GIOSUE’ CARDUCCI 

GIOSUE’ CARDUCCI 

GIOSUE’ CARDUCCI

Giosuè Carducci nacque nel 1835 a Val di Castello da una famiglia borghese. Trascorse l’infanzia in Maremma a contatto con la natura che sentiva affine al proprio carattere e fu poi oggetto di nostalgia poetica. Studiò alla scuola Normale Superiore di Pisa e iniziò la carriera di insegnante. Nel 1860 fu chiamato alla cattedra di letteratura italiana a Bologna che tenne per un quarantennio. Partecipò intensamente alla vita culturale del tempo. Di carattere iroso e battagliero sostenne molte polemiche letterarie e politiche. Mori nel 1907 dopo aver ricevuto il Nobel per la letteratura.

Carducci fu inizialmente di idee democratiche e repubblicane: seguì con entusiasmo le vicende risorgimentali, ma subì una cocente delusione dall’Italia post-unitaria monarchica e governata da politici corrotti. La sua attività poetica si indirizzò contro l’Italia vile del suo tempo. Fu sostenitore dei diritti del popolo mitizzandolo come forza motrice della storia, fu anche massone e anticlericale, andando contro la religione cattolica residuo dell’oscurantismo medievale sconfitto dalla ragione e dal progresso. Questa esaltazione della scienza e del progresso lo rende vicino al Positivismo.

Negli anni più maturi venne gradualmente moderando le sue posizioni: si avvicinò alla monarchia, emblematico l’incontro con la regina Margherita. Fu accanito sostenitore della politica di Crispi. Il suo populismo si trasformò in senso reazionario. Il suo anticlericalismo si attenuò, riconobbe l’importanza del cristianesimo, ma non si convertì.

Negli anni giovanili assunse posizioni antiromantiche e sostenne il gusto classico. Carducci mirò alla restaurazione di un discorso poetico alto, che recuperasse la dignità aulica dei classici.

In anni successivi il poeta ampliò la sua cultura e venne a contatto con la letteratura romantica europea prediligendo Hugo e Heine. Alla poetica giovanile si sostituisce il ripiegamento intimo, l’analisi i momenti di sconforto, la memoria degli anni di infanzia e giovinezza. Compaiono inoltre tendenze evasive e l’abbandono alla fantasticheria. La critica è divisa in 2: alcuni come Croce sostengono che Carducci sia un poeta sano immune dalla malattia romantica ed è stato definito l’ultimo dei classici al contrario degli scrittori del novecento. Altri critici sostengono che sia un poeta tardo romantico che esalta il mondo antico come termine di un evasione di tipo esotizzante dal presente.

Però oggi possiamo riconoscere la mancanza di profondità conoscitiva e critica nella “malattia” romantica di Carducci. Infatti cambiò radicalmente le sue posizioni da battagliere e provocatorie fino a diventare il poeta ufficiale della borghesia conservatrice di fine secolo. La sua poesia divenne il paradigma dell’idea stessa di poesia a cui si rifecero generazioni di italiani di media cultura. La critica attuale però lo ha decisamente ridimensionato, anche se ai suoi tempi aveva un enorme peso culturale ed era al centro della vita intellettuale degli anni 1870-90.

Le prime raccolte di versi, Juvenilia e Levia Gravia riproducono temi amorosi immagini e metri della grande tradizione italiana, in direzione contraria a quella del nostro Romanticismo. Ben altra originalità possiedono i Giambi ed Epodi; il titolo allude alle forme metriche usate dagli antichi. Sono le poesie in cui Carducci sfoga le sue ire di democratico e di anticlericale contro l’Italietta vile e indegna del presente. Vicini a questo clima battagliero è l’Inno a Satana in cui si esprime il violento anticlericalismo.

Le rime nuove nascono da spunti intimi, privati, o dalla sollecitazione della letteratura e della storia: la metrica è quella tradizionale della lirica italiana. Il comune rustico, Faida di comune e sui campi di marengo e i sonetti di Ca ira sono poesie in cui vengono rievocati eventi storici o atmosfere del passato. Nelle odi barbare la rievocazione storica perde il carattere celebrativo e diviene espressione di un’intima esigenza di evasione del poeta.

Nel 1877 esce il primo libro delle odi barbare (seguito da un secondo nel 82 e un terzo nel 89) in cui Carducci cerca di riprodurre i metri classici. L’esperimento metrico suscitò scalpore, ma poi la novità fu assorbita. Queste poesie presentano rievocazioni storiche e patriottiche e spunti autobiografici, ma vi si accentuano le tendenze evasive. L’ultima raccolta rime e ritmi contiene soprattutto le odi celebrative, che consacrano Carducci a poeta ufficiali dell’Italia umbertina. La critica ha rintracciato in questa ultima fase una vena poetica nuova, più rarefatta e sfumata vicina alle tendenze decadenti.