IL CANTICO DI FRATE SOLE

IL CANTICO DI FRATE SOLE

Il primo testo letterario in volgare

Origine liturgica ha il più famoso testo della poesia religiosa, considerato anche tradizionalmente la prima opera in volgare della letteratura italiana: il Cantico di frate Sole di san Francesco d’Assisi, composto intorno al 12251. Si tratta di una preghiera destinata ad essere recitata e trasmessa in forma orale, con un accompagnamento musicale (ora perduto) composto dallo stesso Santo. Il testo è scritto in volgare umbro “illustre”, depurato cioè dagli aspetti più nettamente locali, con diverse reminiscenze latine. La scelta del volgare, coerente con i principi del francescanesimo, serviva a raggiungere gli strati più bassi della popolazione che non intendevano il latino, lingua ufficiale della liturgia. Il testo mostra diverse tracce della sua destinazione liturgica, come la frequente ripetizione della formula «Laudato si’» (che rimanda all’uso della litania 2) o l’imperativo finale rivolto al popolo dei fedeli («Laudate et benedicete mi’ Signore et rengratiate»).

La rivalutazione del creato

La preghiera di Francesco è del resto costruita su un preciso modello biblico, il Salmo148 (segno, questo, della natura colta del componimento). Il Cantico contiene però un’idea di fondo del tutto nuova: Francesco loda il Signore non direttamente (poiché nessun uomo è degno di parlare direttamente di Dio) ma attraverso la lode delle creature3: il creato, in tal modo, viene riscattato dalla tradizionale svalutazione di cui lo faceva oggetto parte della teologia cattolica, o dalla totale condanna di cui lo faceva oggetto l’eresia catara.

Alle visioni dualistiche che disprezzano tutta la realtà come regno del male, Francesco contrappone un’immagine dell’universo come totalità perfetta e meravigliosa, investita dal soffio di Dio, nella quale ogni creatura è degna di amore perché è bella in sé e perché porta in sé l’impronta divina del creatore. Il divino non appartiene dunque a una dimensione irrimediabilmente estranea al mondo reale, ma si cala in ogni aspetto della natura.

Il dualismo morale

Questa visione gioiosa e fidente può coinvolgere an che l’uomo. Tuttavia, per quest’ultimo, la lode non è scontata in partenza. Certo, l’uomo è al centro dell’universo; e tutte le creature, oltre che belle in sé e portatrici dell’impronta divina, sono anche utili a lui. Eppure l’uomo, e solo l’uomo, rimane sospeso tra bene e male, salvezza e peccato. A lui spetta il privilegio, ma anche la responsabilità, della scelta tra l’imitazione di Cristo e la dannazione dell’anima. Alla visione totalmente ottimistica del creato si affianca dunque, nell’antropologia francescana, un rigoroso

  • Per un approfondimento sulla questione della datazione dell’opera, assai discussa, rimandiamo all’anal isi del testo.
  • Per un approfondimento sulla questione della datazione dell’opera, assai discussa, rimandiamo all’anal isi del testo.
  • È questa a nostro avviso la lettura più convincente del Cantico.

dualismo morale; l’uomo può essere lodato, ma solo a condizione che egli accetti di perdonare, che sopporti la sofferenza, che fugga il peccato.

San Francesco d’Assisi

Francesco, figlio di Pietro Bernardone, nacque ad Assisi nel 1181 o 1182. Il padre era un ricco mercante di tessuti; la madre era di origine francese (da qui il nome con cui fu conosciuto; il suo nome di battesimo era invece Giovanni). Trascorse la sua giovinezza nello sfarzo e nel lusso, coltivando intanto, secondo l’uso della borghesia del tempo, studi di latino e francese. Intraprese la carriera militare: nel 1202 partecipò alla battaglia di Collestrada, che opponeva Assisi a Perugia, ma fu fatto prigioniero e liberato solo un anno dopo; nel 1204, nel tentativo di raggiungere Gualtieri di Brenne, combattente in Puglia per conto di papa Innocenzo III, si ammalò a Spoleto e fu costretto ad abbandonare l’im presa.

Le più accreditate biografie indicano questo come il periodo in cui Francesco cadde in una profonda crisi mistica. Nel 1206 si ritirò in un er emo e si dedicò alla cura dei lebbrosi. Un gesto eclatante, nel 1207, sancì la rottura con l’ambient e familiare e la classe borghese da cui proveniva: davanti al vescovo di Assisi Francesco si spogliò degli abiti che indossava e restituì tutte le sue proprietà al padre per andare «nudo in contro al Signore»4. Ai compagni che lo seguirono Francesco dettò una Regola, basata sul disprezzo delle ricchezze, l’amore per la natura e la fedeltà al Vangelo. L’Ordine religioso così fondato (detto dei Frati Minori) ebbe una prima approvazione verbale nel 1210 da papa Innocenzo III; le predicazioni iniziarono l’anno successivo. Nel 1219 Francesco si recò in Egitto e in Terrasanta, dove tentò invano di convertire pacificamente il sultano. Il gesto (contemporaneo alla quinta crociata) sembra rivelare un «atteggiamento polemico nei confronti delle crociate, delle quali non gli era sfuggita la prevalente logica mercantile» (Luperini).

La contestazione di Francesco non si tradusse mai, però, in una rottura con la Chiesa. Il Santo anzi tenne conto delle indicazioni delle autorità e cclesiastiche e, dopo il suo ritorno in Italia, lavorò a una nuova versione della Regola, che fu approvata nel 1223 con una bolla di papa Onorio III. L’esempio di Francesco fu seguito da numerosi adepti: Chiara nel 1212 fondò un Secondo Ordine, quello femminile delle Clarisse; ai laici fu poi aperto il Terzo Ordine.

Gli anni successivi all’approvazione della Regola furono segnati da una grave sofferenza fisica: Francesco, provato da varie malattie e dai rigori della vita ascetica, arrivò quasi a perdere la vista. Nel frattempo iniziarono i contrasti all’interno dell’Ordine. Le biografie attestano che nel 1224, presso l’eremo della Verna, il frate ricevette le stimmate; nel 1225 visitò Chiara presso San Damiano; presumibilmente in questo periodo compose il Cantico di frate Sole. Nel 1226 dettò il proprio Testamentum in latino, in cui esortava ad una vita disciplinata e di povertà. Il 3 ottobre dello stesso anno morì; la ca nonizzazione avvenne nel 1228.

Del Santo ci rimangono alcune Laude e la Regola dell’Ordine, insieme ad alcune preghiere poetiche, lettere, ammonizioni e benedizioni rivolte ai confratelli. Tutti questi testi sono scritti in latino.

In volgare è invece il Cantico di Frate Sole, il primo testo della nostra tradizione che possa essere considerato non un semplice documento linguistico5, bensì una vera opera letteraria. Una

  • L’espressione è tratta dalla Legenda secunda di Tommaso da Celano, biografo del Santo.
  • Esistono diversi testi in volgare di argomento religioso precedenti al Cantico: tali documenti sono stati rinvenuti nella zona umbro-marchigiana, nel Lazio e in Campania. È databile al 1037-1080 un testo, rit rovato

tradizione vuole che il Cantico sia stato composto nel 1224, dopo una notte di sofferenza fisica al termine della quale il Santo avrebbe avuto una visione — la cosiddetta certificatio — in cui Dio gli annunciava la salvezza. Altre fonti propendono per una composizione in tre momenti distinti: la prima parte del cantico, che evocherebbe nostalgicamente la bellezza del paesaggio umbro, risalirebbe alla malattia agli occhi del Santo; i versi 23 e segg., che vertono sul tema del perdono, sarebbero stati composti in occasione di una lite tra il podestà ed il vescovo di Assisi, che Francesco cercò di conciliare; i versi che si r iferiscono alla morte sarebbero invece stati composti in una fase aggravata della sua malattia, durante il soggiorno sul monte Verna. Qualunque di queste ipotesi si voglia accogliere, è certo comunque che il testo di Francesco risulta tutt’altro che improvvisato e frammentario, come meglio potremo vedere in sede di analisi.

a Norcia presso il monastero di S. Eustizio, che può essere considerato una formula di confessione che il fedele doveva pronunciare o leggere.

Cantico di Frate Sole

Altissimu6, onnipotente, bon Signore,

Tue so’ 7 le laude8, la gloria e l’honore et onne 49 benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfano10,
et nullu homo ène dignu te mentovare11.
Laudato sie, mi’ Signore, cum 12 tucte le Tue creature, 5
spetialmente messor13 lo frate14 Sole,
lo qual è iorno15, et allumini noi per lui16.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore17:
de Te, Altissimo, porta significatione18.
Laudato si’, mi Signore, per 19 sora20 Luna e le stelle: 10
in celu21 l’ài formate 22 clarite23 et pretiose et belle24.
  • Altissimu: il vocabolo termina in -u, come molti altri sostantivi e aggettivi; si tratta di una caratteristica del volgare umbro.
  • Tue so’: sono tue, ti appartengono.
  • laude: le lodi. Il termine «laude», nella liturgia cattolica, indica propriamente i salmi che si recitano al
  • onne: ogni.
  • se konfano: si confanno, si convengono.
  • et… mentovare: e nessun (nullu) uomo (homo) è (ène, da «è»+ne, epitesi caratteristica del volgare umbro) degno di nominarti (te mentovare). Il verso presenta varie forme assai vicine al latino («nullus», «homo», «dignus»). Ciò si spiega con i richiami all e Scritture: i Dieci comandamenti («Non nominare il nome di Dio invano») e il liturgico «non sum dignus». Il fatto che Dio rappresenti un mistero ineffabile induce Francesco, nei versi successivi, a lodarlo solo indirettamente attraverso la lode delle creature.
  • cum: con (latinismo); ma potrebbe anche significare come.
  • messor: messere (forma dialettale umbra); equivale al latino dominus. Si potrebbe rendere con signore, ma Francesco riserva quest’ultimo appellativo a Dio.
  • frate: fratello.
  • lo qual è iorno: il quale è la luce del giorno.
  • et allumini… lui: e ci illumini per mezzo suo.
  • e radiante…splendore: e i suoi raggi sono molto splendenti.
  • de te… significatione: simboleggia te, o Altissimo. La luce del sole viene generalmente considerata, nel Medioevo, simbolo di Dio. La lode del Sole, come ha osservato Spitzer, ha un triplice aspetto. Il Sole viene lodato secundum hominem (cioè in relazione alla sua utilità per l’uomo: «a llumini noi per lui»), secundum se (cioè per le sue qualità intrinseche: «è bellu e radiante cum grande splendore») e secundum Deum (per il suo riferimento simbolico a Dio: «de Te, Altissimo, porta significatione»).
  • per: la preposizione, che da qui in poi compare costantemente in dipendenza del verbo «laudare», potrebbe essere interpretata in diversi modi, che vanno analizzati non per puro gusto filologico, ma per attribuirle un significato coerente con la visione francescana: 1) complemento di causa: si loda il Signore per aver creato la luna e le stelle; 2) complemento d’agente, modellato sul francese par: si invitano le creature a cantare le lodi del Signore come nel Salmo 148, che costituisce il modello scritturale del Cantico; 3) complemento di mezzo: Dio viene lodato attraverso le creature. Quest’ultima interpretazione, avanzata da Pagliaro, ci sembra preferibile, in quanto meglio riflette il gioioso rapporto con il creato che è tipico della spiritualità francescana: il santo rivolge la sua lode direttamente alle creature ma, così facendo, loda indirettamente il Creatore. 
  • sora: sorella.
  • celu: cielo.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo25, per lo quale a le Tue creature dài sustentamento 26.

Laudato si’, mi Signore, per sor’Aqua, 15
la quale è multo utile et humile27 et pretiosa et casta28.
Laudato si’, mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte29:
ed ello è bello et iocundo et robustoso30 et forte31.
Laudato si’, mi Signore, per sora nostra matre 32 Terra, 20
la quale ne sustenta et governa33,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba34.

Laudato si’, mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore35 et sostengo infirmitate et tribulatione36.

  • formate: create.
  • clarite: luminose. Può essere latinismo (da clarus) o francesismo (da clair).
  • belle: con gli aggettivi «clarite» e «belle» le creature vengono lodate secundum se. Con l’aggettivo «pretiose» esse vengono lodate secundum hominem.
  • et per aere… tempo: per l’aria, per il cielo nuvoloso (nubilo) e per il cielo sereno e per ogni tipo di «Nubilo» e «sereno» sono sostantivi.
  • per lo quale… sustentamento: attraverso il quale (il «tempo», cioè l’alternarsi delle stagioni e delle condizioni atmosferiche) dai nutrimento (sustentamento) alle Tue creature. Si tratta di una lode secundum hominem.
  • utile et humile: le due parole presentano assonanza; identica è anche l’ultima consonante ( l). Con l’aggettivo «utile» l’acqua viene lodata secundum hominem; con «humile» secundum se. L’uso di questi aggettivi indica una particolare ricercatezza formale ed ha anche una forte espressività: «utile» deri va etimologicamente dal verbo latino utor, “usare”. L’aggettivo quindi sottolinea la funzion e dei doni divini, tra cui l’acqua, rispetto ai bisogni umani.
  • pretiosa et casta: preziosa e pura. Questa qualità dell’acqua va intesa anche in sens o religioso (si pensi alla funzione purificatrice che essa assume nel battesimo). Anche qui si hanno la lode secundum hominem («pretiosa», cioè utile all’uomo) e la lode secundum se («casta»).
  • enallumini la nocte: illumini (dal francese enluminer) la notte. Questo verso fa riferimento alla lode secundum hominem.
  • robustoso: robusto, vigoroso. Il suffisso -oso conferisce espressività all’aggettivo.
  • forte: gli aggettivi di questo verso fanno tutti riferimento alla lode secundum se.
  • matre: secondo la Genesi, dalla Terra l’uomo è stato creato, per mezzo della Terra è nutrito. La Terra quindi, oltre che«sora», è anche «madre».
  • ne… governa: ci nutre e ci mantiene. Lode secundum hominem.
  • et produce… herba: lode secundum se.
  • per lo Tuo amore: in nome del Tuo amore. Con l’introduzione dell’uomo cambia il tono del Cantico e si modifica anche la struttura della lode: non c’è più, come per le altre creature, una lode incondizionata e articolata (secundum se, secundum hominem, secundum Deum); la lode dell’uomo è possibile solo qualora egli perdoni per amor di Dio e sappia sopportare malattie e tribolazione.
  • sostengo infirmitate et tribulatione: sopportano (sostengo, forma verbale umbra di terza persona plurale) malattia e sofferenza. I sostantivi «infirmitate et tribulatione» sono al singolare per sineddoche, ma hanno significato plurale: malattie e sofferenze.
Beati quelli ke ’l sosterranno in pace 37, 25
ka38 da Te, Altissimo, sirano39 incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte co rporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare:

guai a•cquelli ke morrano 40 ne le peccata mortali;

beati quelli ke trovarà 41 ne le Tue sanctissime voluntati42, 30 ka la morte secunda no ’l farrà male 43.

Laudate44 et benedicete mi’ Signore et rengratiate e serviateli45 cum grande humilitate46.

’l sosterranno in pace: sosterranno ciò (’l , pronome neutro riferito a «infirmitate et tribulatione») serenamente (in pace).

  • ka: perché.
  • sirano: saranno.
  • morrano: moriranno.
  • trovarà: troverà ; il soggetto è «sora nostra Morte corporale».
  • ne le tue sanctissime voluntati: mentre stanno rispettando la tua santissima volontà .
  • ka… male: perché (ka) la dannazione eterna (morte secunda) non nuocerà loro (’l); in altre parole, perché non saranno dannati. L’espressione «mors secunda» è nell’Apocalisse (XXI, 8) e indica la morte dell’anima, successiva a quella del corpo.
  • Laudate: il verbo è stavolta in forma attiva e all’imperativo. Gli ultimi due versi sono rivolti alla comunità dei fedeli.
  • serviateli: servitelo. È un congiuntivo esortativo, rivolto ai fedeli, m odellato sul latino (il verbo servio regge il dativo); ha la stessa funzione degli imperativi «laudate», «benedicete» e «rengratiate».
  • humilitate: umiltà. Indica la disposizione ad accettare tutte le circostanze della vita, comprese quelle negative, ed è uno dei fondamenti della spiritualità francescana.

Analisi del testo

Livello metrico

Il Cantico è scritto in una prosa ritmica divisa in versetti di diversa misura, che ricalcano il modello dei Salmi. Il testo era fornito di accompagnamento musicale, composto dallo stesso Francesco, oggi perduto. I versetti sono raggruppati in piccoli blocchi facilmente riconoscibili, differenziati dal punto di vista tematico. L’omogeneità di tali blocchi è garantita da ben calcolati artifici formali: siamo di fronte ad un’opera colta e raffinata, non ingenua come si pensava in epoca romantica.

Alla fine dei versi è sistematico — con pochissime eccezioni — il ricorrere dell’assonanza: «Sole» : «splendore» : «significatione» (vv. 6-8-9); «Vento» : «tempo» : «sustentamento» (vv. 12-13-14, ma i vv. 12 e 14 sono tra loro in rima); «acqua» : «casta» (vv. 15-16); «nocte» : «forte» (vv. 18-19); «Terra» : «governa» : «herba» (vv. 20-21-22); «corporale» : «skappare» : «male» (vv. 27-28-31; i vv. 27 e 31 rimano tra loro). In qualche caso al posto dell’assonanza compare la rima («stelle» : «belle», vv. 10-11; «rengratiate» : «humilitate», vv . 32-33). Assonanze e rime, in definitiva, costituiscono l’intelaiatura ritmica del testo, sottolineandone la scansione in blocchi. Fondamentale per tale scansione è poi il ricorrere, all’inizio di ciascuno dei suddetti blocchi ritmico-tematici, della formula «Laudato si’, mi’ S ignore», che rimanda all’uso liturgico della litania47.

Ulteriori effetti ritmici dovuti alle figure di suono possono essere infine rintracciati all’interno dei versi: si pensi a «Signore» : «honore» (vv. 1-2), che è una sorta di rima al mezzo, o (sempre all’interno del verso) all’assonanza, arricchita da ll’identità dell’ultima consonante, tra « utile» e «humile» (v. 16).

L’artificio retorico per noi meno visibile, ma che più dimostra l’attenzione di Francesco ai valori formali, è la presenza del cursus, ossia del gioco degli accenti che, secondo le artes dictandi, doveva essere utilizzato nella parte conclusiva del periodo (clausola) dagli scrittori di prosa per avvicinare quest’ultima alla poesia 48.

Livello lessicale, sintattico, stilistico

Sul piano fonetico il testo presenta alcune forme tipiche del volgare umbro: la -u finale alternata alla -o; le forme «iorno» e «messer»; le forme verbali «konfano», «sirano», «sostengo»; l’epitesi nella terza persona singolare del verbo “essere” (« ène»); la congiunzione «ka». Non è presente invece l’assimilazione progressiva del gruppo -nd che diviene -nn, fenomeno anch’esso tipico del volgare umbro e molto frequente in Jacopone: troviamo quindi i più regolari «grande», «iocundo», «secunda», segni evidenti della ricerca di una lingua letteraria, di un volgare non popolare ma illustre.

Si è osservato che Francesco tiene presente la tradizione dei Salmi e più in generale la Bibbia, dal momento che nel testo sono rintracciabili alcuni richiami che apparivano immediatamente riconoscibili ai fedeli dell’epoca. La presenza di questi modelli spiega la semplicità sintattica del testo: la struttura è lineare, con prevalenza della paratassi e un’ipotassi che non si spinge oltre il primo grado di subordinazione.

  • La litania è l’invocazione rituale che, durante la celebrazione della messa, il sacerdote rivolge a Dio, alla Madonna o ai santi. Il celebrante recita brevi frasi, a ciascuna delle quali i fedeli rispondono coralmente con una formula (ad es. «prega per noi»).
  • Nella metrica classica la clausola era la chiusura ritmica di una frase o di un suo membro; le clausulae erano formate dalla combinazione dei piedi tradizionali (spondeo, trocheo, dattilo ecc.). «Nella tarda latinità, perduto i l senso quantitativo delle sillabe, dalla clausola si passò al cursus, cioè alla collocazione ritmica delle due ultime parole di una frase. Si distinguono quattro tipi di cursus medievale: a) il cursus planus: esempi di Dante: cogitatióne metíri ; siámo suggétti;b) il cursus velox: esempi di Dante: consília respondémus; desíderan(o) di sapére; c) il cursus tardus: esempi di Dante: prodésse tentábimus;párte dell’ánima;d) il cursus trispondaicus; es.: ésse videátur(peone + trocheo)» (Angelo Marchese, Dizionario di retorica e stilistica, Milano, Mondadori, 1978). Per fare alcuni esempi, nel testo di Francesco le clausole «grànde splendóre» di v. 8 e «lun(a) e le s telle» di v. 10 sono modellate sul cursus planus; le clausole «onne benedictione» di v. 2 e «Altìssimo, se konfàno» di v. 3 sono modellate sul cursus velox; sul cursus trispondaicus è invece modellata la clausola «Signór(e) et rengratiáte» di v. 32 .

Consistente è la presenza di proposizioni relative; più rare le causali. Sempre al modello biblico si deve la presenza di numerosi latinismi. Innovativo è invece l’uso degli aggettivi, accumulati in gruppi (da due a quattro elementi), sovente collegati mediante il polisindeto. Del tutto sganciato dai modelli è poi l’uso delle apposizioni metaforiche «frate» e «sora», riferite alle creature, che conferiscono al Cantico un tono «gioioso e rasserenato» (Luperini).

Livello tematico

Il riferimento ai modelli biblici, che si sono più volte richiamati, è essenziale anche ai fini di una interpretazione complessiva del componimento. Francesco ha presente soprattutto il Salmo 148, ma le differenze rispetto al modello sono estremamente significative.

Il modello scritturale

Alleluia.

Lodate il Signore dai cieli,

lodatelo nell’alto dei cieli.

Lodatelo, voi tutti, suoi angeli,

lodatelo, voi tutte, sue schiere.

Lodatelo, sole e luna,

lodatelo, voi tutte, fulgide stelle.

Lodatelo, cieli dei cieli,

voi acque al di sopra dei cieli.

Lodino tutti il nome del Signore,

perché egli disse e furono creati.

Li ha stabiliti per sempre,

ha posto una legge che non passa.

Lodate il Signore dalla terra,

mostri marini e voi tutti abissi,

fuoco e grandine, neve e nebbia,

vento di bufera che obbedisce alla sua parola,

monti e voi tutte, colline,

alberi da frutto e tutti voi, cedri,

voi fiere e tutte le bestie,

rettili e uccelli alati.

I re della terra e i popoli tutti,

i governanti e i giudici della terra,

i giovani e le fanciulle,

i vecchi insieme ai bambini

lodino il nome del Signore:

perché solo il suo nome è sublime,

la sua gloria risplende sulla terra e nei cieli.

Egli ha sollevato la potenza del suo popolo.

È canto di lode per tutti i suoi fedeli,

per i figli di Israele, popolo che egli ama.49

Il significato della preposizione «per»

  • evidente che nel Salmo le creature vengono invitate a lodare il Signore. Qualcuno ha sostenuto che la situazione del Cantico di Francesco fosse analoga e ha voluto leggere la preposizione «per», che ricorre regolarmente dopo la formula «Laudato si’, mi’ Signore», come introduttiva di un complemento d’agente. Ma appaiono più convincenti le interpretazioni secondo cui Dio è lodato per le creature (causa) o, forse meglio, attraverso le creature. Se si considera la preposizione «per» reggente di un complemento di mezzo, appare evidente che per Francesco la bellezza delle creature terrene è la dimostrazione della bontà divina, al punto che lodando le creature si loda indirettamente il Creatore. Non si tratta insomma solo di un dettaglio filologico: questa interpretazione della preposizione sottende quello stesso gioioso rapporto con il creato, tipicamente francescano (improntato all’umiltà, all a semplicità e alla povertà evangelica) che si esprime anche attraverso il ricorrere delle apposizioni «frate» e «sora» riferite alle creature. La questione è rilevante anche perché il Santo, considerando le creature come mezzo per lodare il Creatore, si pone in contrasto con le posizioni eretiche dei Catari, secondo i quali nelle bellezze del mondo si contemplavano le opere di Satana.

L’elenco delle creature: dagli esempi alle categorie

Una seconda differenza rispetto al modello biblico riguarda il “catalogo” delle creature evocate. Mentre nel Salmo le creature invitate a lodare il Signore sono tendenzialmente di numero infinito e vanno dalle schiere angeliche agli abissi marini passando per le stelle, i monti, gli alberi e ogni specie animale, nel Cantico francescano, come osserva Spitzer, «appaiono soltanto i fattori fondamentali, ontologici, della vita umana». Le componenti del creato, così minuziosamente catalogate nel Salmo 148, si riducono insomma al giorno (sole), alla notte (luna e stelle) e ai quattro elementi costitutivi del Mondo secondo la fisica classica medievale: l’aria (il vento e i fenomeni atmosferici dei vv. 12-14), l’acqua, il fuoco, la terra. Agli esempi del Salmo, di numero aperto e ripetibili all’infinito, Francesco sostituisce un numero chiuso di categorie, nelle quali è però possibile sintetizzare la totalità del creato. D’altra parte il Santo si sofferma su elementi con chiaro valore simbolico, legati alla tradizione delle Sacre Scritture: il fuoco ad esempio richiama la Pentecoste; la notte illuminata dal fuoco potrebbe indicare allegoricamente la vita dell’uomo, illuminata dalla Rivelazione divina (Getto). Rimane chiaro comunque il significato di fondo di questa lode delle creature, che si contrappone alle visioni pessimisticamente incentrate sul contemptus mundi: il Cantico ci dice che il mondo non è affatto da disprezzare, anzi esso è tanto buono che, lodandolo, si loda Dio stesso.

L’antropocentrismo di Francesco

Del tutto nuova, nel Cantico di Francesco, è la posizione dell’uomo. A prima vista, almeno fino a v. 23, non c’è traccia di lui nei versi di lode; la parola «homo» compare solo in un enunciato negativo (v. 4), prima che inizi la litania delle «laudi». Ma nonostante le apparenze l’uomo è sempre presente. In primo luogo, egli è l’intuibile complemento d’agente del passivo «laudato si’». In secondo luogo, il riferimento all’uomo è costante — anche se implicito — nella lode delle creature, tanto che Spitzer definisce «antropocentrico» il quadro del creato che emerge dal Cantico.

  • La sacra Bibbia, Cei, Roma, 1974. Un altro modello è costituito da Daniele, III, 52-90; qui si racconta di tre giovani che, circondati dalle fiamme di una fornace, cantano le lodi di Dio e invitano le creature a unirsi alla lode. Il canto prolungato li protegge miracolosamente dalle fiamme; i tre giovani variano e ampliano il tema del Salmo 148, fino a ottenere il riconoscimento del miracolo e la liberazione dal fuoco.
  • Leo Spitzer, “Nuove considerazioni sul Cantico di Frate Sole” in Convivium, 1955, n. 3.
  • È proprio ciò che accade in da Daniele, III, 52-90.

Per comprendere questa centralità occorre analizzar e più a fondo la lode delle creature. Quando Francesco invita a lodare il Signore per o attraverso le sue creature, questa lode assume un triplice aspetto. Lo si può vedere benissimo da «fr ate Sole» che (come ha rilevato Spitzer, riprendendo e ampliando le osservazioni di Casella52) viene considerato:

— nella sua utilità per l’uomo (lode secundum hominem): «lo quale è iorno et allumini noi per lui»;

— nelle sue qualità intrinseche (lode secundum se): «et ellu è bellu e radiante cum grande splendore»;

— nel suo riferirsi simbolicamente a Dio (lode secundum Deum): «de te, Altissimo, porta significatione».

Come abbiamo rilevato nelle note, ogni creatura evocata è sempre lodata secundum hominem e quasi sempre secundumse. La lode secundum Deum è raramente esplicita; essa però è sempre implicitamente richiamata dalla formula «Laudato sì, mi’ Signore».

Proprio la costante ed esplicita presenza della lode secundum hominem dimostra la centralità che, nel creato, viene assegnata all’uomo. Netta appare la differenza rispetto al Salmo 148, nel quale gli uomini sono creature tra le creature, accomunate alle altre dall’invito a lodare Dio. Peraltro nel testo biblico un ruolo del tutto particolare veniva assegnato ai «figli di Israele, popolo che egli ama»; un «israelicentrismo» (Spitzer) che ovviamente scompare nel Cantico francescano.

Il pessimismo etico

L’uomo compare esplicitamente a partire da v. 23. È qui evidente lo stacco rispetto ai versi precedenti, sereni e pacati; esso si fa ancor più evidente con il richiamo all’ineluttabilità della morte di v. 27. Alcuni commentatori, rifacendosi a una antica tradizione, hanno attribuito questo stacco a ragioni biografiche, ipotizzando che il Cantico sia stato composto in due o più momenti distinti53. Il cambiamento è comunque indiscutibile: scompare la triplice articolazione della lode; quest’ultima non è più incondizionata (Dio può esse re lodato attraverso l’uomo solo a condizione che questi perdoni e sostenga «infirmitate et tribulatione»); alla fonte del Salmo 148 se ne affiancano altre, tutte neotestamentarie: dal famoso Discorso della Montagna (Matteo, V, 3-11) deriva l’espressione «beati quelli…», mentre la formula «guai a•cquell i» richiama Matteo, XXIII; l’espressione «morte secunda» viene dall’ Apocalisse di Giovanni (XXI, 8).

L’uomo che perdona il prossimo e sopporta le sofferenze è, in effetti, un alter Christus, un Cristo in Terra; è chiaro dunque come, lodando lui, si lodi anche il Padre. Ma d’altra parte, sottolinea Spitzer, la precisazione «per quelli ke perdonano per lo Tuo Amore» suggerisce l’idea «che il Signore non può essere lodato per quelli che non perdonano». Alla «metafisica ottimistica» della prima parte del Cantico subentra dunque un drammatico «dualismo morale»: l’uomo, dotato di libero arbitrio, è sospeso tra la salvezza e il peccato; è l’unica creatura macchiata dal peccato originale; l’unica a rischiare, se peccatore, una «morte secunda» dopo la morte corporale. L’uomo dunque non potrà essere lodato incondizionatamente secundum se: nel suo caso la lode è problematica perché è necessarioche egli si guadagni la salvezza; il Cantico di lode si trasforma in sostanza in una predica, in cui il santo minaccia pene eterne a chi morrà «ne le peccata mortali». Si tratta di una concezione fondamentale nella visione francescana: l’uomo è nel cosmo creatura privilegiata, ma proprio per questo ha anche una maggiore responsabilità morale.

  • Mario Casella, “Il Cantico delle Creature, testo critico e fondamenti di pensiero”, in Studi medievali, nuova serie, XVI (1943-50), pp. 102-34.
  • Secondo una tradizione antica, ma non provata, i versi 23 e segg., che vertono sul tema del perdono, sarebbero stati composti in occasione di una lite tra il podestà ed il vescovo di Assisi, che il Santo cercò di conciliare. La pri ma parte del cantico, che evocherebbe nostalgicamente la bellezza del paesaggio umbro, risalirebbe invece alla malattia agli occhi di Francesco. I versi che si riferiscono alla morte sarebbero invece stati composti in una fase aggravata della sua malattia, durante il soggiorno sul monte Verna.

In realtà non ci sembra che la differenza tra la pr ima e la seconda parte del Cantico abbia bisogno di essere spiegata con fattori estrinseci; è anche possibile che il Cantico sia stato rielaborato una o più volte, ma ciò non comporta af fatto una sua incompiutezza o imperfezione. Una notazione di carattere stilistico può confermar e quest’assunto 54. Si può osservare che, quando il Cantico fa riferimento a Dio, al sole o al firmamento, gli aggettivi che li qualificano (vv. 1, 8, 11) o i verbi ad essi riferiti (v. 32) sono disposti in gruppi di tre (e si tratta di un numero dal trasparente simbolismo); quando si parla dei quattro elementi, sostantivi e aggettivi che ad essi si riferiscono sono disposti appunto a gruppi di quattro (v. 13, 16, 19; un ritmo quaternario è anche individuabile nel «diversi fructi con coloriti flori» di v. 22); quando, infine, si fa riferimento all’uomo, si passa a un ritmo binario ( «infirmitate et tribulatione» di v. 24; l’opposizione tra «beati quelli» e «guai a•cquelli» dei vv. 29-30) che coincide perfettamente, sul piano stilistico, con il «dualismo morale» che caratterizza l’antropologia francescana. In definitiva le differenze di carattere formale che si individuano all’interno del testo non fanno che rispecchiare, in forma artisticamente compiuta, la differenza ontologica tra Dio, le creature e l’uomo.

Il congedo

Gli ultimi due versi evidenziano il carattere liturgico e lo scopo sociale del Cantico, il quale non può essere letto come una semplice lirica soggettiva. Questi due versi infatti, secondo una struttura quasi circolare, si riagganciano direttamente all’ incipit del componimento, pur riferendosi idealmente ai fedeli e non a Dio. Si fa diretto richiamo alla lode ed alla benedizione, ma soprattutto all’umiltà. Insomma, lodare Dio umilmente significa riconoscere nelle creature la grandezza del Creatore; ringraziarlo significa invece accettare con gioia e serenità la condizione di sofferenza tipica dell’uomo in terra, che così assurge al ruolo di novello Cristo. Pertanto la contemplazione estasiata delle bellezze dell’Universo non deve essere demonizzata, come sostenevano i Catari, e neanche sottovalutata, come voleva la tradizione teologica cattolica romana.

Nel rapporto amoroso dell’uomo con l’universo si af ferma dunque l’ideale evangelico di fratellanza di Francesco. Per questo il Cantico può essere considerato «strumento di propaganda religiosa con destinazione di massa» (Pasedo).

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