GIOVANNI BOCCACCIO LE OPERE

GIOVANNI BOCCACCIO LE OPERE


  1. a) La Caccia di Diana

È un poemetto in terzine e in 18 canti brevi, scritto nel 1334, quando Boccaccio, poco più che ventenne, volle celebrare alcune gentildonne napoletane del tempo descrivendole in rassegna e trasfigurate in cacciatrici di Diana che insorgono contro la loro dea per passare al servizio della dea dell’amore, Venere. L’allusione non va oltre la superficialità e la struttura dell’opera risente di echi tardo-stilnovisti e delle letture  poetiche del giovane letterato di provincia ancora piuttosto grossolano, anche se capace nel descrittivismo e negli intenti decorativi di scene primaverili e di caccia, affreschi naturali e volti di donne.

  1. b) Il Filòcolo

È un romanzo in prosa, pesante, prolisso e lungo in cui si narra l’amore tra Florio e Biancofiore che, solo dopo aver compiuto molte peregrinazioni e superato molti ostacoli, giungono a celebrare le sospirate nozze. Il titolo, scorrettamente derivato dal greco, che evidentemente il giovane Boccaccio conosceva ancor meno di quanto dimostrò poi in seguito, vorrebbe significare  “fatica d’amore”. Scritto tra il 1336 ed il 1338, è ripreso nella sua trama di fondo da varie storie narrate in canti popolari ed in opere francesi e franco-italiane; la struttura narrativa è invece mutuata dalle letture dell’autore, dalla conoscenza della mitologia e della storia, elementi a cui fa troppo spesso richiamo con risultati di appesantimento notevole. Oltre alla presentazione della propria formazione culturale robusta, anche se ancora non organica, questo romanzo offre spunti interessanti in quanto è una sorta di autobiografia sentimentale in cui narra del suo amore per Maria d’Aquino, la Fiammetta che compare già con questo nome come accadrà anche in altre opere. Lo stile è cucito sulle regole della sintassi retorica del medioevo; uno stile a tratti artificioso, privo di vita, ridondante e giocato sul periodare lungo e complesso, il medesimo che compare anche in molte novelle del Decameròn, soprattutto nelle parti della “cornice” e nelle introduzioni alle singole storie, e che influenzerà non poco l’evoluzione di tutta la letteratura italiana in prosa.

  1. c) Il Teseida delle nozze d’Emilia

È un poema eroico in ottave, diviso in 12 libri, composto tra il 1339 ed il 1340 e narra l’amore di due giovani, Palemone ed Arcita, per Emilia, sorella di Ippolita regina delle Amazzoni. I due rivali si misurano in una giostra: vince Arcita che però, ferito a morte, lascia a Palemone la donna amata. L’azione si svolge ad Atene, sotto il regno di Teseo, da cui il titolo.

L’opera è ispirata allo scrittore latino del I secolo d. C. Stazio.

I versi che compongono il poema sono circa 10 mila: Boccaccio voleva comporre un’opera in volgare ispirata all’epica dell’antichità classica ma riesce solo a creare un romanzo cavalleresco, avventuroso e drammatico, più vicino ai caratteri delle epopee cavalleresche francesi in voga all’epoca che ai classici latini di Virgilio e di Stazio.

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La storia è preceduta da un sonetto a guisa di proemio e da una lettera in prosa di dedica a Fiammetta ed è conclusa da due sonetti di congedo.

  1. d) Il Filòstrato

Anche questo è un poema in ottave, diviso in 9 parti e composto forse nel 1340. La storia è ambientata durante la guerra di Troia e narra l’amore di Troiolo, giovane troiano, per Criseida, prigioniera greca, la quale, liberata, accetta l’amore di Diomede. Disperato Troiolo sfida Achille che lo uccide. Il titolo, al solito scorrettamente derivato dal greco, vorrebbe significare “abbattuto da amore”. Questa è però un’opera che rispetto alle precedenti presenta minore ingombro d’erudizione e maggiore freschezza nell’analisi dei personaggi. È un primo passo verso la grande poesia narrativa italiana che verrà poi ripresa dal Pulci e dall’Ariosto e che finalmente dà alla nostra letteratura un esempio di poema cavalleresco in grado di stare al passo con quello francese che, era, come abbiamo visto, largamente diffuso nella cultura medioevale.

Anche questo poema è preceduto da una lettera di dedica in prosa ad una Filomena-Giovanna ispiratrice del canto.

I temi, trattati in maniera idillico-elegiaca, com’era consuetudine per il giovane Boccaccio, sono attraversati da una vena talvolta borghese e talvolta popolaresca. L’ispirazione continua a provenire da varie fonti: oltre a quelle francesi e latine, numerose ma soprattutto ovidiane, emergono elementi stilistici danteschi e tipici dei versi di Cino da Pistoia, che era stato qualche anno prima per Boccaccio insegnante di materie giuridiche.

  1. e) Il Ninfale d’Ameto

È un’opera composta di 7 racconti in una cornice ordinata in 50 capitoli misti di prose e di terzine. Composta negli anni 1341/42 è la prima delle opere composte a Firenze e racconta di un rozzo pastore, Ameto, che si innamora della ninfa Lia e che ascolta compiaciuto il racconto che altre sei ninfe fanno dei propri rispettivi amori. Attratto da tali racconti viene immerso dalle sette donne in una fonte purificatrice per essere trasformato da amante sensuale in amante spirituale.

Il Boccaccio vorrebbe così rappresentare l’innalzarsi dell’uomo dalla vita impura dei sensi a quella pura dello spirito, per opera delle sette virtù; ma non raggiunge il suo scopo, poiché finisce per essere vinto dalla stessa natura che lo spinge a narrare storie d’amore tutt’altro che spirituale.

L’opera è conosciuta anche con il titolo di Comedia delle Ninfe fiorentine, in cui “commedia” è un’espressione che dantescamente va intesa come opera mediocre dal punto di vista dello stile impiegato. Ma attraverso essa il Boccaccio si avvicina ancora di più alla soluzione della “cornice” che renderà opera perfettamente organica il Decameròn e che già andava sperimentando dal tempo del Filòcolo.

  1. f) L’Amorosa visione

È un poema dottrinale in terzine, di 50 canti, composto nel 1342.  L’autore finge di incontrare in un meraviglioso castello Fiammetta che lo esorta a seguire la Virtù, abbandonando i diletti mondani. Ma il viaggio nel regno della Virtù rimane allo stato di progetto e il poema si esaurisce nella colorita descrizione del castello favoloso dove si gioisce fra i beni terreni. E’ curioso annotare che che le lettere iniziali di ogni terzina formano, in un vasto acrostico, tre sonetti di dedica, due a Madama Maria (Fiammetta) ed uno ai lettori.

La terzina non è certo un metro entro il quale il Boccaccio si muove con disinvoltura; la composizione è fredda e stentata, faticosa, e risente troppo dell’erudizione e delle reminiscenze libresche che, espresse anche con approssimazione intellettualistica, eliminano ogni possibilità di slancio autonomo e spontaneo.

Il viaggio allegorico, ancora una volta, si conclude in maniera discordante rispetto a quelle che sembrano le iniziali intenzioni; la celebrazione finale, in luogo di essere rivolta alla Virtù, è rivolta all’amore sensuale e non a quello mistico.

  1. g) L’Elegia di Madonna Fiammetta

È un romanzo in forma di lettera, formata da un prologo e 9 capitoli, composto nel 1343. La donna narra in prima persona la propria sofferenza per essere stata abbandonata dall’innamorato Panfilo, sotto il cui nome si cela, anche il altre opere, il Boccaccio stesso nella sua storia d’amore con la bella nobildonna napoletana. Ma il romanzo non è certo documento autobiografico, se non intimamente nell’indagine psicologica circa le sofferenze d’amore, in quanto era il Boccaccio ad essere stato abbandonato da Maria d’Aquino, prima della sua partenza da Napoli (e quindi “Fiammetta” abbandona “Panfilo”, nella trasposizione letteraria dei due personaggi) e non lei da lui.

  1. h) Il Ninfale fiesolano

È un poema in 473 ottave, composto tra il 1344 ed il 1346. È la più viva e fresca fra le opere minori del Boccaccio. Si narra in esso come il pastore Affrico, innamoratosi di Mensola, ninfa di Diana, riesca ad avvicinare l’amata e a farsi da lei amare ma sia poi spinto al suicidio, presso un fiumicello che prenderà in seguito il suo nome, dall’abbandono di lei che, a sua volta, per essere venuta meno al proprio dovere di castità, è trasformata da Diana in un altro corso d’acqua, dopo aver messo al mondo un bambino di nome Pruneo che diverrà poi siniscalco del re Atlante, fondatore di Fiesole.

La storia è una mescolanza di leggende popolari e mitologiche, non priva di accenni alle Metamorfosi di Ovidio. L’Affrico ed il Mensola sono due corsi d’acqua che scorrono tra Fiesole e Firenze.

L’ormai acquisita padronanza di una certa disinvoltura nel verseggiare, permette a Boccaccio, in quest’opera, di accostare i moduli aulici di composizione propri del Dolcestilnuovo ai toni realistici della tradizione giocosa e popolare che danno vita ad una valida favola sentimentale.

  1. i) Il Corbaccio (o Labirinto d’amore)

Quest’opera, composta forse intorno al 1355, e quindi quattro anni dopo aver ultimato con il Decameròn il proprio lavoro maggiore, apre una breve stagione artistica di passaggio tra la fase della maturità, felice, inventiva e narrativa, e quella della vecchiaia, dedicata non ad opere originali ma a studi umanistici e severi.

Il significato del titolo principale è stato molto discusso: alcuni ritengono derivi dalla parola spagnola “corbacho”, ovvero nerbo di bue, con il quale l’autore vorrebbe idealmente colpire senza pietà, a sferzate, l’oggetto del livoroso racconto in questione; altri pensano, forse più fondatamente, che l’immagine del “corvo” sia ripresa dai bestiari medioevali che ritraevano il volatile come simbolo rapace della passione amorosa che acceca.

Il destinatario di questo libello risentito è una vedova della quale il Boccaccio è probabilmente stato innamorato; respinto, si vendica con questo scritto misogino e piuttosto insolito per un autore come lui che aveva sempre avuto un occhio di riguardo per le donne, una lode speciale per la loro intelligenza ed un sorriso particolare per le loro furberie, soprattutto in campo erotico. Qui invece è tutto ribaltato: se in molte opere del Decameròn il Boccaccio si è spesso compiaciuto di descrivere con divertimento, quasi complice nel tono, i tradimenti delle donne ai danni di mariti babbei, ora che è lui ad essere toccato in prima persona, con buone probabilità anche nella realtà della propria biografia, si scatena in un’invettiva antifemminile, rifacendosi addirittura agli illustri modelli del genere: Giovenale, San Gerolamo e Cecco Angiolieri, tutta la poesia “comico-realistica” del tempo e l’esperimento delle “rime petrose” di Dante.

Nel racconto immagina che il defunto marito della donna gli appaia in sogno per svelargli tutti i difetti della moglie, passando poi ad enumerare e descrivere senza pietà quelli comuni a tutte le donne che appaiono in genere come creature infernali assetate di lussuria e ingrate.

La narrazione manca di serenità: l’ira da cui si sente che è dettata ne fa un vero e proprio sfogo di malumore che non può certo reggere il confronto con le stupende pagine della sua raccolta di novelle, più varie e di ampio respiro.

  1. l) Le Rime

Il Boccaccio compose durante tutta la sua vita molti versi, in gran parte amorosi e contrapposti, secondo lo schema canonico e la strada che già in quel tempo aveva iniziato a percorrere il Petrarca, a quelli morali e di pentimento per il tempo speso vanamente alla ricerca di gioie terrene.

L’autore non si preoccupò di raccogliere le sue poesie in un’opera unica, intuendo forse la mancanza di originalità e di interesse del lavoro che riprende esempi danteschi, sia stilnovisti che petrosi, di Cavalcanti, Guinizelli, Cino da Pistoia e soprattutto dell’amico Petrarca.

Boccaccio inizia a comporre versi (soprattutto sonetti e ballate) durante il suo primo soggiorno napoletano e poi continua, ma senza ordine e senza troppe velleità, fino agli anni più tardi.

  1. m) Le opere di erudizione

Nelle opere in latino Boccaccio amò dare sfoggio della propria erudizione. Ricordiamo il Bucolicum carmen, 16 egloghe allegoriche; De casibus virorum illustrium, in cui narra storie di antichi uomini illustri e sventurati; De claris mulieribus, in cui racconta alcune biografie di donne illustri, dando alla donna tutta quell’importanza morale che con il Corbaccio, scritto circa qualche anno prima, aveva decisamente negato, sullo slancio dell’ira data dalle contingenze sue personali; un trattato storico-geografico dal lungo titolo: De montibus, silvis, fontibus, lacubus, fluminibus, stagnis et paludibus et denominibus maris; il De Genealogiis deorum gentilium, dottissimo dizionario mitologico.

Ancora in volgare vanno invece ricordati gli scritti intorno a Dante: il Trattatello in laude di Dante, del 1352, una narrazione composta da alcune notizie autentiche sulla biografia di Dante (anche se un po’ romanzate), con l’aggiunta di tutte le leggende generate dalla sua grandezza di uomo e di poeta, e il Commento alla “Commedia”, contenente il testo delle sue sessanta lezioni sui primi 17 canti dell’Inferno, tenute negli ultimi tempi della sua vita. Con quest’opera Boccaccio intendeva mettere in luce i significati più nascosti del poema dantesco al fine di renderne più facile la comprensione provvedendo il lettore di tutte le necessarie notizie di storia e di mitologia e di tutti i commenti e le chiose indispensabili per una giusta interpretazione della Commedia.

Il valore dello studio dantesco svolto dal Boccaccio è da ricercarsi nel fatto che lui rimane se stesso e sotto il suo sguardo “profano” anche Beatrice perde gran parte della sua idealità per diventare personaggio comunque vivo ed intenso.

  1. n) Il Decameròn

Scritto tra il 1349 ed il 1353, il Decameròn, raccolta di cento novelle, è l’opera principale del Boccaccio.

Il titolo, ancora una volta ripreso dal greco, significa “Dieci giornate”, ed è impostato sul modello di un’opera di S. Ambrogio, l’Hexameròn.

Dopo un “proemio”, nel quale l’autore spiega la natura didattico-amorosa del libro che è dedicato alle donne innamorate, segue una lunga “introduzione” alla “Prima giornata” che spiega al lettore la “cornice” della raccolta di novelle, ovvero il pretesto per raccontarle ed il tratto di collegamento tra tutte: durante la terribile peste del 1348, che colpì in particolar modo Firenze, nella chiesa di S. Maria Novella si incontrano 7 fanciulle e 3 uomini che, per sfuggire all’orrore del contagio, decidono di lasciare la città e di ritirarsi in una villa sulle colline dove, con 7 servi, poter trascorrere qualche tempo lontani dalla corruzione, fra danze, canti, banchetti e conversazioni.

In questo, che è un sogno anche molto simbolico di evasione dal male del mondo, trovano posto le cento novelle raccontate nei dieci giorni dai dieci giovani che sono: la “reina”, Pampinea, detta “la rigogliosa”, Lauretta, Elissa, Fiammetta, Filomena, Emilia e Neifele. I ragazzi sono: Panfilo, soprannominato “tutto amore”, Filostrato e Dioneo, detto “il lussurioso”.

Quasi tutti questi personaggi, dai nomi letterari ed allusivi, appartengono al repertorio delle opere di Boccaccio in quanto compaiono già in alcuni dei poemi e dei romanzi precedenti. Ciascuno dei giovani governa la compagnia per un giorno, diventando il re, o la regina, dell’adunanza; e sebbene le donne e gli uomini, i novellatori, non siano dal Boccaccio scrutati nel loro intimo e approfonditi ma semplicemente introdotti come partecipanti dello sfondo, del meccanismo dell’opera, pure tutto l’insieme dell’onesta brigata riesce vivace e piacevole, con i suoi canti e giochi, coi maliziosi sotterfugi che gli uni fanno agli altri, e con la sottigliezza colta ed aristocratica della loro conversazione. Con loro ci sono i servi, siniscalchi che non prendono parte all’azione ma fanno capolino anch’essi con buffe e sguaiate apparizioni, come accade nell’episodio di Licisca e di Tindaro (Proemio alla VI Giornata) in cui la cucina e la volgarità dell’argomento di una lite dei domestici attirano l’attenzione della società nobile e colta riunita per novellare.

Le giornate sono 10 e le novelle 100. Ma le giornate in cui la brigata si trattiene sono 14, perché nè la domenica nè il venerdì si tengono adunanze, per un formale ossequio religioso che è poi smentito da tutta l’intonazione del libro.

E alle cento novelle potrebbe aggiungersi quella che è raccontata come esempio dimostrativo dall’autore nel Proemio alla IV Giornata, sebbene egli dica espressamente che essa non deve far parte della raccolta perché non viene detta dai componenti la brigata.

In tutta l’opera compare uno stretto e preciso ordine simmetrico: le novelle sono raggruppate a dieci a dieci, secondo un criterio generale.

Nella I Giornata l’argomento è libero.

Nella II si devono descrivere casi di chi è riuscito, dopo molte traversie, a conquistare il lieto fine.

Nella III si ragiona di chi ritrova cose perdute o desiderate.

Nella IV si racconta degli amori infelici.

Nella V vengono descritte le felicità raggiunte dopo molti affanni.

Nella VI si parla di chi si è salvato con una pronta risposta da una situazione difficile.

Nella VII l’argomento riguarda le beffe fatte dalle mogli ai mariti.

Nell’VIII si raccontano casi di beffe tra uomini e donne, o tra uomini e uomini.

Nella IX l’argomento è libero.

Nella X si raccontano magnifici fatti d’amore.

Alla fine di ogni giornata, uno degli interlocutori canta una ballata o na canzonetta.

Il sentimento dominante nel Decameròn è, come in quasi tutte le altre opere di invenzione del Boccaccio, l’amore; l’amore intero e non velato da idealità, l’amore dei sensi, l’amore per la donna visto in tutti i suoi aspetti, intimi, comici, profondi, paradossali, ma soprattutto coniugali, questi ultimi sempre considerati in tono pessimistico e irrimediabilmente sconfitti dall’amore istintivo che prevale sulle leggi sociali e su tutte le sue convenzioni.

Mogli fedeli ne esistono poche nel libro: si sente la sensualità erotica di cui il Boccaccio fu capace in gioventù, la sua fine ironia e il sottile scetticismo in fatto d’amore.

Qualche volta però l’autore fa capire che l’amore si può sollevare dal più basso sensualismo per diventare, pur essendo sempre attrattiva che nasce dal piacere e dal corpo, sentimento potente di trasformazione, capace di mutare il corso degli eventi o l’intimità dell’animo umano.

Il Boccaccio, pur avendo dato largo sfogo  alla sua fantasia di sana sensualità, teneva a dare un contenuto serio alla sua opera, anche nell’intendimento dei contemporanei, e volle dividere nettamente il mondo inventato e raccontato nelle cento novelle da quello dei raccontatori e delle raccontatrici che tengono, pur tra discorsi così grassi ed eccitanti, il più corretto e nobile contegno.

Nella Conclusione dell’opera, il Boccaccio, con intento polemico, si scagiona dalle accuse di oscenità e giustifica la libertà di parola da lui usata, che forse non era piaciuta a qualche persona bigotta. Ribatte anche la critica che gli era stata mossa circa l’eccessiva lunghezza di alcune novelle, ma in tale critica noi possiamo rilevare una certa fondatezza, soprattutto per quanto riguarda la prolissità e l’enfasi di certi sfoggi di retorica, un po’ fuori luogo, che il Boccaccio ama fare in alcune delle novelle principali. Ma d’altra parte nel Decameròn troviamo fusi tutti gli aspetti della personalità dell’uomo Boccaccio: l’erudito, il cortigiano, il narratore scanzonato ed attento ai particolari, l’osservatore, l’uomo di studio e di mondo, l’innamorato e il beffardo.

La fama delle novelle del Boccaccio è stata immensa ed ha avuto larga importanza sullo svolgimento della letteratura narrativa delle altre nazioni. Già nel secolo XIV stesso, l’inglese Chaucer imitò il Boccaccio nelle sue opere e tradusse la versione latina (eseguita, come abbiamo visto, dal Petrarca) della novella di Griselda in inglese.

Il Decameròn ai primi del secolo XV era già stato tradotto in francese, in catalano e spagnolo; durante la prima metà di quel secolo anche in tedesco.

Il La Fontaine, nel secolo XVII, ridusse nella sua sottile poesia maliziosa e simbolica, molte delle novelle boccaccesche; il poeta inglese Keats, nel secolo XIX, trasformò la novella di Lisabetta da Messina (la 5° della IV Giornata) in un’affascinante storia poetica di amore e di morte.

Si arriva fino a Gabriele D’Annunzio che rifece parte in italiano e parte in abruzzese, in una delle Novelle della Pescara, la “novella di Calandrino e del porco rubato” ( la 6° dell’VIII Giornata), senza contare il successo che anche durante il nostro secolo la narrativa di Boccaccio ha avuto, riscontrabile nelle numerose opere di critica, di analisi e di commento e nei lavori cinematografici ispirati alle storie narrate nel Decameròn.

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