GIACOMO LEOPARDI PENSIERO

GIACOMO LEOPARDI PENSIERO

Il pensiero

Giacomo Leopardi è portatore di un pensiero originale, che diverge sia da quello degli Illuministi sia da quello dei Romantici, ed è moderno rispetto ai primi, ma inattuale rispetto ai secondi.

La sua formazione filosofica è ancora legata all’Illuminismo, da cui il poeta riprende la visione materialistica e meccanicistica dell’universo e il sensismo, secondo il quale la conoscenza deriva dall’esperienza sensibile. Tuttavia, Leopardi prende le distanze dagli Illuministi riguardo a due aspetti:

rifiuta l’idea che la scienza sia portatrice di verità assolute e che sia in grado di garantire la felicità dell’umanità; secondo lui l’uomo è destinato all’infelicità.

come Rousseau, mette in guardia da un eccesso di civiltà e ritiene che la ragione debba essere usata in modo critico e consapevole, ma con moderazione, poiché, se assolutizzata, rischia di privare l’uomo della spontaneità.

                               Rispetto al Romanticismo, Leopardi si colloca in una posizione critica, pur essendo per alcuni aspetti vicino ai Romantici europei; avremo modo di approfondire le affinità e le divergenze tra Leopardi e i Romantici nel corso della trattazione.

                Il pensiero di Leopardi si trova compiutamente espresso nei Canti, nelle Operette morali e nello Zibaldone[1], una sorta di diario che egli tenne negli anni compresi tra il 1817 e il 1832. Leopardi è soprattutto un poeta e quindi non si deve pretendere da lui la sistematicità di un filosofo: non di rado si riscontrano contraddizioni e ripensamenti e per questo non è facile fare una sintesi esaustiva. Nell’ampia produzione letteraria di Leopardi gli storici della letteratura hanno voluto individuare alcune fasi, ma la suddivisione non deve essere considerata in modo rigido ed ha soprattutto uno scopo didattico. Per questo, prima di prendere in considerazione questa ripartizione in fasi, è bene offrire un quadro generale delle idee del poeta.

                Potrà essere utile partire da alcune pagine dello Zibaldone, risalenti al 1820 e dedicate alla teoria del piacere: Leopardi osserva che l’uomo è stato creato dalla Natura con un desiderio illimitato  del piacere infinito (inteso come piacere materiale) che, proprio in quanto infinito, non può trovare soddisfazione nella realtà, poiché la stessa Natura ha dato all’uomo sensi limitati; il piacere concesso all’umanità è quindi temporaneo e finito e può nascere dalla fine di una sofferenza o dall’attesa di un bene. Da questa dicotomia tra l’aspirazione ad un piacere infinito e la limitatezza dei piaceri deriva una condizione di insoddisfazione e una tensione verso l’infinito, che è destinata a rimanere inappagata. Da ciò nasce l’infelicità dell’uomo. Leopardi afferma anche che il piacere infinito può essere concepito attraverso l’immaginazione, che a sua volta è stimolata da tutto ciò che è vago e indefinito.

                Inizialmente Leopardi elabora una visione pessimistica della realtà, che è spesso definita “pessimismo individuale”, per il quale il dolore diviene strumento di conoscenza, in quanto fonte di una riflessione destinata ad accompagnarlo per tutta la vita, tuttavia Leopardi non esclude che altri esseri umani possano essere felici.

               

                In seguito, tra il 1816 e il 1819, la lettura di Jean Jacques Rousseau e di Giambattista Vico gli suggerisce alcune interessanti conclusioni: nella storia dell’umanità è esistita un’età dell’oro, lo stato di natura, in cui gli uomini, pur essendo infelici, avevano ricevuto dalla Natura la facoltà di illudersi e di sognare. Questa facoltà immaginativa era propria degli uomini primitivi e degli antichi, ma è presente anche nella fanciullezza di ogni uomo. Proprio perché sapevano immaginare, gli antichi Greci e Romani erano capaci di compiere azioni eroiche e coraggiose. Il progresso della civiltà, opera della ragione, ha allontanato l’umanità da questa condizione privilegiata, rivelandole la sua limitatezza e condannandola alla consapevolezza che l’universo non è altro che un ciclo continuo di nascita e di morte della materia, il cui senso risiede nella conservazione del sistema. Per questo i moderni hanno perso quello slancio eroico che era proprio degli antichi, e l’età contemporanea è dominata dalla viltà e dalla corruzione. Leopardi approda così al pessimismo storico, per il quale il dolore è un prodotto dell’evoluzione storica, da un mitico stato di natura alla civiltà. Non bisogna tuttavia dimenticare che per Leopardi anche quella degli antichi era una felicità relativa, o, per meglio dire, un’infelicità velata, frutto della benevolenza della Natura.

                In questa fase Leopardi assume un atteggiamento titanico, ergendosi contro la mediocrità dei suoi contemporanei e presentandosi come unico depositario della virtù antica.

                Successivamente, a partire dai primi anni Venti, e, in seguito alla lettura degli scettici e stoici greci, Leopardi approfondisce la sua visione pessimistica della realtà, giungendo alla conclusione che la Natura miri esclusivamente alla conservazione della specie umana e che, per perseguire questo scopo, sia pronta a sacrificare il bene del singolo; anzi, secondo Leopardi, la Natura è totalmente indifferente di fronte ai mali  dell’uomo; quindi all’immagine di una Natura madre benevola subentra quella di una Natura matrigna. La colpa dell’infelicità dell’uomo non è più dell’uomo stesso ma della Natura. Nel Dialogo della Natura e di un islandese Leopardi presenta la natura sotto le due vesti di meccanismo inconsapevole, insieme di leggi oggettive, non regolate da una mente provvidenziale, e di divinità malvagia. Se la Natura stessa è la causa dell’infelicità dell’uomo, allora essa è una condizione che trascende lo spazio e il tempo e che riguarda tutto il cosmo. Da ciò deriva la definizione di “pessimismo cosmico”, che viene attribuita a questa fase del pensiero leopardiano. Al titanismo del pessimismo storico subentra l’imperturbabilità del saggio stoico o atarassia, che si manifesta attraverso un distacco ironico. É questo l’atteggiamento di Leopardi nelle Operette morali. In questa fase la ragione, vista negativamente nel pessimismo storico, si trasforma in uno strumento di analisi critica della realtà; se non è in grado di dare all’uomo la felicità, può almeno rivelargli la sua vera condizione, inducendolo a smettere di ingannare sé stesso.

                Da questa riflessione nasce l’atteggiamento titanico degli ultimi anni della produzione leopardiana. A partire dal 1830 Leopardi accentua la sua polemica nei confronti dello spiritualismo e idealismo dei suoi contemporanei, condannando le illusioni moderne, di un progresso inarrestabile (queste illusioni, secondo Leopardi, sono pericolose perché dipendono dalla ragione e non dall’immaginazione) e invitando gli uomini a guardare in faccia la realtà, unendosi in un vincolo di solidarietà, per combattere contro la Natura matrigna: è questo il messaggio della poesia “La ginestra”.