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GLI ULTIMI SOLDATI DEL RE

GLI ULTIMI SOLDATI DEL RE

Recensione Mons. Maggiolini: Si tratta del racconto della risalita dell’Italia, da parte dell’esercito regolare – il “Corpo italiano di Liberazione (CIL)” – dopo l’otto settembre 1943 con gli “Alleati”, fino a quasi tutto il 1945. Una vicenda spesso ignorata dalla storiografia “ufficiale” riguardante la “Liberazione”: storiografia che, invece, accentua il ruolo dei “Partigiani”, rossi o bianchi che siano, al punto da dimenticare l’aiuto giunto dall’estero e il ruolo svolto da ciò che, per senso del dovere e della fedeltà alla parola data a una monarchia traballante e a un governo confuso e pasticcione, rimaneva delle forze armate legali della Nazione. La prospettiva scelta, e vissuta dal Corti, si presta a una valutazione storica negativa, almeno nell’ultima sezione del libro, soprattutto nei confronti dei partigiani comunisti. E qualche riga di giudizio l’autore non è riuscito a tenere nella penna. Meglio lasciar parlare i fatti già più che eloquenti. Ma si è di fronte a una menda comprensibilissima. Tornando al romanzo e alla sua forma artistica: non è retorica affermare che il tema sul fondale è il destino dell’uomo “impastato di contraddizione”. Per di più, il narratore considera questo destino in una situazione paradossale ed eccessiva quale è la guerra e il timore di una guerra civile: come se un medico auscultasse un malato sul lettino di un ospedale. Ne viene l’irrompere incessante della morte quale interrogativo che rimane sospeso in modo persistente e angosciante. E, prima della morte, il male, il dolore, il peccato, e Dio imprecato e tuttavia accolto a fatica e con gioia: con la speranza indomita di una gioia che verrà e che già da adesso si annuncia, particolarmente con l’amore a una fanciulla: un amore che si ignora se ricambiato. Mi esprimo quasi a “tesi”. Ma non c’è nulla di meno sistematico di un romanzo come questo. Discutano pure i critici sulla qualifica di scrittore cattolico, di cattolico scrittore e astrazioni simili. Corti se la cava in una riga, affermando che il realismo porta sempre ad accordarsi con il cristianesimo: fino a poter chiedere l’impossibile. Comunque, non ci si attenda una narrazione “devota” in senso spregiativo. Il cuore dell’autore si sente “scarnificare dalla pena” e “opprimere dalla stanchezza e dalla viltà”. Eppure. Descrivendo un suo compagno di armi che, tornato a casa, non trova più nessuno dei suoi cari, Corti incalza: “Perché Dio lo tormentava a quel modo? C’era la risposta, si capisce: allo stesso modo Dio stava mettendo tremendamente alla prova interi popoli incolpevoli. E questo era pienezza di cristianesimo. Ma ora che alla prova era sottoposto il mio amico, io faticavo molto ad accettarla”. In un frangente drammatico sembra l’autore quasi bestemmi o almeno comprenda la bestemmia. Mons. Maggiolini

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