Il fascismo è la sintesi delle storiche malattie italiane

Il fascismo è la sintesi delle storiche malattie italiane

da P. Gobetti, ìn Rivoluzione liberale. Saggio suite lotta politica in Italia. Einaudi. Torino. 1969


Insofferente della retorica nazionalistica del dopoguerra, Piero Gobetti, appena venticinquenne, ave­va la consapevolezza che non si sarebbe potuti uscire dalla crisi morale e politica se non si fosse distrut­to il mito che sì era formato intorno al Risorgimento, un mito che la demagogia dei vecchi e nuovi rea­zionari utilizzava per far passare di contrabbando i propri disegni politici (voi. Il, cap. XVIII, lett. 26). Nei suoi saggi, poi raccolti nell’opera postuma Risorgimento senza eroi (1926), Gobetti, riflettendo appunto sulla crisi dell’Italia liberale che era sfociata nel fascismo, dichiarava che il Risorgimento era fallito in quanto risultato della lotta dì un movimento minoritario, privo dell’apporto delle classi popo­lari, un movimento «glorioso», del quale, però, apparivano ormai chiarì i limiti e le debolezze. Egli met­teva in evidenza come in una società svuotata dalla Controriforma cattolica e dalla consuetudine del conformismo e della servitù politica avessero sempre fatto difetto impegno civile, autentici convincimen­ti religiosi, coerenza tra pensiero ed azione. In tale contesto il fascismo gli appariva «non una rivoluzio­ne, ma la rivelazione delle deficienze secolari del popolo italiano, la rivelazione del difetto fondamentale delle classi dirigenti dall’Unità in poi», «l’autobiografia della nazione». Negli articoli di «Rivoluzione liberale», la rivista da lui diretta – nonostante le aggressioni e ì sequestri dal febbraio 1922 all’ottobre 1925 -, tracciò il programma della sua intransigente lotta al fascismo. Si proponeva di collaborare alla formazione di una classe politica che avesse «la chiara coscienza delle sue tradizioni storiche e delle esi­genze sociali nascenti dalla partecipazione del popolo alla vita detto Stato». Gobetti mori in esilio a Pa­rigi nel febbraio 1926.

Il fascismo in Italia è una catastrofe, è un’indicazione d’infanzia decisiva, perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’ottimismo, dell’entusiasmo. Si può ragionare del Ministero Mussolini come di un fatto di ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi; che rinuncia per  pigrizia alla lotta politica. […] In Italia non ci sono proletari e borghesi: ci sono soltanto classi medie. Lo sapevamo: e se non Io avessimo saputo ce lo avrebbe insegnato Giolitti. Mussolini non è dunque nulla di nuovo: ma con Mussolini ci si offre la prova sperimentale dell’umanità, ci si attesta l’inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie. Abbiamo astuzie sufficienti per prevedere che tra sei mesi molti si saranno stancati del duce: ma certe ore di ebbrezza valgono per confessione e la palingenesi fascista ci ha attestato inesorabilmente l’impudenza della nostra impotenza. A un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio. […]

Nessuno dei cosiddetti democratici e liberali aveva capito che Mussolini non si poteva legare coi programmi, che egli avrebbe tradito tutti gli accordi, e dominato tutte le competizioni sul terreno dell’astuzia; che occorreva smascherarlo con una intransigenza feroce preparando con l’esempio una situazione storica in cui l’effettiva lotta politica rendesse impossibili i costumi del paternalismo e le dittature plutocratiche mascherate da dittature personali.

Questo era il vero antifascismo, era la vera politica dell’opposizione. Ma nessuno ci contraddirà se affermiamo che soltanto la «Rivoluzione liberale» seppe porsi sin da principio su questo terreno. Non ci fu nei primi mesi altra opposizione cosi disperata e inesorabile al regime e a Mussolini. Combattevamo Mussolini come corruttore, prima che come tiranno; il fascismo come tutela paterna prima che come dittatura; non insistemmo sui lamenti per mancanza della libertà e per la violenza, ma rivolgemmo la nostra polemica contro gli italiani che non resistevano, che si lasciavano addomesticare. Offrimmo una diagnosi della immaturità economica italiana che si accompagna e determina l’immaturità della lotta politica e la scarsa dignità personale. […]

Se il fascismo è il prodotto di una crisi storica, deve rimanere ferma la necessità di una critica e di una scelta tra gli stessi antifascisti. Noi rifiutiamo di far causa comune con tutti i nemici del regime, e non pensiamo di batterlo con le coalizioni e le crisi ministeriali, ma con la soppressione delle radici che lo hanno generato. Anche se la nostra dichiarazione potesse venire fraintesa, noi insistiamo a dire che combattiamo in Mussolini, ingigantito, il vizio storico che rese possibili in Italia i fenomeni Depretis1 e Giolitti. […]

Il fascismo ha avuto almeno questo merito: di offrire la sintesi, spinta alle ultime interferenze, delle storiche malattie italiane: retorica, cortigianeria, demagogismo, trasformismo. Combattere il fascismo deve voler dire rifare la nostra formazione spirituale, lavorare per le nuove élites e per la nuova rivoluzione. Il fascismo è legittimo erede della democrazia italiana eternamente ministeriale e conciliante, paurosa delle libere iniziative popolari, oligarchica, parassitaria, paternalistica: Orlando2 e De Nicola3 erano nel listone con pieno diritto in perfetta parità di spirito.

Quando l’opposizione parla di democrazia e di liberalismo deve sapere che lavora per il futuro, contro corrente; deve sapere che il fascismo è il governo che si merita un’Italia di disoccupati e di parassiti, ancora lontana dalle moderne forme di convivenza democratiche e liberali, e che per combatterlo bisogna lavorare per una rivoluzione integrale, dell’economia come delle coscienze.

  1. Per A. Depretis vedi il volume II, capitolo XVIII, paragrafi 3 e 4, letture 9, 10 e 11.
  2. Per V. E. Orlando vedi il capitolo II, lettura 23, nota 3.
  3. Enrico De Nicola (1877-1959), giurista e po­litico, deputato liberal-conservatore dal 1909, aderì al fascismo dei primi anni fino a rivestire il ruolo di presidente della Camera dal 1920 al 1923; distaccatosi dal regime, sarà «capo provvi­sorio di Stato» nel 1946 e, successivamente (1948), primo presidente della Repubblica (cap. XII).