Giovanni Pascoli (1855-1912)

Giovanni Pascoli (1855-1912)

Giovanni Pascoli nacque a S. Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855; la sua infanzia trascorse serena e il ricordo di questo periodo, anteriore alle tragedie che colpiranno la sua famiglia, sarà uno dei punti centrali della sua opera. Il 10 agosto  1867 infatti il padre venne assassinato e, in un breve arco di tempo, anche la madre, la sorella maggiore e i fratelli Luigi e Giacomo lo seguirono nella tomba.  Con il resto della famiglia Pascoli si trasferì a Rimini e l’anno seguente a Firenze per proseguire i suoi studi liceali. Ottenne una borsa di studio per l’Università di Bologna, dove fu allievo di Carducci.Gli anni bolognesi furono caratterizzati dai primi tentativi di poesia e dall’adesione alle tendenze socialiste (a causa delle quali fu arrestato nel 1879). I due mesi di carcere segnarono la fine della sua attività politica e lo spinsero a tradurre il suo socialismo in una vaga aspirazione alla pace, alla fratellanza concorde tra tutti gli uomini (ritornerà sull’argomento nel saggio La grande proletaria si è mossa, in favore dell’intervento armato italiano in Libia, 1911). Laureatosi nel 1882 insegnò prima a Matera e poi a Massa, infine a Livorno dove si trasferì con le sorelle Ida e Mariù. Pascoli non creò mai una nuova famiglia, ma la vita con le sorelle significò per lui una ricostruzione dell’antico “nido” distrutto dalle sciagure. Nel 1891 pubblicò un primo volumetto di poesie Myricae, accolto con interesse dagli ambienti letterari e recensito favorevolmente  da D’Annunzio, con il quale iniziò una sorta di amicizia a distanza. Nel 1892 vinse ad Amsterdam la prima delle dodici medaglie per la poesia latina e nel 1895 ottenne la cattedra di grammatica greca e latina all’Università di Bologna. Uscivano in quegli anni i Poemetti, i Canti di Castelvecchio e i Poemi conviviali (rispettivamente 1897, 1903 e 1904).

La poesia di Pascoli nasce dall’esperienza personale e da un profondo bisogno di evocazione, dall’esigenza di cogliere l’immediatezza delle cose per instaurare con esse un intenso rapporto. Egli non elabora una vera e propria teoria, né puntualizza la propria ideologia; tuttavia è chiara la sua sfiducia nella scienza e nella religione: l’uomo brancola nel buio in preda a impulsi insondabili, avvolto dalla vertigine del mistero e dall’angoscia dell’insolubile problema del male e della morte. Da qui l’incitamento ad unirsi nel comune dolore, dal quale è esclusa ogni responsabilità individuale. Se la poesia esprime un senso di mistero, arcana presenza nella vita, poeta è colui che sa cogliere la voce dei sensi e dell’anima e esprimerla in immagini intense e balenanti. L’infanzia richiama in modo quasi ossessivo presenze ormai irraggiungibili, i genitori, i fratelli, che si presentano con forza alla memoria, quasi cercando una comunicazione che non può più esistere. Il ricordo per ciò che non è più si unisce al rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato, tracce di vite interrotte o mai vissute. I morti non sono un ricordo nostalgico, ma una continua – seppur esile – presenza, segno di un’angoscia non ancora consumata.

La grandezza della poesia pascoliana è da ricercare nel continuo confondersi del sogno e del disinganno, della speranza e del dolore, della dolcezza dei ricordi e della cruda realtà. Ma merita attenzione anche l’apporto che egli ha dato alla poesia italiana, aprendo la strada alle forme poetiche del Novecento. Nel complesso rapporto di vecchio e di nuovo che caratterizza gli ultimi decenni dell’Ottocento (non solo italiano), la funzione di Pascoli nell’ambito della produzione poetica è di un’importanza fondamentale: Pascoli è da considerare per così dire uno spartiacque che segna l’inizio del Novecento. I suoi rapporti col decadentismo, meno vistosi di quelli di D’Annunzio, sono in compenso più profondi e la sua influenza sulla posteriore poesia italiana – sul piano del linguaggio e dei moduli espressivi – sarà determinante. È essenziale distinguere in Pascoli la novità che – specie nella prima produzione – si cela e si confonde, apparentemente, con il rispetto o la prosecuzione di temi e di forme di quella produzione veristica ché per i primi due-tre decenni del secondo Ottocento era stata egemone: i “quadretti di genere”, le rappresentazioni di scene della vita dei campi che troviamo in Myricae  e che paiono rimandare a tanta produzione letteraria e figurativa di quei decenni in realtà sono per Pascoli lo scenario sul quale proiettare inquietudini, smarrimenti, un senso del vivere fatto di ansiose perplessità. E di conseguenza i dati “realistici” presenti nelle sue liriche si caricano, di significati e di simboli, diventano quasi dei “correlativi oggettivi’, per significare altro che ne trascende l’apparenza. Con questa prima fondamentale novità Pascoli per un verso si inseriva in un orientamento presente a livello europeo in quegli anni (il simbolismo) per un altro trovava le modalità più adatte e suggestive per esprimere un senso della vita sotteso da turbamenti adolescenziali, da incertezze e da paure di fronte alla realtà storica contemporanea, e, di conseguenza, tutto proiettato verso il vagheggiamento del proprio nido familiare, verso la contemplazione della campagna come idilliaco “rifugio”, verso l’ossessivo ricordo dei morti.  Una tematica, questa, che è collegata alla dolorosa esperienza biografica del poeta. Ma a parte ciò, il processo di rinnovamento realizzato da Pascoli si manifesta, oltre che nella dimensione simbolica della sua poesia, in parecchi altri modi. Anzitutto, sul piano linguistico egli adotta frequentemente un lessico nel quale o entrano termini tecnici, gergali, relativi al mondo della campagna, o c’è posto per termini che sono al di qua della comunicazione, privi di senso, “pregrammaticali” ma carichi di valenze fonosimboliche, di suggestioni evocative (le onomatopee ad esempio). Inoltre, Pascoli apparentemente rispetta la prosodia e le forme metriche tradizionali, ma in realtà il singolo verso o la struttura strofica sono dissolti e disarticolati: al posto della loro compattezza armonica tradizionale, subentrano e si insinuano una versificazione e una musicalità frantumate dalle cesure, dilatate dagli enjambements, o rotte da pause, da attoniti spazi di silenzio.

Si prenda per esempio la sua raccolta più importante, ossia Myricae: ispirate alla vita di campagna le poesie di questa raccolta furono pubblicate per la prima volta nel 1891: si tratta di brevi componimenti che fissano un momento particolare, un fenomeno naturale, i colori di una stagione, sensazioni, emozioni, ricordi e che trasmettono immagini e squarci di vita, utilizzando una grande varietà di metri e rompendo gli schemi della tradizione. I suoi versi sono definiti nell’introduzione “frulli d’uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane” per indicare una poesia nuova, impressionistica, racchiusa in quadri di vita campestre, in rapidi immagini della natura. Una poesia quindi libera da pesanti costruzioni ideologiche o di pensiero. Le forme adottate sono di necessità brevi e frammentarie, adatte non ad un racconto compiuto, ma ad una serie di lampi e squarci di vita. Anche il linguaggio, definito “fono-simbolico” appare nuovissimo: quotidiano, realistico, tratto dal mondo della vita familiare e della natura, ma al contempo, fortemente evocativo, richiamante i suoni della natura (onomatopee e allitterazioni), dai forti salti logici e numerose associazioni di immagini slegate tra di loro (poesia analogica). La scelta del tema è sottolineata dallo stesso titolo (“myricae” = “umili tamerici, cespugli”), derivato da un verso delle Bucoliche di Virgilio. Ma la rappresentazione del mondo campestre di Pascoli non è fine a sé stessa, ma diviene lo scenario su cui il poeta proietta la sua inquietudine, il suo smarrimento. Gli aspetti quotidiani della vita agreste, i particolari modesti, le piccole cose, si caricano di un significato simbolico per cui dal dato oggettivo della descrizione e dalla rappresentazione, si passa al dato soggettivo, all’interpretazione del messaggio misterioso. È questa una tecnica detta “degli oggetti”, tecnica che ritroveremo anche nei Poemetti e nei Canti di Castelvecchio e che anticipa di molto un procedimento tipico della poesia moderna  e, particolarmente, di Montale: il correlativo oggettivo.

L’interesse pascoliano per la prosa fu sempre sostanzialmente secondario rispetto all’attività poetica. In Pensieri e discorsi (1907) e in Patria e umanità (post. 1914) sono adunati scritti di argomento letterario, sociale, patriottico, commemorativo, prevalentemente in forma di discorsi, mentre Antico sempre nuovo (post. 1925) raccoglie gli interventi di Pascoli in tema di filologia classica e di didattica delle lingue classiche. Fra le prose, universalmente celebre è Il fanciullino (1897; in veste definitiva 1907), sorta di dialogo in venti brevi capitoli fra il poeta e il «fanciullino», in cui si suole giustamente individuare la principale enunciazione della poetica pascoliana. Il «fanciullino» è la parte che secondo il Pascoli deve trovarsi in ogni uomo, disposta a creare o ad accostarsi alla poesia, è l’idea stessa della poesia innata in ogni persona, anche in quella apparentemente più lontana e indifferente alle cose dello spirito, ai valori estetici ed etici. Da queste premesse si giunge a precise determinazioni di che cosa è (o deve essere) per il Pascoli la poesia:

  1. a) poesia come discesa della percezione sotto la soglia della coscienza comune (Contini), in grado di privilegiare una vasta gamma di contenuti emotivi e psicologici riposti nelle pieghe più intime dell’io;
    b) conseguente ribaltamento dell’ottica attraverso cui osservare la realtà: ai tradizionali strumenti di conoscenza razionali, logici, scientifici (riferibili a una concezione «adulta»), si sostituiscono intuizioni o processi psicologici di natura prerazionale o arazionale rispetto all’ambito scientifico e alla ragione;
    c) un concetto di poesia implicante la prevalenza della creatività e dell’invenzione nei confronti dell’approccio e della rappresentazione realistica o naturalistica; del sogno, del fantasticato, dell’immaginato rispetto alla «realtà»; del sembrare rispetto all’essere;
    d) un’immagine della poesia come fase aurorale dell’umanità, connessa quindi con sentimenti ed espressioni immediati e spontanei e fondata su cadenze archetipiche ed eterne;
    e) il carattere «puro» della poesia, non contaminata da intrusioni di indole moralistica od oratoria.

Sul piano strettamente tecnico e stilistico Pascoli ricorrerà, coerentemente con i presupposti accennati, al plurilinguismo, vale a dire all’impiego degli strumenti linguistici più vari — dialetti, lingue straniere, lingue morte, onomatopee ecc. —, e a un repertorio prosodico e metrico di assoluta innovazione pur nell’apparente rispetto delle istituzioni tradizionali. L’attività strettamente critica del Pascoli, in campo italianistico, fu assai limitata. Gli apporti più rilevanti del Pascoli circa scrittori moderni sono il breve saggio Eco d’una notte mitica (1896), in margine alla manzoniana «notte degli imbrogli», e i discorsi leopardiani Il sabato (1896) e La ginestra (1898). Insieme con Dante, fu certamente Leopardi il poeta italiano che maggiormente polarizzò la simpatia del Pascoli e più potentemente ne agì sull’animo e sull’orizzonte culturale e morale. L’importanza del Sabato sta poi nel fatto che è la più pregnante testimonianza della poetica del Pascoli: lo scrittore accusa di genericità, di «indeterminatezza», non tanto Leopardi, quanto tutto il linguaggio della tradizione poetica italiana quando si tratti di assumere come materia di rappresentazione oggetti e dati della natura o della campagna, sempre ricondotti a tipi canonici e consacrati sin da epoca petrarchesca e non mai nominati nella loro singolare peculiarità. La poesia del Pascoli è proprio la tangibile riprova di tali assiomi. Le fatiche più cospicue di studioso di letteratura il Pascoli le riservò a Dante, e si concretarono, oltre che in alcuni saggi, in tre grossi volumi, Minerva oscura (1898), Sotto il velame (1900) e La mirabile visione (1902). Osteggiato con durezza da filologi come l’Ascoli e dagli appartenenti alla positivistica «scuola storica», e per opposte ragioni dal Croce e dai suoi seguaci, il Pascoli dantista fu praticamente rimosso dalla critica fino al recupero nel secondo Novecento (Getto, Battaglia, Barberi Squarotti, Perugi). La lettura dantesca di Pascoli è in stretta coerenza con la visione simbolistica del mondo propria del critico-poeta: la Divina Commedia è considerata preminentemente dal punto di vista di un’intuizione allegorica e visionaria.

Oltre alle grandi e più note raccolte, Pascoli scrisse altre e importanti opere, anche in latino, che confermano la sua intensa vena creativa. I Poemi conviviali propongono una poesia classicista ispirata al mondo greco ed orientale, rivissuto però con una sensibilità moderna e tormentata, tanto che è possibile ritrovare nelle figure classiche la stessa perplessità esistenziale, espressa nelle altre raccolte e lo stesso senso di mistero. I Poemi vogliono infatti essere una storia ideale del mondo classico, dai tempi di Omero fino ad Alessandro Magno, dalla gloria al declino di Roma, dalle invasioni barbariche alla rivelazione cristiana. Sul mito e sulla storia, anche nella presentazione di figure eroiche, si proietta il senso di inquietudine nato dal sentimento del destino effimero dell’uomo, come in Alexandros.