GIOSUE’ CARDUCCI  1835-1907

GIOSUE’ CARDUCCI  1835-1907

Giosué Carducci, il ” Vate della Terza Italia “, come fu definito per la sua concezione eroica della poesia e per il prestigio nazionale e ufficiale che gli fu riconosciuto dopo l’unità, esercitò vasta influenza tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 anche per la sua opera di critico e di studioso.

La parabola biografica: da rivoluzionario a “poeta-vate”

Nato nel 1835 a Valdicastello (Lucca), Giosuè Carducci trascorse infanzia e adolescenza a Bolgheri, frazione di Castagneto (Livorno) nella quale il padre esercitava la professione di medico. La permanenza nella Maremma, rievocata con affettuosa nostalgia nel sonetto Traversando la Maremma toscana (1885) e in molti altri luoghi della sua poesia, ebbe termine nel 1849, quando il padre, sospettato di attività sovversiva patriottica, fu costretto a trasferirsi a Firenze: qui compì gli studi ginnasiali, entrando poi nella Scuola Normale Superiore di Pisa, dove si laureò nel 1856 in filosofia e filologia. Nello stesso anno costituì, insieme con tre compagni di studi, il gruppo degli “Amici pedanti“, impegnato nella difesa del classicismo contro i manzoniani.

“Mentre, dopo Baudelaire, nell’Europa degli anni Sessanta-Novanta prevalgono le tendenze alla poesia simbolista, che recuperano alcune fra le esigenze più radicali del Romanticismo e fondano il linguaggio poetico moderno, basato sulla specializzazione e sulla chiusura, in Italia la tradizione classicistica e antiromantica, rispettosa del linguaggio aulico e accademico, si rafforza e addirittura diventa egemone. Il principale esponente di questa reazione classicistica è un poeta-professore, Giosuè Carducci, che subito individuò il nemico da sconfiggere nel Romanticismo e nel tardoromanticismo, nel manzonismo, e anche nella imitazione dei poeti stranieri romantici e presimbolisti. Occorreva invece, secondo lui, rifarsi alla tradizione del classicismo italiano e alla lezione di Parini, Alfieri, Monti, Foscolo.

Non è un caso che questa reazione parta da Firenze, città legata al classicismo e al culto della tradizione. Proprio in questa città nacque nel 1856, attorno al giovane Carducci, la società degli «Amici pedanti», detta così perché i suoi membri assunsero polemicamente la definizione di «pedanti», con cui i romantici bollavano i classicisti. Il programma degli «Amici pedanti» era volto a “italianizzare” la lirica italiana attraverso il riferimento alla tradizione classicistica nazionale e a un ideale di nobiltà linguistica e letteraria e di virilità etica, in polemica con i languori e gli sfinimenti del tardoromanticismo. In un secondo tempo l’opposizione alla poesia straniera fu ridimensionato. Carducci stesso apprezzò e tradusse vari poeti tedeschi (soprattutto Heine), ammirò Hugo e riprese persino qualche tema baudeleriano.” (liberamente tratto da Luperini  “La scrittura e l’interpretazione”)

Nel 1856-57 Carducci insegnò al ginnasio di San Miniato al Tedesco (Pisa): qui avvenne il suo esordio poetico, costituito da un volumetto di rime uscito nel 1857.

Gli anni 1857-58 furono turbati da due gravi lutti: prima morì il fratello Dante, non è chiaro se per suicidio o perché ucciso involontariamente durante una lite con il padre, che morì a sua volta pochi mesi dopo.

Nel 1860 Carducci (che l’anno prima aveva sposato  la cugina Elvira Menicucci, compagna paziente e discreta) venne chiamato dal ministro dell’istruzione a ricoprire la cattedra di eloquenza (cioè di letteratura italiana) all’Università di Bologna: ebbe così inizio un lunghissimo periodo di insegnamento (durato fino al 1904), caratterizzato da una fervida e appassionata attività filologica e critica.

Negli anni ’60, lo scontento provocato in lui dalla debolezza dimostrata, a suo giudizio, in più occasioni dal governo postunitario (la questione romana, l’arresto di Garibaldi) sfociò in un atteggiamento filo-repubblicano e addirittura giacobino: ne risentì anche la sua attività poetica, caratterizzata in quest’epoca da una ricca tematica sociale e politica.

Durante gli ultimi trent’anni dell’Ottocento, Giosuè Carducci fu considerato dagli Italiani il poeta ufficiale della patria, colui che degnamente rappresentava, come cittadino e come artista, gli ideali della nuova Italia.

Fu insomma il solo poeta che riuscì, in quegli anni difficili di formazione e assestamento nazionale, a infondere negli Italiani una superiore coscienza civile (anche se non mancarono feroci polemiche)

Tra il 1860 e il 1890, infatti,  l’unità raggiunta pareva fine a se stessa; l’entusiasmo con cui era stata fatta l’Italia minacciava di scomparire e il malcostume politico corrompeva i primitivi ideali. Occorreva un poeta che fosse anche un lottatore, una sorta di impavido guerriero della penna, un poeta dalla voce così robusta da risvegliare gli addormentati, trapassando le solide mura dietro cui si rifugiava la malinconica indifferenza di tanti Italiani:  Carducci fu questo poeta.

Giosuè Carducci volle ridare dignità alla poesia italiana, indebolita dagli inconcludenti languori di un decadente romanticismo di imitazione. Fu, la sua, una reazione nettamente classicista e realistica, che andava però assai più in là della polemica letteraria: fu un omaggio entusiasta, sia alla tradizione di Grecia e di Roma sia al Rinascimento italico, che i romantici avevano sottovalutato o dimenticato. Le patetiche divagazioni composte in Italia a imitazione dei poeti stranieri lo irritavano e lo esasperavano, come frutto di fantasie fiacche e malate.

“Il grande successo del classicismo carducciano negli anni successivi all’Unità si spiega con il fatto che il più consistente cemento unificante della neonata nazione era costituito dalla tradizione letteraria e dal riferimento alla gloria nazionale della antica Roma repubblicana e imperiale. Di questa prospettiva nazionalistica Carducci fu l’interprete, tanto da poter essere considerato per quasi un cinquantennio il vate della “terza Italia”.

Sul piano della storia del genere lirico, Carducci reagì alla tendenza al sentimentalismo e all’irrazionalismo promossa dal tardoromanticismo e dalla Scapigliatura, proponendo un ritorno alla realtà, alla storia, alla ragione, ai problemi morali e politici. Perciò la poesia di Carducci non rimase estranea alla tendenza realistica: fece ricorso a termini crudi e plebei e al linguaggio della polemica giornalistica. E’, questo, un elemento di indubbia modernità presente nel primo Carducci.

Un altro aspetto moderno della poesia di Carducci va segnalato nella produzione della maturità e della vecchiaia, quando essa si aprì a una sensibilità inquieta e turbata, al tema della fugacità della vita e dell’incombere della morte.

Ma questi aspetti di indubbia novità vengono da Carducci calati in una struttura linguistica e in un sistema di immagini che risentono fortemente non solo del Classicismo di fine Settecento ma soprattutto della lezione dei classici greci e latini (Orazio in particolare). In lui si avverte di continuo il professore di materie umanistiche, che usa un lessico passato attraverso la conoscenza ravvicinata degli autori latini. D’altronde sarà così anche per scrittori più moderni come Pascoli e d’Annunzio, non a caso pronti a dichiararsi allievi di Carducci.” (liberamente tratto da Luperini  “La scrittura e l’interpretazione”)

Quanto alla prosa, egli non la volle diversa dalla poesia: schietta, senza ambiguità vigorosa e classicamente solenne.

Si può dire che il linguaggio del Carducci poeta e quello del prosatore abbiano il medesimo intento: educare moralmente attraverso l’arte.

Quando, a soli venticinque anni, il Carducci venne chiamato alla cattedra di letteratura presso l’Università di Bologna, si impose subito all’attenzione degli studenti per la sua passione di educatore e insegnante, per l’acutezza critica e per la profonda conoscenza dei classici.

Repubblicano e anticlericale, il professor Carducci non entusiasmava soltanto gli studenti bolognesi : i suoi atteggiamenti di ribelle, del tutto sinceri, piacevano anche a molta parte della borghesia, che accolse benevolmente i versi esasperati, aggressivi, di “Levia Gravia” e di “Giambi ed Epòdi“, nei quali il poeta espresse la propria veemente protesta a un governo e a un’azione politica che gli sembrava avessero rinnegato e dimenticato tutti i più nobili ideali del Risorgimento d’Italia.

A poco più di trentacinque anni il Carducci era il professore universitario e il poeta più noto in Italia, ma la sua vera stagione poetica non era ancora giunta: le sue liriche colme di invettive peccavano di eccesso di enfasi, risentendo delle polemiche e dei fatti politici da cui erano ispirate; e anche le continue evocazioni storiche e mitologiche nuocevano al calore poetico.

Negli anni successivi, con il mutare della realtà storica italiana, Carducci passò da un atteggiamento violentemente polemico e rivoluzionario a un ben più tranquillo rapporto con lo stato e la monarchia, che finì per l’apparirgli la migliore garante dello spirito laico del Risorgimento e di un progresso sociale non sovversivo (contro al pensiero socialista).

La nuova simpatia monarchica culminò nel 1890 con la nomina a senatore del regno.
Nel 1906 fu insignito del premio Nobel per la letteratura; morì a Bologna nel 1907.

L’ideologia, la cultura e la poetica

“Nel periodo fra il 1860 e il 1871 l’ideologia di Carducci è improntata a un classicismo giacobino, quale si era diffuso negli anni della Rivoluzione francese. Ispirato al mito della Roma repubblicana, e dunque antitirannico, questo tipo di classicismo è presente anche in Alfieri, in Foscolo e nel primo Leopardi. E’ un classicismo democratico e materialistico che esalta il libero pensiero laico: di qui, per esempio, l’acceso anticlericalismo del famoso Inno a Satana. Il classicismo giacobino di Carducci si nutre di autori moderni, da Proudhon a Michelet a Heine, e di poeti latini come Lucrezio, da cui egli desume la lezione materialistica, o Orazio, di cui riprende l’elemento satirico, o Virgilio.

Una volta compiutosi nel 1871 il processo risorgimentale, Carducci resta deluso dalle sue conseguenze e poi dall’esperienza governativa della Sinistra di Depretis. Si avvicina alla monarchia e, pur senza rinunciare al suo laicismo, cerca di capire il valore storico dell’insegnamento della Chiesa. Anche la giovanile polemica antimanzoniana viene a cadere, e Carducci riconosce infine la grandezza de “I Promessi sposi”. E’ ormai diventato il poeta ufficiale dell’Italia umbertina, esaltato proprio da quella borghesia conservatrice che da giovane aveva con tanta energia combattuto.

Sul piano della poetica, Carducci muove dal rifiuto della tradizione romantica, del manzonismo e della Scapigliatura: al manzonismo rimprovera l’abbassamento stilistico e il carattere moderato e confessionale dell’ideologia, agli Scapigliati l’esterofilia, a cui contrappone il recupero della tradizione classicistica italiana. Ma anche i narratori veristi non sono ben visti: egli infatti non accetta il carattere basso, prosastico, eccessivamente umile delle loro soluzioni linguistiche e formali, restando sempre favorevole, invece, a uno stile e a una prosa sostenuta, retoricamente elaborata.

Alla strofa languida e flaccida dei tardoromantici, egli vuole sostituire una strofa «vigile» e «balzante», capace di riprodurre il ritmo pulsante della metrica classica. Il suo esperimento di metrica barbara (cioè di riproduzione dei ritmi greco-latini) presenta un duplice aspetto: per un verso è un tentativo di nobilitazione e di innalzamento, che mira a trasportare in un clima alto situazioni quotidiane e realistiche; per un altro è anche espressione di un’esigenza di rendere in modo più immediato e aperto, meno rigido, i turbamenti e i brividi di angoscia che di tanto in tanto penetrano nella sua compagine lirica.

La concezione della poesia e del ruolo del poeta è sempre orientata in Carducci in senso civile. Esauritasi la fase giacobina, in cui Carducci si pone al servizio di una lotta politica di parte, successivamente, dopo la svolta degli anni Settanta, il poeta è da lui considerato il mediatore ideologico per eccellenza della società, l’unico capace di raccordare le memorie gloriose del passato alla speranza dell’avvenire e quindi di indicare alla nazione i percorsi morali e politici del riscatto. Nello stesso tempo però il poeta è visto anche come creatore di classica bellezza che adorna la vita. Il poeta insomma è celebratore del passato e vate del futuro, legislatore sociale e maestro umanistico di civiltà, ma anche istoriatore e decoratore, pronto ad apprestare «rari / fregi» e «vasi» al «convito» dei potenti.

In questo modo Carducci, mentre recupera la tradizionale concezione romantico- risorgimentale del poeta, l’aggiorna in un senso retorico- decorativo destinato a essere presto ripreso, e in modi ben più scaltriti, da Gabriele d’Annunzio.” (liberamente tratto da Luperini  “La scrittura e l’interpretazione”)

Una ricca produzione poetica, prosastica, filologica ed epistolare

Organizzando via via le proprie raccolte poetiche fino all’ordinamento definitivo, Carducci antepose criteri tematici e formali all’oggettiva successione cronologica: Juvenilia (1850-60), Levia gravia (1861-70), Giambi ed epodi (1867-79), Rime nuove (1861-87), Odi barbare (1873-89), Rime e ritmi (1887-98).

In prosa, Carducci è autore di scritti autobiografici e polemici (Confessioni e battaglie), di saggi, note, scritti occasionali. Abbondano i discorsi ufficiali, richiesti per svariate occasioni (la morte di Garibaldi). A cui vanno aggiunte le numerose e notevoli pubblicazioni legate al suo lavoro filologico e critico e l’Epistolario, documento biografico, psicologico e stilistico.

 

“Scudiero dei classici”

L’amore di Carducci per i classici ha inizio dall’infanzia e si rafforza man mano; egli stesso si definisce “scudiero dei classici” a proposito degli Juvenilia, nei quali è evidente l’imitazione degli autori latini (Orazio, Lucrezio, Catullo, Virgilio) e dei maggiori esponenti della tradizione italiana (Dante, Alfieri, Parini, Monti, Leopardi e Foscolo), maestri di pulizia stilistica e di rigore etico.

Nei Levia gravia sono accostate poesie di tema leggero, intimistico, ad altre di argomento ‘serio’, storico-politico.

La sdegnata denuncia dell’Italia contemporanea

L’impegno civile domina i componimenti aspramente polemici di Giambi ed epodi: i due sinonimi accostati alludono ai modelli, ancora classici, del libro, cioè i Giambi del poeta greco Archiloco e gli Epodi di Orazio, dei quali Carducci riprende il tono vivacemente polemico e, anche se in modo molto elastico, la forma metrica.

All’influenza classica di Archiloco e Orazio si affianca l’insegnamento di poeti ottocenteschi autori di opere politicamente impegnate. Lo sdegno di Carducci è mosso da varie situazioni e avvenimenti dell’Italia contemporanea, così diversa da quella vagheggiata dagli eroi del Risorgimento: lo strapotere temporale del papa, l’arresto di Garibaldi ordinato dal governo.

Il rifiuto del presente implica certo il rimpianto del passato che si esprime nella denuncia e nella satira: fortissimi gli attacchi alla classe politica italiana del primo decennio postunitario, colpevole di eccessiva debolezza.

La svolta delle Rime nuove

Intorno al 1870, anche per il mutamento della situazione storica dovuto al risolversi della questione romana, la forza polemica si attenua sensibilmente, e la poesia giambica lascia il posto alla lirica di respiro più ampio e pacato delle Rime nuove, la raccolta più articolata, in cui possiamo distinguere almeno tre linee tematiche fondamentali: paesaggistica, autobiografica e storica. Spesso i temi sono intrecciati; l’ispirazione autobiografica non è limitata alla rievocazione degli anni giovanili, ma può essere sollecitata da altre situazioni, liete o dolorose.

I miti storici e letterari

Le poesie di tema storico privilegiano l’età medievale, vista non come cupa epoca di oscurantismo ma, al contrario, vero positivo inizio della storia d’Italia grazie all’importante esperienza comunale. Altro mito storico è la rivoluzione francese; significativi sono anche l’ammirazione per il mondo antico, soprattutto greco, e il culto del Bello.

Carducci fece numerose traduzioni, testimonianza di letture straniere.

Tematiche storiche e introspettive nelle Odi barbare

Le Odi barbare proseguono sostanzialmente gli itinerari tematici delle Rime nuove, con qualche significativa variante: nelle poesie di argomento storico, l’obiettivo si sposta sull’antica Roma, eterno simbolo di civiltà e, nelle liriche autobiografiche torna il tema della fugacità del tempo e quello dell’opposizione morte-vita, che è già evidente per esempio in una delle più famose Rime nuove, Pianto antico, e ritorna con insistenza nelle Odi barbare.

La novità della “metrica barbara”

La vera importanza e il rilievo assolutamente eccezionale delle Odi barbare non va cercata a livello tematico, ma nell’ambito formale e metrico: Carducci chiama queste sue liriche odi, perché composte in metri che ricalcano quelli greci e latini, ma barbare, perché tali sarebbero agli antichi.

Queste poesie sono formate da versi non tradizionali e non legati dalla rima: bisogna dare un forte rilievo alla parola singola che fa corpo a sé.

Una continua sperimentazione tematica e metrica

Alle Odi barbare segue la raccolta Rime e ritmi, che affianca liriche con metrica tradizionali (rime) a poesie “barbare” (ritmi): abbiamo qui la prova forse più persuasiva dello sperimentalismo carducciano, che si esplica in molti temi e in molte forme.

Per lo più lontana dallo sperimentalismo è invece la lingua, che si mantiene nobile e staccata dall’attualità; l’impasto lessicale è ricco di latinismi e non scende quasi mai dal piano raffinato: il ‘realismo’ linguistico carducciano non va molto al di là dell’uso di termini come ‘fanali’, ‘tessera’ e ‘sportelli sbattuti’ nella famosa ode barbara Alla stazione in una mattina d’autunno, dove peraltro le audacie realistiche hanno grande risalto proprio perché sono inserite dentro e un linguaggio classicheggianti.

Carducci portavoce del proprio tempo

Carducci  fu, come poeta, in accordo con il proprio tempo; le sue battaglie sono per lo più vinte in partenza e sempre confortate dall’opinione pubblica. A partire dagli anni ’80 egli diventa il poeta ufficiale, il “vate della terza Italia.”