel momento più difficile, quando ormai l’ondata reazionaria prevaleva nell’intera Europa. Mentre nel Mezzogiorno Ferdinando II riconquistava la Sicilia (bombardamento di Messina, settembre 1848), nel granducato di Toscana Leopoldo II entrava in contrasto coi ministri Guerrazzi e Montanelli, che propugnavano un’Assemblea costituente italiana, e fu costretto a riparare a Gaeta, per cui si costituiva in Firenze (8 febbraio 1849) un triumvirato (Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni). Da Roma fuggiva anche Pio IX subito dopo l’assassinio di Pellegrino Rossi (15 novembre 1848), e nella città l’Assemblea costituente convocata subito dopo proclamava la repubblica (9 febbraio 1849), affidando il triumvirato a Mazzini, Armellini e Saffi (29 marzo). Anche nel Piemonte, dopo un ministero Gioberti (dicembre 1848 – febbraio 1849), sotto la spinta dei democratici fu ripresa la guerra, che terminò rovinosamente a Novara, provocando l’abdicazione di Carlo Alberto (23 marzo 1849). Dopo la sconfitta piemontese, le forze conservatrici e reazionarie ripresero vigore: in Toscana i moderati allontanarono i triumviri (aprile 1849), richiamando Leopoldo II, che però rientrò solo con le truppe austriache abolendo la costituzione; a Roma la repubblica, attaccata dalle truppe di Luigi Napoleone al comando dell’Oudinot, resistette dal 24 aprile al 1º luglio 1849 (anima della difesa fu Garibaldi), ma infine fu costretta a cessare la difesa; e Venezia, ultima trincea dei democratici nel Settentrione dopo la caduta di Brescia (Dieci giornate di Brescia, 23 marzo – 1º aprile 1849), dovette scendere a patti nell’agosto. Con la sola eccezione del Piemonte, in Italia trionfava la reazione: nel Lombardo- Veneto il dominio austriaco si mantenne con lo stato d’assedio fino al 1856; Pio IX, attraverso il segretario di Stato Antonelli, condusse una politica di dura repressione antiliberale, senza preoccuparsi di provvedere alle ormai indispensabili riforme economiche e amministrative; Ferdinando II, re delle Due Sicilie, sciolse il parlamento (13 marzo 1849) e prese a governare con un regime di dispotismo personale, non riuscendo però a impedire che l’attività cospirativa rimanesse assai viva (setta dell’Unità Italiana, fondata da L. Settembrini, S. Spaventa e F. Agresti). Nei ducati, grazie anche al legame doganale stabilito tra Austria, Parma e Modena, l’influenza austriaca contribuì a rendere estremamente duro il clima repressivo; in Toscana invece la repressione fu meno aspra che nel resto del paese, anche se la situazione era pur sempre caratterizzata dalla presenza austriaca. Solo nel Piemonte sopravvissero le libertà costituzionali, che Vittorio Emanuele II, nonostante certe sue tendenze autoritarie, aveva coraggiosamente mantenute. L’opposizione democratica piemontese aveva tuttavia fortemente osteggiato il trattato di pace di Milano (6 agosto 1849) e Genova s’era addirittura ribellata subito dopo Novara; il re dovette quindi sciogliere il parlamento col proclama di Moncalieri (20 novembre 1849) per ottenerne la ratifica da una camera più moderata. Dopo un ministero d’Azeglio che aveva avviato la liberalizzazione dello Stato e l’opera delle riforme interne, soprattutto in campo ecclesiastico (leggi Siccardi, 1850), e che durò fino al 1852, si realizzò un accordo (il “connubio”) tra i moderati di Cavour (già ministro dal 1850) e il centro-sinistra del Rattazzi, che portò appunto Cavour alla presidenza del consiglio (4 novembre 1852). Mentre nel Piemonte veniva intrapresa una politica economica di orientamento liberista che avrebbe contribuito a porlo alla festa dello sviluppo tra gli Stati italiani, nel campo democratico emergevano atteggiamenti di critica verso Mazzini (il federalismo repubblicano di G. Ferrari e di C. Cattaneo e le tendenze socialiste di Pisacane), e contemporaneamente maturavano le condizioni per cui il moderatismo cavouriano avrebbe preso la guida del moto nazionale. Entrato in crisi con il fallimento dei moti milanesi del febbraio 1853, con la tragica conclusione della congiura di Mantova, di cui fu anima don Enrico Tazzoli (arrestato nel gennaio 1852), in seguito alla quale numerosi patrioti furono giustiziati sugli spalti di Belfiore (dicembre 1852 – marzo 1853), e con la gloriosa fine di Pier Fortunato Calvi che tentò di far insorgere il Cadore (arrestato nel settembre 1853 fu impiccato nel 1855), il mazzinianesimo cercò di reagire mediante la creazione del partito d’azione; ma l’insuccesso del tentativo insurrezionale operato a Genova e Livorno in connessione con la spedizione di Sapri (giugno-luglio 1857), iniziative nate dalla collaborazione tra Mazzini e Pisacane, nell’ultima delle quali il secondo trovò la morte, crearono il vuoto attorno all’esule genovese. La politica di Cavour, al contrario, riusciva proprio in quegli anni a inserire il Piemonte nel gioco diplomatico europeo e, approfittando dell’isolamento diplomatico dell’Austria verificatosi in occasione della guerra di Crimea, il regno sabaudo realizzò un’alleanza con Francia e Inghilterra (10 gennaio 1855) che, nonostante una forte opposizione interna, portò un corpo di spedizione sardo di 15.000 uomini, al comando di A. La Marmora, a combattere contro i Russi in Crimea (maggio 1855) e che permise a Cavour di partecipare al congresso di Parigi (febbraio 1856), ove il ministro sabaudo sostenne la tesi che l’Austria, con l’occupazione militare in Italia, era causa di squilibrio europeo e di perturbazioni rivoluzionarie. Dalla crisi dei democratici dopo il 1857 e dai successi della linea moderata nacque così la fortuna della Società nazionale italiana, che aveva per programma l’unificazione sotto i Savoia e alla quale la presidenza di Daniele Manin e la vicepresidenza di Giuseppe Garibaldi assicurarono l’adesione anche di molti democratici. Cavour, sul piano della politica estera, riuscì a stabilire con Napoleone III accordi di alleanza antiaustriaca (Plombières, 20-21 luglio 1858) per la soluzione del problema italiano, facendo leva tanto sugli interessi nazionali francesi quanto sui timori dell’imperatore (accentuati dall’attentato di F. Orsini, 14 gennaio 1858) per un prevalere delle forze rivoluzionarie in Italia. Fondamento degli accordi era però che l’Austria dovesse per prima attaccare il Piemonte, ma il discorso della corona pronunciato da Vittorio Emanuele II all’inizio dell’anno 1859, contenente l’accenno famoso al “grido di dolore”, parve ai patrioti (e fu giustamente interpretato), una squilla di guerra antiaustriaca. Nonostante un tentativo russo e uno inglese, nell’aprile del 1859, di promuovere un congresso delle potenze che, di fronte al peggiorare della tensione internazionale, risolvesse pacificamente la situazione della penisola, l’Austria, spaventata dall’accorrere di volontari in Piemonte da ogni parte d’Italia, fece fallire l’idea del congresso rifiutando la partecipazione del Regno sardo e infine cadde nella trappola tesale da Cavour, rompendo gli indugi e inviando un ultimatum (23 aprile) al Piemonte. In base a esso le clausole degli accordi di Plombières portarono la Francia a intervenire a fianco del Regno sardo, giacché la guerra era scoppiata per iniziativa austriaca. Contemporaneamente si muoveva tutta l’Italia centrale: Leopoldo II dovette fuggire da Firenze, in conseguenza dell’insurrezione del 27 aprile; dopo la vittoriosa battaglia di Magenta (4 giugno) si sollevarono le Legazioni e i ducati, proclamando la loro volontà di annessione al Piemonte, e Vittorio Emanuele II vi inviò commissari regi. Ma la politica di Cavour ricevette un gravissimo colpo dai preliminari di pace di Villafranca seguiti alla sanguinosa battaglia di Solferino e San Martino: lo stesso ministro rassegnò le dimissioni, convinto che il prestigio della monarchia fosse compromesso e che non sarebbe stato possibile contenere la ripresa del partito d’azione. Mentre tuttavia il governo La Marmora-Rattazzi doveva ritirare i commissari regi le province insorte organizzavano le loro forze per resistere a un ritorno dei sovrani legittimi, e allo sforzo unitario collaborò anche Mazzini; sul piano diplomatico intervenne con peso decisivo l’Inghilterra, disposta ad appoggiare la causa italiana ora che si profilava la possibilità della formazione di uno Stato abbastanza grande da fare da contrappeso alla Francia. La pace di Zurigo (10 novembre 1859) riconobbe implicitamente l’esistenza e la forza del moto unitario italiano, rimandando a un futuro congresso il problema della restaurazione dei principi spodestati. In queste condizioni Cavour poté ritornare al potere (21 gennaio 1860) e ottenere l’assenso di Napoleone III ai plebisciti (marzo 1860). Ma il partito d’azione, che criticava aspramente la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia e la dipendenza della politica piemontese da Napoleone III, pose con decisione il problema dell’unificazione dell’intera penisola: rispondendo all’insurrezione palermitana dell’aprile 1860, Garibaldi assunse la guida della spedizione che partì da Quarto il 6 maggio 1860. Il successo della spedizione, avvenuta nonostante l’opposizione iniziale di Cavour (preoccupato di un esito repubblicano dell’impresa), sembrò segnare un successo del partito d’azione; ma, giocando abilmente sul pericolo di questa prospettiva, Cavour poté strappare alla Francia l’assenso a intervenire per fermare Garibaldi, che sembrava intenzionato a puntare su Roma. Cogliendo il pretesto della concentrazione in Roma di volontari legittimisti, l’esercito sabaudo entrò nello Stato Pontificio, batté l’esercito papale a Castelfidardo, conquistando Ancona (28 settembre) e muovendo poi verso il Napoletano; con l’incontro tra il re e Garibaldi (26 ottobre) si chiuse la liberazione del Mezzogiorno; i plebisciti (21 ottobre nel regno delle Due Sicilie; 4 novembre nelle Marche e nell’Umbria) permisero l’annessione dei nuovi territori; dopo l’approvazione del senato (26 febbraio) e della camera (14 marzo), il 17 marzo 1861 venne pubblicato il decreto che proclamava il regno d’Italia, mentre per alcuni giorni (sino al 21) continuava il dibattito parlamentare sulla formula, poi accolta, “per grazia di Dio e volontà della Nazione”.

² Sviluppi economici e sociali dal 1815 al 1861

Nel primo ventennio seguito alla caduta di Napoleone l’economia italiana risentì a lungo delle gravi difficoltà che nascevano dall’arresto provocato nelle trasformazioni strutturali avviate nel 1700 dalle guerre rivoluzionarie e napoleoniche e dal Blocco continentale; la situazione fu aggravata dal ripristino delle barriere doganali e dei sistemi vincolistici, che stabilivano dazi e dogane non solo ai confini degli Stati, ma anche al loro interno. La crisi economica europea, che si manifestava con la caduta dei prezzi e che venne accompagnata nel 1816-1817 da una grave carestia, non poté essere superata in Italia che molto lentamente, proprio a causa delle condizioni create dalla restaurazione dell’antico regime anche sul terreno economico. Molto lento fu di conseguenza anche l’incremento demografico (il 25% tra il 1812 e il 1861, da 19,8 a 25 milioni, contro il 40% dell’Europa tra il 1800 e il 1850), mentre rimaneva pressoché sconosciuto nella penisola un altro fenomeno dell’Europa occidentale del tempo, l’urbanesimo. L’occupazione prevalente della popolazione restava l’agricoltura, con caratteri capitalistici abbastanza progrediti nelle zone pianeggianti del Piemonte orientale, della Lombardia e dell’Emilia; nel resto del paese prevalevano invece i caratteri tradizionali (mezzadria nella Toscana, Umbria, Marche; latifondo e cerealicoltura estensiva nel Sud); veniva completato intanto il fenomeno, già avviato nel XVIII sec., dell’eliminazione delle terre comuni e degli usi civici, mentre si affermava il regime della piena proprietà privata. Erano in ascesa nelle campagne del Nord la coltivazione del gelso e l’allevamento del baco da seta legati al relativo fiorire dell’industria serica: l’industria cotoniera solo verso il 1840 assunse i primi tratti della grande industria. Dopo il 1830, del resto, l’economia degli Stati italiani cominciò a rivelare molti segni di risveglio: si segnalava una ripresa di interesse per i problemi tecnici ed economici dell’agricoltura a opera di società agrarie (i Georgofili in Toscana, le società economiche del Mezzogiorno) e sulla spinta dei governi, o anche per iniziativa di singoli proprietari e studiosi. Sintomi positivi si mostravano anche nel campo dell’industria manifatturiera: nel Piemonte (dove solo nel 1844 si giunse alla soppressione delle corporazioni d’arti e mestieri), grazie a trattati di commercio coi principali Stati europei e italiani, si assistette a una vigorosa ripresa dell’industria laniera nel Biellese, che, pur conservando i caratteri di piccola industria, prese a ricorrere in misura crescente alla filatura meccanica; attorno a Torino si svilupparono poi nuclei consistenti di industria cotoniera. Anche nella Lombardia si ebbero rilevanti progressi industriali, benché in questo settore gli investimenti rimanessero sempre inferiori a quelli agricoli. Al primo posto rimasero la trattura e la torcitura della seta, seguite dall’industria cotoniera, che si esercitavano soprattutto nei centri rurali. Fu nel campo della filatura che, dopo il 1830, cominciarono a manifestarsi le prime trasformazioni industriali e una incipiente meccanizzazione, cosicché fu possibile iniziare un attivo commercio di esportazione. Accanto all’industria tessile cominciò anche a delinearsi, pur se in proporzioni ancora assai modeste, un settore metallurgico e meccanico. Tra gli altri Stati, il granducato di Toscana conseguì buoni progressi, grazie all’amministrazione tollerante che lasciava grande libertà all’iniziativa privata. Nei centri minori e nelle campagne l’industria laniera, l’allevamento dei bozzoli e la trattura della seta, la filatura e la tessitura del cotone (che avevano però proporzioni inferiori a quelle assunte in Piemonte e in Lombardia), l’industria della carta e della paglia, la fabbricazione delle ceramiche erano in fioritura e davano vita a un commercio attivo e ben equilibrato con la preponderante attività agricola. Anche nel regno di Napoli, dopo il 1835, si notavano segni di ripresa e l’industria della lana, fortemente protetta, prendeva sviluppo in varie province; la protezione doganale permise anche il sorgere dell’industria cotoniera, con capitali essenzialmente stranieri (Salernitano), e della carta (valle del Liri), mentre la produzione napoletana dei guanti raggiungeva fama mondiale. Tali trasformazioni e tali progressi richiedevano disponibilità di capitali, che furono offerti dalle prime banche di emissione di Genova, Torino, Firenze e Roma e dalle Casse di risparmio: queste ultime, sorte in un primo tempo col carattere di istituti di previdenza e di carità, con limiti precisi ai depositi, finirono con lo svolgere in un secondo tempo, per l’affluire dei depositi, le funzioni di istituti di credito prima agricolo e poi anche commerciale. Il rinnovamento agricolo e industriale che s’avviava negli Stati italiani rendeva intanto evidente la limitatezza dell’orizzonte degli Stati regionali, soprattutto dopo il 1840, quando negli altri paesi europei si andava compiendo la rivoluzione dei mezzi di trasporto attraverso le costruzioni ferroviarie. Un miglioramento della rete stradale nel Settentrione e in parte anche nel regno di Napoli non fu sufficiente a soddisfare le necessità di un commercio in via d’espansione; d’altra parte, per ragioni soprattutto politiche, era impossibile avviare un piano di costruzioni ferroviarie organico per tutte le province, cosicché i tratti di strada ferrata che per primi vennero costruiti si limitarono a congiungere le capitali con le ville reali dei dintorni (Napoli-Portici, 1839; Napoli-Caserta e Milano-Monza, 1840; Torino- Moncalieri, 1843). Solo per il Lombardo-Veneto e per la Toscana (tra il 1842 e il 1847) fu progettato e attuato un piano per una rete ferroviaria che potesse giovare al commercio interregionale. Il ritardo dell’Italia nelle costruzioni ferroviarie pose la penisola in condizioni gravi di inferiorità nei confronti degli altri Stati dell’Europa occidentale.

Fu il Piemonte di Cavour, spinto dal geniale statista sulla via di un’economia moderna con strumenti liberali anziché protezionisti (trattati di commercio, agevolazioni al credito con la creazione della Banca nazionale degli Stati sardi), a dare dopo il 1850 un notevole impulso alle costruzioni ferroviarie.