georgiche traduzione libro 2 vv 458-535

georgiche traduzione libro 2 vv 458-535

georgiche traduzione libro 2 vv 458-535


O fortunatos nimium, sua si bona norint,
agricolas! quibus ipsa procul discordibus armis
fundit humo facilem victum iustissima tellus.
Si non ingentem foribus domus alta superbis
mane salutantum totis vomit aedibus undam,
nec varios inhiant pulchra testudine postis
inlusasque auro vestis Ephyreiaque aera,
alba neque Assyrio fucatur lana veneno,
nec casia liquidi corrumpitur usus olivi;
at secura quies et nescia fallere vita,
dives opum variarum, at latis otia fundis,
speluncae vivique lacus, at frigida tempe
mugitusque boum mollesque sub arbore somni
non absunt; illic saltus ac lustra ferarum
et patiens operum exiguoque adsueta iuventus,
sacra deum sanctique patres; extrema per illos
Iustitia excedens terris vestigia fecit.
Me vero primum dulces ante omnia Musae,
quarum sacra fero ingenti percussus amore,
accipiant caelique vias et sidera monstrent,
defectus solis varios lunaeque labores;
unde tremor terris, qua vi maria alta tumescant
obicibus ruptis rursusque in se ipsa residant,
quid tantum Oceano properent se tingere soles
hiberni, vel quae tardis mora noctibus obstet.
Sin has ne possim naturae accedere partis
frigidus obstiterit circum praecordia sanguis,
rura mihi et rigui placeant in vallibus amnes,
flumina amem silvasque inglorius. O ubi campi
Spercheosque et virginibus bacchata Lacaenis
Taygeta! O qui me gelidis convallibus Haemi
sistat, et ingenti ramorum protegat umbra!
Felix qui potuit rerum cognoscere causas
atque metus omnis et inexorabile fatum
subiecit pedibus strepitumque Acherontis avari:
fortunatus et ille deos qui novit agrestis
Panaque Silvanumque senem Nymphasque sorores.
illum non populi fasces, non purpura regum
flexit et infidos agitans discordia fratres,
aut coniurato descendens Dacus ab Histro,
non res Romanae perituraque regna; neque ille
aut doluit miserans inopem aut invidit habenti.
Quos rami fructus, quos ipsa volentia rura
sponte tulere sua, carpsit, nec ferrea iura
insanumque forum aut populi tabularia vidit.
Sollicitant alii remis freta caeca, ruuntque
in ferrum, penetrant aulas et limina regum;
hic petit excidiis urbem miserosque penatis,
ut gemma bibat et Sarrano dormiat ostro;
condit opes alius defossoque incubat auro;
hic stupet attonitus rostris, hunc plausus hiantem
per cuneos geminatus enim plebisque patrumque
corripuit; gaudent perfusi sanguine fratrum,
exsilioque domos et dulcia limina mutant
atque alio patriam quaerunt sub sole iacentem.
Agricola incurvo terram dimovit aratro:
hic anni labor, hinc patriam parvosque nepotes
sustinet, hinc armenta boum meritosque iuvencos.
nec requies, quin aut pomis exuberet annus
aut fetu pecorum aut Cerealis mergite culmi,
proventuque oneret sulcos atque horrea vincat.
Venit hiems: teritur Sicyonia baca trapetis,
glande sues laeti redeunt, dant arbuta silvae;
et varios ponit fetus autumnus, et alte
mitis in apricis coquitur vindemia saxis.
Interea dulces pendent circum oscula nati,
casta pudicitiam servat domus, ubera vaccae
lactea demittunt, pinguesque in gramine laeto
inter se adversis luctantur cornibus haedi.
Ipse dies agitat festos fususque per herbam,
ignis ubi in medio et socii cratera coronant,
te libans, Lenaee, vocat pecorisque magistris
velocis iaculi certamina ponit in ulmo,
corporaque agresti nudant praedura palaestra.
Hanc olim veteres vitam coluere Sabini,
hanc Remus et frater; sic fortis Etruria crevit
scilicet et rerum facta est pulcherrima Roma,
septemque una sibi muro circumdedit arces.


O agricoltori anche troppo fortunati se solo conoscessero i loro beni! Per loro spontaneamente, lontano dalla discordia delle armi, la terra giustissima offre dal suolo facile sostentamento. Se l’alto palazzo dalle superbe porte non versa uno stuolo immenso di salutatori mattutini da tutte le sue porte, se (gli agricoltori) non bramano a bocca aperta, battenti variamente intarsiati di bella tartaruga, vesti ricamate in oro e bronzi di Corinto, se la bianca lana non è colorata con la porpora assira e l’uso dell’olio limpido non è guastato dalla cannella, ma invece non mancano una pace sicura e una vita che non conosce inganni, ricca di beni diversi, non mancano il riposo nei poderi, spelonche e laghi naturali e fresche vallate amene, e muggiti di buoi e molli sonni al riparo di un albero. Lì vi sono balze e tane di animali selvatici, una gioventù operosa e abituata al poco, non manca il culto per gli dei e la venerazione per i genitori: fra loro la Giustizia segnò le sue ultime impronte quando abbandonò la terra. Invero, in primo luogo, le Muse dolci più di tutto, di cui io porto le sacre insegne colpito d’amore immenso, mi accolgano mostrandomi le vie del cielo e le stelle, le eclissi diverse del sole e le fasi della luna, l’origine dei terremoti, quale forza rigonfi i mari profondi spezzando gli argini e poi tornando in se stessi, perché tanto si affrettino a bagnarsi nell’Oceano i soli invernali, o quale indugio pesi sulle notti lenti a trascorrere. Se invece il sangue, freddo intorno al mio cuore, impedirà che io possa avvicinarmi a questi aspetti della natura, piacciano a me le campagne e i fiumi che irrigano le vallate, possa io amare anche senza gloria le selve ed i corsi d’acqua. Oh, dove sono le pianure e lo Sperchèo e le cime del Taigeto percorse in riti bacchici dalle vergini spartane! Oh, chi mi porterà tra le gelidi valli dell’Emo e mi riparerà con l’enorme ombra dei rami! Felice chi ha potuto investigare le cause delle cose e mettere sotto i piedi tutte le paure, il fato inesorabile, lo strepito dell’avido Acheronte. Fortunato anche colui che conosce gli dei agricoli, Pan e il vecchio Silvano e le Ninfe sorelle. Quell’uomo non possono turbare i fasci popolari, né la porpora dei re né la discordia che inquieta i fratelli che si tradiscono o i Daci che calano dal Danubio una volta fatta un’alleanza, non le vicende di Roma e i regni condannati a morire; e quello non si duole avendo pietà per il povero né invidia il ricco. Coglie i frutti che i rami, i campi generosi spontaneamente producono e ignora le leggi severe, le insanie del foro, i pubblici archivi. Ma c’è chi tormenta coi remi mari ignoti e con le armi in pugno penetra nelle corti, nelle stanze dei re; fa strage nelle città e nelle povere case, per bere in una tazza preziosa, dormire sulla porpora di Tiro; o accumula ricchezze vegliando sull’oro sepolto; o si stupisce attonito davanti ai rostri, s’incanta rapito dall’applauso comune di popolo e patrizi che si leva a teatro; e chi cosparso di sangue fraterno si rallegra e muta la casa, la dolce terra con l’esilio cercando nuova patria sotto un altro sole. Curvo sull’aratro l’agricoltore smuove la terra: questa la sua fatica; e così nutre la casa, i figli, gli armenti di buoi, i giovenchi. Non vi è mai riposo: ogni giorno dell’anno trabocca di frutti, di nati del bestiame, di covoni di frumento e nei solchi si accumula il raccolto, al suo peso cedono i granai. Viene l’inverno: l’oliva si rompe nei frantoi, sazi di ghiande tornano i maiali, le selve si riempiono di bacche e l’autunno depone tutti i suoi frutti: al sole dolce matura l’uva sulle rocce. Pendono teneri i figli intorno ai baci e la casa conserva puro il suo pudore; seni gonfi di latte porgono le vacche e capretti robusti sull’erba folta lottano tra loro con le corna. Nei giorni di festa il contadino riposa e sdraiato sul prato intorno al fuoco, dove i compagni incoronano il cratere, alzando il bicchiere t’invoca, Leneo; pone ai pastori per la gara delle frecce il bersaglio su un olmo, e i corpi induriti si spogliano per una lotta rusticana. Questa vita condussero un tempo gli antichi Sabini e Remo e il fratello, così crebbe forte l’Etruria e Roma divenne la più bella città del mondo, e sola circondò con un muro i suoi sette colli.