Giambattista Basile Cagliuso dal Cunto de li Cunti

Giambattista Basile Cagliuso dal Cunto de li Cunti

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Cagliuso, per l’abilità di una gatta lasciatagli dal padre, diventa un signore, ma, quando si dimostra
ingrato, quella gli rinfaccia la sua ingratitudine.
C’era una volta nella mia città, Napoli mia, un vecchio poverissimo così senza niente, senza un soldo, misero, pezzente, di tasca vuota, senza un gonfiore in fondo al borsellino, che se ne andava
nudo come un pidocchio. E, sul punto di vuotare i sacchi della vita, chiamò Oraziello e Pippo, i suoi
figli, dicendogli: – Già sono stato citato a norma di contratto per il debito che ho con la Natura; e
credetemi, se siete cristiani, che proverei un gran piacere ad uscirmene da questo mandracchio di
affanni, da questo porcile di sofferenze, se non fosse che vi lascio in rovina, poveri come Santa
Chiara, incerti sulle cinque vie di Melito e senza uno spicciolo, puliti come un bacile di barbiere,
leggeri come serventi, secchi come un osso di prugna, che non avete neanche quanto porta su un
piede una mosca e se correte cento miglia non vi cade uno spicciolo, perché il mio destino mi ha
portato dove cacano i tre cani, non mi è rimasta neanche la vita e come mi vedi così puoi scrivere
di me, perché sempre, come sapete, ho fatto sbadigli e segni di croce e sono andato a letto senza
candela. Con tutto questo, pure voglio alla mia morte lasciarvi qualche segno d’amore; perciò tu,
Oraziello, che sei il mio primogenito, prenditi quel crivello che sta attaccato al muro, con cui puoi
guadagnarti il pane; e tu, che sei il cucciolo, prenditi la gatta; e ricordatevi del vostro tata –. Dicendo così si mise a piangere e dopo un poco disse – Addio, è notte.
Oraziello, seppellito il padre con qualche elemosina, prese il crivello e andò correndo di qua e di là
per guadagnarsi la vita, così che quanto più setacciava tanto più guadagnava. E Pippo, presa la gatta, disse: – Ma guarda che brutta eredità mi ha lasciato mio padre! non ho da mangiare io e adesso
dovrei spendere per due! ma si è mai visto un’eredità così disgraziata? meglio se non ci fosse stata!
Ma la gatta, che sentì questo piagnisteo, gli disse: – Tu ti lamenti troppo e hai più fortuna che senno, ma non conosci il tuo destino perché io sono capace di farti ricco se mi ci metto –. Pippo, sentendo questo, ringraziò Sua Gatteria e, facendogli tre o quattro carezze sulla schiena, le si raccomandò vivamente, tanto che la gatta, impietosita per lo sfortunato Cagliuso, ogni mattina –
quando il Sole con l’esca della luce messa sull’amo d’oro pesca le ombre della Notte – se ne andava sulla spiaggia di Chiaia o alla Pietra del pesce e, avvistando qualche grosso cefalo o una buona
orata, l’acchiappava e la portava al re, dicendo: – Il signor Cagliuso, schiavo di Vostra Altezza fino al
terrazzo, vi manda questo pesce con i suoi omaggi e dice: a gran signore piccolo dono –. Il re, con
la faccia lieta che di solito si fa a chi porta roba, rispondeva alla gatta: – Dì a questo signore che
non conosco che lo ringrazio moltissimo –.
Altre volte questa gatta correva dove si andava a caccia, nelle paludi o agli Astroni, e quando i cacciatori avevano fatto cadere o un rigogolo o una cinciallegra o una capinera, li prelevava e li presentava al re con la stessa ambasciata. E tante volte ricorse a questo trucco finché il re una mattina
le disse: – Io mi sento così obbligato verso questo signor Cagliuso che desidero conoscerlo per ricambiargli l’affetto che mi ha mostrato –. La gatta gli rispose: – Il desiderio del signor Cagliuso è


dare la vita e il sangue per la vostra corona; e domani mattina senz’altro, quando il Sole avrà dato
fuoco alle stoppie dei campi dell’aria, verrà a rendervi omaggio.
Venuta così la mattina, la gatta andò dal re dicendogli: – Signore mio, il signor Cagliuso mi manda a
scusarlo, non può venire: perché questa notte se ne sono scappati certi servi e non gli hanno lasciato neanche la camicia –. Il re, sentendo questo, fece subito prendere dal suo guardaroba un
poco di vestiti e di biancheria e li mandò a Cagliuso e non passarono due ore che lui venne a palazzo guidato dalla gatta, dove ebbe dal re mille complimenti; e, fattolo sedere accanto a lui, gli fece
preparare un banchetto da sbalordire.
Ma, mentre si mangiava, Cagliuso di tanto in tanto si voltava verso la gatta dicendole: – Gattina
mia, ti raccomando quei quattro stracci, che non vadano perduti –. E la gatta rispondeva: – Stai zitto, chiudi la bocca, non parlare di queste miserie! –. E, volendo sapere il re cosa gli occorresse, la
gatta rispondeva che gli era venuta voglia di un piccolo limone e il re mandò subito qualcuno in
giardino a prenderne un cestello. E Cagliuso tornò alla stessa musica dei suoi stracci e pezze e la
gatta tornò a dirgli di chiudere la bocca e il re chiese di nuovo che cosa gli servisse e la gatta con
un’altra scusa fu pronta a rimediare alle paure di Cagliuso.
Alla fine, dopo aver mangiato e chiacchierato a lungo di questo e di quello, Cagliuso si congedò e
quella volpe rimase col re descrivendo il valore, l’ingegno, il giudizio di Cagliuso e soprattutto le
grandi ricchezze che si ritrovava nelle campagne romane e lombarde, cosa per la quale avrebbe
meritato d’imparentarsi con un re di corona. E, chiedendo il re quanto potesse avere, la gatta rispose che non si poteva neanche tenere il conto dei mobili, stabili e suppellettili di questo riccone,
che non sapeva lui stesso quanto aveva e che se il re avesse voluto informarsene poteva mandare
gente con lei fuori dal regno, gli avrebbe fatto toccare con mano che non c’era ricchezza al mondo
come la sua.
Il re, chiamati certi suoi fedeli, gli ordinò di informarsi attentamente su questo e loro seguirono la
gatta, che, con la scusa di fargli trovare rinfreschi lungo la strada, passo dopo passo, appena uscita
dai confini del regno, correva avanti e quante greggi di pecore, mandrie di vacche, allevamenti di
cavalli e branchi di porci trovava, diceva ai pastori e ai guardiani: – Olà, state attenti, perché un
pugno di banditi vuole saccheggiare tutto quello che si trova in questa contrada! perciò, se volete
evitare questa furia e che le vostre cose siano rispettate, dite che sono cose del signor Cagliuso e
non vi sarà torto un capello –.
La stessa cosa diceva nelle fattorie che trovava sul cammino: in modo che dovunque arrivava la
gente del re trovava la zampogna accordata, tutte le cose che vedeva gli veniva detto che erano
del signor Cagliuso, tanto che, stanchi di domandare di più, se ne ritornarono dal re, raccontando
mari e monti della ricchezza del signor Cagliuso. Sentendo questo il re promise un buon compenso
alla gatta se avesse combinato questo matrimonio e la gatta, fatta la spola di qua e di là, alla fine
concluse l’affare.
E, venuto Cagliuso e avuta dal re una grossa dote e la figlia, dopo un mese di feste disse che voleva
portare la sposa nelle sue terre e, accompagnati dal re sino ai confini, se ne andò in Lombardia,
dove su consiglio della gatta comprò un poco di paesi e terreni e diventò barone.
Ora Cagliuso, vedendosi ricco sfondato, ringraziò la gatta a più non posso dicendo che a lei doveva
la vita e la sua grandezza ai suoi buoni uffici, che gli aveva fatto più bene il trucco di una gatta che
l’ingegno del padre e quindi poteva fare e disfare della roba e della vita sua come le pareva e piaceva, e che le dava la sua parola che quando fosse morta, da là a cent’anni, l’avrebbe fatta imbalsamare e mettere dentro una gabbia d’oro nella sua stessa camera, per avere sempre davanti agli
occhi il suo ricordo.


La gatta, che sentì questa sparata, dopo neanche tre giorni si finse morta stendendosi lunga lunga
nel giardino. Nel vedere questo la moglie di Cagliuso gridò: – O marito mio, e che gran disgrazia! è
morta la gatta!
– E si porti appresso tutti i malanni –, rispose Cagliuso, – meglio lei che noi!
– Che ne facciamo? –, chiese la moglie. E lui: – Prendila per un piede e gettala dalla finestra!
La gatta, sentendo questa bella ricompensa che non si sarebbe neanche immaginata, cominciò a
dire: – Questo è il a buon rendere per i pidocchi che ti ho tolto da dosso? queste sono le mille grazie per gli stracci che ti ho fatto gettare via, che avresti potuto appenderci i fusi? questo ho in
cambio dopo averti vestito elegante come un ragno e averti sfamato quando eri affamato, miserabile, straccione, che eri uno sbrindellato, pezzente, cencioso, sdrucito, scalzacane? così finisce chi
lava la testa all’asino! vai, che cada la maledizione su quello che ti ho fatto, perché non meriti che
ti sia sputato in gola! bella gabbia d’oro mi avevi preparata, che bel sepolcro mi avevi destinato!
vai, servi, fatica, stenta per poi avere questo bel premio! disgraziato chi mette su la pentola per le
speranze altrui! disse bene quel filosofo: chi si addormenta asino asino si sveglia! insomma chi più
fa meno aspetta, ma buone parole e tristi fatti ingannano i saggi e i matti!
Dicendo così e scuotendo la testa se ne andò e, per quanto Cagliuso con il polmone dell’umiltà
cercasse di ingraziarsela, non ci fu verso che tornasse indietro, ma, correndo senza mai voltare la
testa, diceva:
Dio ti guardi dai ricchi impoveriti
e dai miserabili che sono arricchiti.