Il folle volo di Ulisse Inferno canto XXVI vv 76-142

Il folle volo di Ulisse Inferno canto XXVI vv 76-142


Nell’ottavo cerchio dell’Inferno sono puniti i fraudolenti, coloro che fecero male con l’inganno. Il cerchio, detto anche Malebolge, è suddiviso al suo interno in dieci bolge, ciascuna destinata a un particolare tipo di inganno.

L’ottava bolgia è quella dei consiglieri fraudolenti, cioè di coloro che, con cattivi consigli, convinsero gli altri a fare il male: qui Dante colloca un grande eroe della tradizione epica classica, Ulisse, punito per l’inganno del cavallo di Troia. Poiché in vita ha alimentato il fuoco della discordia tra gli uomini, l’eroe greco è destinato a soffrire in eterno avvolto da una fiamma. Unito a lui nella pena è il compagno Diomede, suo collaboratore nell’inganno del cavallo: i due guerrieri procedono quindi affiancati, così che le due fiamme che li avvolgono sembrano a Dante e Virgilio simili a due corna di bue.

La storia che Ulisse racconterà ai due viaggiatori infernali è un’invenzione dello stesso Dante. Il poeta immagina infatti l’ultimo viaggio di Ulisse che, spinto da desiderio di conoscenza, oltrepassa lo stretto di Gibilterra (le “colonne d’Ercole”, limite oltre il quale gli uomini del medioevo non osavano spingersi) e naviga fino ad arrivare in vista dell’isola su cui sorge il Purgatorio.


Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
78 in questa forma lui parlare audivi:
«O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
81 s’io meritai di voi assai o poco
quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
84 dove, per lui, perduto a morir gissi».
Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
87 pur come quella cui vento affatica;
indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
90 gittò voce di fuori e disse: «Quando
mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
93 prima che sì Enëa la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
96 lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
99 e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
102 picciola da la qual non fui diserto.
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
105 e l’altre che quel mare intorno bagna.
Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
108 dov’Ercule segnò li suoi riguardi
acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
111 da l’altra già m’avea lasciata Setta.
“O frati”, dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
114 a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
117 di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
120 ma per seguir virtute e canoscenza”.
Li miei compagni fec’ io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
123 che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
126 sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
129 che non surgëa fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
132 poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,

quando n’apparve una montagna, bruna

per la distanza, e parvemi alta tanto
135 quanto veduta non avëa alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
138 e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso

141 e la prora ire in giù, com’ altrui piacque, infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso».