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IDEOLOGIA NAZI FASCISTA

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Circostanze storiche
Uscita dalla Grande Guerra, l’Europa fu investita da una grave crisi economica e gli scioperi e le agitazioni
coinvolsero le masse operaie e contadine, in quello che in Italia venne definito il “biennio rosso” (1919-1920), diffondendo
nei ceti borghesi una linea oltranzista, volta a recuperare il dominio sociale. In questo clima le democrazie europee
subirono una serie di attacchi provenienti sia dall’estrema destra, sia dall’estrema sinistra.
L’Italia fu il primo Paese nel quale il sistema democratico andò in crisi e rapidamente fu soppiantato da un regime
antiparlamentare. Il programma originario dei “fasci di combattimento”, costituiti nel 1919 da Benito Mussolini,
proclamandosi antiborghese, antisocialista, anticlericale, antimonarchico, era più una serie di negazioni, piuttosto che una
dottrina organica. Tuttavia incontrò il favore di giovani e reduci che trovavano difficoltà ad essere riassorbiti nel processo
produttivo, dei nazionalisti dannunziani che denunciavano la “vittoria mutilata” e degli appartenenti alla piccola borghesia,
preoccupata dalla duplice pressione: proletaria da un lato, capitalista dall’altro. Parallelamente, gli organi di governo
restarono passivi allo squadrismo degli agrari in camicia nera che organizzavano “spedizioni punitive” contro le
organizzazioni sindacali e le cooperative, giacché perseguivano il medesimo scopo reazionario.
La Germania, ferita dalle condizioni imposte dai vincitori, non riuscì con la debole repubblica di Weimar a bloccare
la deriva autoritaria in cui stava scivolando la società tedesca, alla ricerca dell’uomo forte in grado di porre fine alla
latente rivoluzione e al dominio dei grandi monopoli. Per questo motivo appare sì fulminante, ma non inattesa
l’affermazione del nazismo, giunto al potere nel 1933 con la nomina di Adolf Hitler a cancelliere del Reich. Ne seguì una
altrettanto rapida trasformazione totalitaria dello Stato, attuata sia con strumenti repressivi, sia con l’uso di mezzi di
comunicazione di massa, ridotti a pure casse di risonanza del regime.
L’isolamento delle democrazie si accentuò nel 1939, quando in Spagna i militari nazionalisti del generale Franco,
sostenuti da Italia e Germania, sconfissero le forze repubblicane e antifasciste dopo tre anni di guerra civile (1936-1939).


Le idee di fondo
Marcatamente antimarxisti ed anticapitalisti, fascismo e nazismo traggono entrambi la loro efficacia dall’appoggio
ideologico alla realtà economica e politica. Nel fascismo abbiamo una ideologia nazional-imperiale con risvolti socialisti, e
lo Stato forte come valore supremo; nel nazismo, invece, una ideologia antisemita che ha come valore supremo la
“razza” germanica. Lo Stato unitario nazionale monarchico, attuazione del Risorgimento e il III Reich, ricostruzione
dell’impero, sono i rassicuranti elementi di tradizione, mentre l’eliminazione legittimizzata dell’opposizione, seguita dal
rivoluzionamento della struttura del potere e del sistema di valori sono l’elemento rivoluzionario.

L’accento sulla comunità popolare al posto della società di classe è il risvolto sociale, mentre l’elemento autoritario è la struttura elitaria delle forme decisionali. Mentre il fascismo ha sempre dovuto convivere con la monarchia costituzionale e la Chiesa, la Germania nazista
nel 1933 cancellò il sistema repubblicano per tornare al sistema imperiale con il III Reich. Lo Stato veniva dunque
sostituito dal “Volk”, il popolo, portando alla sua massima essenza l’identità linguistica ed etnico-razziale del popolo
germanico su cui il nazismo volle fondare il miraggio di un nuovo ordine europeo. Il punto di riferimento ideologico,
politico, economico e “religioso” era dunque il “Führer”, la guida carismatica che si fece interprete del “tutto” nazista nella
figura di Adolf Hitler. In Italia il fascismo faceva leva su sentimenti più materiali, di grandezza nazionale, di “giustizia sociale” senza mai
riuscire ad avere una posizione così totalizzante, che come in Germania rendesse succubi dell’ideologia anche i cristiani
ed assumesse connotati di fanatismo e razzismo tanto spinti, contando sull’emotività delle masse fanatizzate da una
sapiente regia. Le origini del pangermanesimo, che sarebbero divenute cardini della componente razzista del nazismo, risalgono
alla seconda metà dell’Ottocento, quando già si proclamò l’ineguaglianza delle razze e l’esaltazione della purezza della
stirpe nordica, come Hitler esprimerà nell’opera programmatica “La mia battaglia” del 1927, diffusa a migliaia di esemplari
in Europa. “Solo l’ariano è stato il fondatore dei valori umani più alti” e le “razze inferiori” devono essere utilizzate come
“certe bestie”, indispensabili per portare a termine alcune imprese. La missione nazista di “promuovere un’umanità
superiore” si serviva apertamente della sterilizzazione forzata non solo degli “individui imperfetti”, ma anche dei nemici del
regime.

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