GIUSEPPE VALADIER BREVE BIOGRAFIA

GIUSEPPE VALADIER BREVE BIOGRAFIA

GIUSEPPE VALADIER BREVE BIOGRAFIA


INTRODUZIONE AL PERSONAGGIO

Architetto italiano (Roma 1762-1839), il più importante fra quelli attivi a Roma nel primo Ottocento, figlio di Luigi Valadier; maestro di architettura all’Accademia di S. Luca e architetto camerale. E’ il primo architetto, in senso completamente moderno, che l’Italia abbia avuto: più ancora che come quella di un costruttore di singoli edifici, la sua opera è infatti da valutare come quella di un vero urbanista, preoccupato anzitutto di organizzare un’armonica distribuzione dei pubblici edifici, valorizzando le zone di verde nell’abitato e progettando grandi arterie di raccordo. Diresse inoltre importanti scavi, pubblicò rilievi di molti monumenti romani.Tuttavia, l’attività cui il suo nome è maggiormente legato è quella del restauro con tecniche moderne dei monumenti antichi: tra gli altri, il ponte Milvio, l’arco di Tito, il Colosseo. La sua opera principale è la sistemazione della Piazza del Popolo (dal 1793 al 1815), nell’ambito della cui sistemazione si colloca la cosiddetta Casina Valadier al Pincio a Roma; ad essa si accompagnano molte altre imprese nella città e fuori con accenti neoclassici mitigati da elementi francesi o veneti. Il suo neoclassicismo è venato inoltre da influenze barocche, che affiorano nella sua volontà di ridare alla Roma settecentesca lo splendore del secolo precedente. Si interessò anche del campo letterario, pubblicando una Raccolta di diverse invenzioni (1796), Progetti architettonici (1807), Opere di architettura e di ornamento (1833).

VITA E OPERE

Entrato nell’Accademia di San Luca per studiarvi architettura ancora da ragazzo, cresciuto nell’ambiente artistico romano, fu subito attratto dallo studio delle moderne architetture. Appena diciannovenne (1781), riceve la nomina di architetto dei SS. Palazzi, e nel 1784 lo troviamo a Spoleto per la sistemazione interna del Duomo. L’anno seguente riceve la nomina, concessagli dal Pontefice, a direttore della Calcografia Camerale e della Fabbrica di S. Pietro. Nel 1786 si reca a Rimini per la ricostruzione della cupola del Duomo, crollata a causa di un terremoto, e, due anni dopo, sempre a Rimini costruiva il Palazzo dei Valloni, conti di Lupaiolo. Nel 1789 si trova ad Urbino per la ricostruzione della cupola del Duomo, crollata sempre a causa di un terremoto. Tornato a Roma nel 1791 il Valadier restaurava, dandole nuovo aspetto, la Cappella del Divino Aiuto nella chiesa di Gesù e Maria; pubblicava nel 1793 un suo progetto per la sistemazione di Piazza del Popolo; dava disegni per il Palazzo Ugolini di Macerata e per l’ampliamento della chiesa parrocchiale di Monte dell’Olmo; restaurava nel 1798 la facciata del Duomo di Orvieto, danneggiata da un fulmine nel 1795, ed in ultimo iniziava la costruzione della nuova Collegiata di S. Lorenzo in monte Sampietrangeli in quel di Fermo, che doveva essere compiuta solo nel 1830. Tuttavia questi non furono anni felici per l’architetto. Non poche erano le critiche che gli venivano fatte, soprattutto a causa della sua origine francese, di preparare il campo per la campagna Napoleonica.
Nonostante tutto fu sempre impegnato, date le sue qualità. Nel 1800 dava i disegni per un teatro che il conte Zanagni erigeva a Bologna, ed altri per la Collegiale di Treia; nel 1804 faceva scavi e misurazioni intorno al Pantheon
iniziandone l’isolamento; nel 1805 restaurava Ponte Milvio, costruendo la torretta che è alla testa del ponte stesso verso
la campagna e sistemando il piazzale antistante; nel 1806 erigeva la facciata della Chiesa di S. Pantaleo.

Altre imprese del Valadier, utili per dare un giudizio complessivo sull’architetto, sono la costruzione della
cappella del Palazzo Braschi e quella della chiesa di Caprarola, che si era incendiata nel 1819, mentre nel 1822 terminava una
cappella in S. Andrea delle Fratte. Nello stesso giro d’anni ricostruiva il il Teatro Valle, dirigeva i restauri del Colosseo
e all’arco di Tito; faceva progetti ed iniziava i lavori per la ricostruzione della Basilica di S. Paolo, incendiatasi nel 1823;
e nel 1826 erigeva il fonte battesimale di S. Maria Maggiore. Il loggiato a colonne doriche senza base, interpretato dal Valadier come armonica riquadratura di spazi, che ritroviamo nella facciata della chiesa di S. Pantaleo a Roma, nei mediocri palazzoni di Piazza del Popolo e nella facciata del teatro Valle, ci lascia scoprire un Valadier al corrente anche dei modi più propriamente neoclassici, dominanti, al principio dell’Ottocento, nell’Italia Settentrionale e nel resto d’Europa. Modi desunti da ricostruzioni o disegni di architetture elleniche pubblicate da francesi, inglesi e tedeschi, e che egli mescola nella Casina Valadier al Pincio, senza riuscire a fonderli, in una interpretazione che li riduca a schemi planimetrici e volumetrici palladiani, mentre decisamente e integralmente al Palladio ritorna nella facciata di S. Rocco, che è del 1833. Pertanto dell’architetto potrebbe dirsi che fu un neo-palladiano più o meno aggiornato rispetto alla moda neoclassica, ma ci sono Piazza del Popolo ed il Pincio a portarel’urbanistica ben più in alto.

PIAZZA DEL POPOLO

Sul finire del ‘700, era già molto sentita a Roma la nacessità di sistemare convenientemente il grande spiazzo tra il colle del Pincio, ed i prati alla sinistra del Tevere, dominati dall’obelisco eretto da Domenico Fontana per ordine di Sisto V, ed in cui confluivano le tre strade diritte e divergenti di Ripetta, del Corso e del Babuino che si affondavano nel vivo della città.

IL RESTAURATORE DI MONUMENTI

Possiamo definire il Valadier grande architetto, grande urbanista ma anche grande restauratore. Fondamentale è stata, infatti, la sua partecipazione ad alcuni restauri, come quello del Duomo di Urbino e del Duomo di Orvieto. In entrambi i casi si nota una vena neopalladiana tra le parti da lui rifatte e le parte originarie, mentenendo però le caratteristiche fondamentali simili. Anche quando era stato incaricato di ricostruire la Basilica di S. Paolo, l’architetto aveva presentato due progetti totalmente diversi dall’originario, uno addirittura rappresentava la basilica come un edificio a croce greca. In quel caso, infatti, bisognava ricostruire tutto dalle fondamenta e, come dice il Valadier, ‘ sarebbe stato una sacrilegio ricostruire un falso, meglio quindi farne un’altra ‘.

E del suo scrupolo di restauratore è testimonianza non solo nelle grandi strutture di rinforzo da lui costruite per il Colosseo, seguendo le linee delle arcate dell’Anfiteatro, ma soprattutto nel restauro dell’Arco di Tito. Anzi la relazione a stampa di quel restauro può ancor oggi essere letta con profitto da quanti son preposti al restauro degli antichi monumenti. Narra infatti il Valadier come egli, fatto un grosso ponte di legname, scomponesse la costruzione pietra per pietra, numerandole ad una ad una e imperniandole dove ve ne fosse bisogno, fino al punto in cui, per allargamento dei piloni, i conci avessero ceduto; e come quindi ricomponesse l’insieme con la cura con cui avrebbe rimesso a posto i frammenti di una statua andata in pezzi.

Anche per il Valadier, come per noi oggi, il restauro di un’opera d’arte era fatto di un ordine morale, un lavoro di critica, ossia di vera, intima, rispettosa intuizione dell’opera d’arte.