Il morbo di Tucidide

Il morbo di Tucidide

Il morbo di Tucidide


Nel II libro della Guerra del Peloponneso Tucidide descrisse il morbo che sconvolse Atene nel 430 a. C. Molti studiosi dell’età moderna, filologi e medici, hanno analizzato il racconto dello storico greco nel tentativo di dare un nome alla malattia. Presupposto a questi studi è l’attendibilità di Tucidide, scrittore che si avvale di uno studio rigoroso dei fatti e che interpreta razionalmente gli eventi, senza ricorso a cause o interventi soprannaturali (I,20-21). Tucidide inoltre fu testimone in prima persona del morbo, essendone stato colpito egli stesso (II,48), e si propose esplicitamente di fornirne una descrizione dettagliata, affinché altri potessero riconoscerlo, se in futuro si fosse ripresentato (II, 48).
Il morbo, descritto dettagliatamente nel capitolo 49 del II libro, presentava il seguente quadro clinico: i malati improvvisamente erano colti da forti calori (thermai) alla testa, da arrossamento (erythemata) e bruciore (phlogosis) agli occhi. Il faringe e la lingua, diventavano rosse come il sangue (haimatodes) e l’alito disgustoso (atopos) e maleodorante (dysodes). Successivamente sopraggiungevano starnuto (ptarmos) e raucedine (branchos) e forte tosse (bex). Allorché la malattia si fissava all’orifizio dello stomaco (kardia) e si verificavano evacuazioni di bile (chole), conati di vomito (lynx kene) e violenti spasmi (spasmos). Il corpo non era troppo caldo, né giallo, ma arrossato, livido e cosparso di piccole bolle (o pustole) (phlyktaina) e di ulcere (helkos). I malati internamente si sentivano bruciare tanto da non sopportare addosso vestiti e lenzuoli e si gettavano nell’acqua fredda, spinti da una sete (dipsa) inestinguibile. Inoltre vi era una continua impossibilità (aporia) a riposare e insonnia (agrypnia). I più morivano in settima o nona giornata, se si superava questa fase, la malattia scendeva nell’intestino (koilia), dove provocava una grave ulcerazione (helkosis) e violenta diarrea (diarrhoia). Il male colpiva anche i genitali (aidoia) e le punte delle mani e dei piedi, e molti la scampavano perdendo queste parti e alcuni anche gli occhi. Una amnesia (lethe) prendeva quelli che tra tutti si erano appena ripresi.
Le ipotesi sulla malattia di Tucidide sono state varie, comprendendo malattie virali e batteriche, stati tossici, oppure, anche, combinazioni tra questi. L’elenco delle malttie proposte comprende: vaiolo, tifo, peste, febbre tifoide, morbillo, scarlattina, ergotismo, morva, leptispirosi, tularemia, influenza complicata da sindrome da shock tossico, febbre di Rift Valley, febbre di Lassa. Tuttavia malgrado i numerosi studi, la malattia di Tucidide non è stata ancora oggi identificata. Nel loro interessante articolo Poole e Holladay concludono che “la descrizione di Tucidide non corrisponde esattamente a nessuna delle malattie dei giorni nostri”. E’ difficile dire perché il racconto del più obiettivo degli storici greci rimane enigmantico. Una ipotesi può essere che Tucidide, raccogliendo un grande numero di segni e sintomi (23), non potè selezionarli adeguatamente, non essendo egli un medico. Il risultato fu che il quadro clinico della malattia è inquinato dalla presenza di sintomi di altre malattie concomitanti. Tale ipotesi pare fra l’altro essere supportata da una frase dello scrittore greco stesso: “se qualcuno contraeva una qualche altra malattia, questa generalmente evolveva in quella.

(da C. Urso, L’enigma del morbo di Tucidide, Pathologica 90, 826-836, 1998;
C. Urso, The different originality of Homer and Thucydides, Am J Dermatopathol 23, 274-275, 2001)