GIUSEPPE PREZZOLINI

GIUSEPPE PREZZOLINI


Il sottotitolo è «Memorie letterarie di Francia, Italia e America».
Il libro si divide in tre sezioni – «Italia» (trenta capitoli), «Francia» (due capitoli) e «America» (tredici capitoli) – ed è ricco di ricordi personali e testimonianze di eventi pubblici. Il primo capitolo della sezione dedicata all’Italia prende spunto dal ricordo di una discussione tra l’autore e alcuni amici in America. Ciò conferisce al racconto una sorta di circolarità, in quanto il libro si chiude proprio con l’esperienza americana. La discussione – che verte sulla parola «trapelo», in disuso nel linguaggio corrente – offre all’autore l’occasione di riallacciarsi a una serie di ricordi: l’infanzia, il padre, il passato. Rivivendo il rapporto con il padre e con il nonno, Prezzolini intende rintracciare alcuni aspetti del proprio carattere, indocile e schietto, dotato di senso pratico, ma anche di una viva sensibilità, alimentata dai gusti letterari del genitore, amico, tra l’altro, di Carducci e De Amicis.
Di seguito si affollano altri personaggi: la governante Filomena e, soprattutto, il tutore, al quale Prezzolini viene affidato dopo la morte del padre, che segna il passaggio a una diversa fase della sua esistenza e a un nuovo modo di concepire e sentire la libertà, da molti interpretato come una scelta misantropica, o come l’effetto di una nevrosi (diagnosi queste, in particolare l’ultima, gradite all’autore, perché «la malattia era un segno di distinzione»). Un secondo momento importante è costituito dall’incontro con Giovanni Papini, con il quale realizza quella che lui definisce la «scoperta del pensiero». La volontà di libertà, questa volta puramente intellettuale e spirituale, è impreziosita dall’orgoglio di averla raggiunta da autodidatta. La nuova condizione è caratterizzata da un «rinnovato battesimo»: Papini e Prezzolini, infatti, si firmano sulle pagine della rivista da loro creata, «Il Leonardo», rispettivamente con gli pseudonimi di Gian Falco e Giuliano il Sofista. Quest’ultimo ispirato, nello stesso tempo a Julien Sorel, a Giuliano l’Apostata e ai sofisti, «tutti e tre ribelli, contro l’opinione comune e la società, come aspiravo ad essere anch’io».

Le riflessioni di questo periodo avrebbero portato Prezzolini a un pessimismo vicino al nichilismo più intransigente, tendenza che, seppure mitigata dal tempo, è rimasta un suo carattere peculiare: «A parte ragioni contingenti, la sua finale confessione di scontentezza e inappagamento è facilmente comprensibile. Quanto più uno sente nobilmente, al chiudere dei conti vorrebbe sempre aver fatto di più» (Emilio Cecchi).
Al culmine di questi anni l’autore si avvicina a Benedetto Croce: «Ero come un rametto tagliato, che ballonzola sull’acqua, e un agricoltore trovandolo ancora fresco l’innesta ad un albero: l’albero era l’Italia».
Con «La Voce», la nuova rivista da lui diretta, riprende il suo nome e il contatto con la realtà, la società, la storia. «La Voce» gli permette di entrare nel vivo della cultura italiana, conoscere e frequentare numerosi artisti, intellettuali e politici. Annovera tra gli incontri più significativi quello con Ardengo Soffici (con il quale intesse un rapporto non sempre facile), quello con Croce e quello con Mussolini, il cui fascino si è impresso a lungo nella memoria dello scrittore.
Una sorta di risentimento verso l’Italia, che non sa valorizzare le sue idee, spinge poi Prezzolini a varcare i confini nazionali. E’ sulla base di questo risentimento che egli sceglie il titolo del libro («l’italiano inutile» è lui stesso, giudicato dai connazionali). Si trasferisce prima a Parigi (dove si dedica alla scrittura di una Vita di Nicolò Machiavelli fiorentino) e poi negli Stati Uniti.

In America diviene professore di italiano alla Columbia University. Nel 1940 decide di prendere addirittura la cittadinanza statunitense, quasi per ripicca verso l’Italia e «per riconoscenza d’esser stato protetto dalla sua università contro le denunzie di alcuni suoi connazionali desiderosi di prendere il suo posto». I ricordi, gli incontri, le esperienze si susseguono, insieme con la riflessione su un mondo in continuo cambiamento, in cui ultime àncore restano i propri ideali e gli amici. Fra questi Papini, che con la sua «sfida a Dio» rappresenta, meglio di ogni altro, l’incarnazione di un nuovo modo di affrontare la realtà.
Dopo la dichiarazione della seconda guerra mondiale – giudicata una «disgrazia» -, Prezzolini in America si ritrova solo, come un «innamorato respinto». Decide così di appartarsi definitivamente dal mondo: «mi rifugio in soffitta e penso al passato». In questo modo, con l’idea di voler iniziare a scrivere un libro «di memorie e di ricordi», la narrazione si conclude.

Ha scritto Luigi Baldacci: «Prezzolini era, per il suo distacco dai fatti e per la sua mancanza di passionalità, l’uomo che avrebbe potuto darci una storia di prima mano della cultura italiana del primo Novecento. Ma nell’Italiano inutile ha negato che di quella cultura si potesse fare storia, e in nome del suo scetticismo e della sua sfiducia (accentuatisi negli anni) in qualsiasi azione culturale, è arrivato ad affermazioni alquanto sorprendenti: “Venne la catastrofe immensa della guerra del 1914… Non era stata prevista né voluta da nessuno di quegli intellettuali».

Tra i libri di Prezzolini, L’italiano inutile è probabilmente quello che ebbe e ha il maggior successo di pubblico. Oltre alle ristampe succedutesi durante la vita dell’autore, fu inserito nelle «Opere di Prezzolini» e infine ripubblicato nel 1994 presso lo stesso editore.

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