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GABRIELE D’ANNUNZIO VITA

GABRIELE D’ANNUNZIO VITA

G. D’annunzio: Vita, Opere, Pensiero e Superomismo


La vita e il pensiero

Nato nel 1863 a Pescara, da agiata famiglia borghese, studiò in una delle scuole più aristocratiche del tempo. A soli 16 anni esordì con “Primo vere” un libretto in versi.
A 18 anni si trasferì a Roma, dove abbandonò gli studi per la vita mondana. E’ qui che iniziò per lui una più brillante avventura letteraria ed, insieme, umana.
Egli fu per anni cronista mondano dell’aristocrazia della capitale e s’immerse in una vita d’esteta, protesa fra amori e avventure e alla ricerca di piaceri raffinati: divenne famoso per la vita e le opere scandalose, creandosi la maschera dell’individuo superiore che rifugge dalla mediocrità, rifugiandosi in un mondo di pura arte che ha come regola di vita solo il bello e la ricerca dell’erotismo, ideale sulla base del quale si sforzerà continuamente di costruire una concezione della vita. Il rapporto strettissimo tra arte e vita lo porterà a realizzare opere d’arte come forme di vita e a “vivere la vita come un’opera d’arte”.
Nei primi anni del 90 però D’Annunzio entrò in crisi, una sorta di crisi dovuta ad una stanchezza dei sensi dopo l’orgia voluttuosa di piacere e di mondanità. Tale crisi non fu però spiritualmente tanto profonda: segnò solo il passaggio dal primitivo estetismo a una diversa mitologia, quella appunto del superuomo. Si trattava di una variante del del sensualismo e dell’estetismo dannunziani ispirata ad una adesione superficiale alle teorie del filosofo tedesco Nietzsche: dell’esaltazione, cioè della volontà di potenza di creature privilegiate, intese a costruirsi una vita inimitabile, sempre sopra le righe, mai banale, come quella a cui tendeva l’estetismo, ma con, in più, una marcata volontà di affermazione nel mondo.
Egli non accetta di essere una persona qualunque, il poeta vuole essere qualcuno, vuole lasciare un’indelebile traccia della sua esistenza: ciò richiama le tesi fondamentali del mito del superuomo, apprese da D’Annunzio in maniera semplice e indiretta attraverso la mediazione degli spettacoli di Wagner. Egli puntava al “ vivere inimitabile”.
D’Annunzio condusse una vita da principe rinascimentale nella villa di Fiesole, tra oggetti d’arte, amori lunghi e tormentati (Eleonora Duse), con un dispendio di denaro che egli non riusciva a controllare. Proprio questa fu la contraddizione che non riuscì a superare: egli disprezzava il denaro borghese, ma non poteva farne a meno per la sua vita lussuosa. Proprio per l’immagine mitica che voleva dare di sé, tentò anche l’avventura politica, anche se in un modo ambiguo, schierandosi prima con la destra e poi con la sinistra.
In seguito rivolse la sua attenzione anche al teatro, poiché poteva raggiungere un pubblico più vasto rispetto ai libri.
Ma nonostante la sua fama fosse alle stelle ed il “ dannunzianesimo” stesse improntando tutto il costume dell’Italia borghese, D’Annunzio, a causa dei creditori, dovette fuggire dall’Italia rifugiandosi in Francia.
L’occasione tanto attesa per l’azione eroica gli fu offerta dalla I guerra mondiale.
Allo scoppio del primo conflitto mondiale D’Annunzio tornò in Italia ed iniziò una campagna interventista. Arruolandosi volontario fece imprese clamorose e combattè una guerra eccezionale non in trincea, ma nei cieli con il nuovissimo mezzo: l’aereo. Nel dopoguerra capeggiò una marcia di volontari su Fiume dove instaurò un dominio personale. Cacciato via, sperò di riproporsi come “duce” di una rivoluzione reazionaria ma fu scalzato da Mussolini. Il Fascismo lo esaltò come padre della Patria ma lo guardò anche con sospetto confinandolo nel “Vittoriale degli Italiani”, una villa di Gardone, che egli trasformò in vero mausoleo. Qui trascorse gli ultimi anni fino alla morte avvenuta il 1° marzo 1938 per una emorragia celebrale.
L’influenza di D’Annunzio sulle cultura e sulla società fu lunga ed importante, lasciando un’impronta sul costume degli italiani e sulle nascente cultura di massa.
A causa delle sue sperimentazioni superomistiche in ambito politico divenne celebratore di se stesso e con lui tramontò definitivamente la figura del poeta-vate, compromessa da una avventura storica che ne aveva bruciato la credibilità.

Gli elementi che caratterizzano la personalità letteraria dannunziana sono:

• il Superomismo;

• l’Estetismo;

• il Sensualismo;

• l’Egocentrismo

Il Superomismo come accennato precedentemente rappresenta l’atteggiamento di superiorità dannunziano, al di sopra del bene e del male. A differenza di Nietzsche, D’Annunzio proclama la necessità di una vita in perpetua ascensione (Superuomo dannunziano) per un impulso costante di quegli elementi che D’Annunzio chiama “La Quadriga Imperiale” della sua anima, il cocchio dell’anima eroica. Il suo slancio superomistico lo porta ad una immediata comunione con la natura e con le sue forze elementari. In questo egli intravede una felicità che coincide con una vita avventurosa ed eroica; la fusione di Volontà e Voluttà (cioè il piacere) e di Orgoglio e Istinto (la quadriga imperiale appunto) permette di diventare tutt’uno con l’energia creatrice della natura, di continuarla, anzi, di emularla. Il concetto chiave del superomismo dannunziano è contenuto nel primo libro delle Laudi, “Maia” o “Laus Vitae” (Inno alla vita) una autentica celebrazione dell’energia vitale; un naturalismo pagano impreziosito dai riferimenti classici e mitologici. In essa viene ribadito la concezione del superuomo come persona al di sopra di tutto, ed inoltre spiega la sua volontà di vivere intensamente la sua vita, giorno per giorno. Nulla gli è estraneo e lontano e sconosciuto, finche vivrà. La sua anima vive quanto altre diecimila e non si ferma dinanzi a nulla. E’ attratto da tutto e vuole possedere ogni cosa. A tutto ambì e tutto tentò, quello che non fu fatto lo sognò, ma il sogno fu talmente intenso che eguagliò l’atto.
Ne “Le vergini delle Rocce” del 1895 si nota una profonda politica antidemocratica ed un ritorno ai modelli Romani: la complessità superomistica subisce una sostanziale semplificazione nella direzione di un superomismo a impronta esclusivamente estetica che s’intride di valenze politiche reazionarie. L’opera narra appunto di un giovane romano, Claudio Cantelmo, sdegnoso della realtà borghese e resosi conto della situazione romana (venti di barbarie dice D’Annunzio riferendosi ai “nemici dell’arte” ai quali oppone la figura di Cantelmo) cerca in un vano tentativo di dare alla luce una creatura eletta, che sarà capace di risollevare le sorti di Roma, ma per realizzare ciò egli doveva necessariamente scegliere una genitrice all’altezza del compito. La scelta doveva essere fatta tra tre giovani (le vergini delle rocce), sulle quali però incombeva un oscuro destino familiare: alla fine tutte e tre si riveleranno inadatte al compito e Cantelmo dovrà rinunciare al suo sogno di dare alla vita un Superuomo che avrebbe dovuto coprire il ruolo di futuro Re di Roma e d’Italia. Il vero protagonista dell’opera è lo stile che fa da cornice alle idee superomistiche precedentemente esposte.

L’Estetismo trattato precedentemente, rappresenta il fulcro della poesia dannunziana, la fonte ispiratrice e “di vita” per lo stesso autore, tanto che, come già accennato, sulla base di esso fondò la sua intera esistenza. L’espressione “estetica” corrispondente in qualche modo al romanzo A rebours di Huysmans confluisce nell’opera “estetica” più rappresentativa di D’Annunzio: “Il Piacere” (nel quale rintracciamo degli ovvi riferimenti con la voluttà e l’estetismo, capisaldi dannunziani).
Il romanzo del 1889 vede protagonista Andrea Sperelli, il doppio di D’Annunzio stesso; è un giovane aristocratico ed il principio “fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte” diviene una forza distruttiva. La crisi è molto evidente nel suo rapporto con le donne: è diviso fra due donne Elena, la donna fatale e Maria, quella pura. Ma l’esteta mente a sé stesso: la figura della donna angelo è solo oggetto di un gioco erotico sottile e perverso, e funge da sostituto di Elena, che Andrea desidera ma lei essa rifiuta. Infine viene abbandonato da entrambe, in particolare da Maria quando dubbiosa riguardo la sincerità di Andrea e la veridicità dell’amore nei suoi confronti, ottiene la certezza di ciò quando, per sbaglio, Andrea la chiama “Elena”.
Il romanzo pur essendo monotono e non rappresentando la massima espressione artistica di D’Annunzio ebbe grande successo più che per ragioni artistiche, appunto, per ragioni sociologiche, poiché interpretava le esigenze di certo gusto contemporaneo.
Alla base di tutto possiamo quindi sottolineare “Il culto dell’Arte per l’arte”, l’identificazione del ruolo dell’artista con quello di un sacerdote di pura bellezza, senza preoccupazioni morali. D’Annunzio afferma che l’arte si spiega con l’arte. Ed è qesta la differenza con Pascoli, poiché quest’ultimo considera l’arte (ricca di fini morali) istigatrice di buoni costumi.
A volte l’estetismo mostra i suoi lati peggiori ed in certe situazioni può disgustare per brutalità e per mistura blasfema di religione e lussuria, ma a volte si carica di autentico patos e si identifica con l’anima stessa della poesia.

Estetismo – Superomismo – Il suo Estetismo, in seguito, si unirà con l’altro elemento costituente di gran lunga la letteratura dannunziana: il superomismo. Da questa unione feconda D’Annunzio si operò a fornire un nuovo tipo di estetismo che non fosse solo professione mondana, ma gesto, impresa, avventura. Ed è proprio l’unione di questi due aspetti fondamentali che contribuisce all’esaltazione del proprio io dannunziano. Comune ad ambedue è l’esaltazione di quella che il poeta chiamò, come detto poc’anzi, la “quadriga imperiale” della sua anima, cioè l’unione di voluttà e istinto, orgoglio e volontà, anche se i due ultimi termini sono propri, soprattutto dell’esperienza “superumana”.

Il Sensualismo è celebrato da D’Annunzio in tutti i suoi aspetti poiché convinto che il senso e non l’intelletto sia lo strumento infallibile della conoscenza. Il dominio del mondo è per lui possibile soltanto con il senso. In fondo l’erotismo e il superomismo rappresentano i due aspetti concomitanti dell’aspirazione sensuale del D’Annunzio (alludendo non tanto al carattere erotico di molte sue produzioni, quanto invece al suo rifiuto della razionalità e della storia, in nome della suggestione sensoriale menzionata poc’anzi). Nell’erotismo il senso è caratterizzato dal desiderio e dall’orgiastico. L’erotismo a lungo andare genera sazietà e così D’Annunzio esprime la stanchezza e il disgusto dei sensi e l’aspirazione ad una vita sana ed innocente (o addirittura alla rinuncia ascetica). E’ facile intuire che questi momenti di rinuncia durino molto poco per D’Annunzio, ed un esempio di ciò ci viene fornito dalla poesia “I Pastori” nella quale egli dichiara di invidiare la vita svolta dai pastori della sua terra ed inoltre di desiderare ardentemente di poter emulare lui stesso le gesta cantate nella poesia (ad esempio il rito della transumanza). Di sottile erotismo è permeato anche il suo particolare gusto per la parola ed il Flora dice: “D’Annunzio accarezza le parole come se fossero cose vive, anzi donne”.

L’Egocentrismo dannunziano poneva il proprio io al centro del mondo, avanzando così anche qualche rifacimento al Narcisismo, anzi rappresentando la “punta avanzata” del Narcisismo decadente con il quale avanzava l’idea di identità Io-Mondo.

Cronologia e Opere 

• 1863 Nasce a Pescara il 12 marzo.

• 1874 Viene iscritto al collegio Cicognini di Prato, dove resta sino al completamento degli studi liceali (1881).

• 1879 Pubblica una raccolta in versi, Primo vere, che esce in seconda edizione l’anno seguente; Giuseppe Chiarini scrive che l’Italia ha un suo nuovo poeta.

• 1882 Pubblica le raccolte poetiche Canto novo e Intermezzo. Lo “scandalo” della sua relazione con la duchessina Maria Hardouin di Gallese si conclude col matrimonio.

• 1889 Il Piacere.

• 1891 Dal matrimonio con Maria Hardouin nascono tre figli. Si trasferisce a Napoli: collabora al “Corriere di Napoli”; inizia una relazione con Maria Anguissola, principessa Gravina.

• 1892 Pubblica il romanzo L’Innocente e la raccolta di liriche Elegie Romane.

• 1893 Pubblica la raccolta di liriche Poema Paradisiaco.

• 1894 Pubblica il romanzo Trionfo della morte.

• 1895 Collabora con la rivista “Il Convito”, che lo mette in contatto con il gruppo antidemocratico dei simbolisti europei. Scrive la Vergine delle rocce, ispirato da un viaggio in Grecia sullo yacht di Scarfoglio.

• 1897 Inizia la frequentazione con Eleonora Duse. Partecipa alle elezioni, e viene eletto deputato, con un programma di chiara impostazione nazionalistica.

• 1898 Vive a Settignano (Firenze) nella villa “La Capponcina “; la Duse, con la quale ha una relazione amorosa, risiede lì vicino.

• 1899 L’opera teatrale La Gioconda, interpretata dalla Duse, ottiene un grande successo.

• 1900 Il romanzo Il Fuoco suscita scandalo per le spregiudicate rivelazioni sugli amori con la Duse.

• 1903 Pubblica i primi tre libri delle Laudi (Maia, Elettra, Alcyone).

• 1904 Successo dell’opera teatrale La figlia di Jorio. Continua a produrre per il teatro (1905 La fiaccola sotto il moggio, 1908 La Nave), coltiva più relazioni amorose, si circonda di lussi di ogni genere e si dà a spese smodate. Ad un certo punto, non potendo più tenere a bada i creditori, è costretto ad abbandonare l’Italia (ma egli parlerà di “volontario esilio”).

• 1910 Vive a Parigi e ad Arcachon (in riva all’Atlantico); scrive in francese Le martyre de Saint Sébastien.

• 1913 Compone le Canzoni per la gesta d’Oltremare ad esaltazione dell’impresa libica (costituiranno il quarto volume delle Laudi intitolato Merope. Le nuove amanti sono una russa ed una pittrice americana.

• 1915 Ritorna in Italia e partecipa attivamente alla propaganda interventista. Durante il primo anno di guerra rimane ferito ad un occhio durante un atterraggio di fortuna.

• 1916 Con gli occhi bendati e servendosi di strisce di carta contenenti una sola riga, inizia a scrivere il Notturno.

• 1918 In febbraio compie la cosiddetta “beffa di Buccari”, in agosto sorvola Vienna lanciando manifestini.

• 1919 A capo di volontari, occupa militarmente Fiume, in opposizione al governo italiano: la abbandonera’ in seguito all’intervento dell’esercito italiano.

• 1921 Si stabilisce a Villa Cargnacco, sul lago di Garda, che trasforma nel “Vittoriale degli Italiani”.

• 1924 Pubblica il primo dei due volumi de Le Faville del maglio; il secondo verra’ pubblicato nel 1928.

• 1937 Viene nominato presidente dell’Accademia d’Italia da Benito Mussolini, e celebra la conquista dell’abissinia con i versi e le prose di Teneo te Africa.

• 1938 Muore di emorragia celebrale il primo marzo.

Il Poema paradisiaco raccoglie liriche composte a partire dal 1891 e fu pubblicato nel 1893. Il titolo, dal latino Paradisius = giardino, letteralmente equivale a “poema dei giardini”.
Si puo’ dire che il Poema paradisiaco, nella maggioranza dei suoi versi, esprime un momento psicologico, una disposizione umana, una tematica che sono alternativi a quegli atteggiamenti e a quei temi (il piacere, il pagano godimento) che fino ad allora il poeta aveva espressi. Il poema diventa per D’Annunzio come un lavacro di innocenza dopo l’esaltazione dei miti di barbarie e di lussurie.

Il Trionfo della Morte é un romanzo di ispirazione superomistica. Presenta una debole struttura narrativa ed è articolato in sei parti (“libri”). E’ incentrato sul rapporto contraddittorio ed ambiguo di Giorgio Aurispa con l’amante Ippolita Sanzio, ma su questo tema di fondo si innestano e si sovrappongono altri motivi e argomenti: il ritorno del protagonista alla sua casa natale in Abruzzo è il pretesto per ampie descrizioni (nella seconda, terza e quarta parte) del paesaggio e del lavoro delle genti d’Abruzzo. Giorgio cerca di trovare l’equilibrio tra superomismo e misticismo, e aspira a realizzare una vita nuova (è il titolo del quarto libro). Per questo vive il rapporto con l’amante come limitazione, come ostacolo: per il suo fascino irresistibile, Ippolita Sanzio è sentita come la “nemica”, primigenia forza della natura che rende schiavo il maschio. Solo con la morte Giorgio si libererà da tale condizione: per questo si uccide con Ippolita, che stringe a sè, precipitandosi da uno scoglio. La morte è vista come un “bel gesto”, nel quale l’individuo eccezionale ritrova il proprio orgoglio e la propria “volontà di potenza”, che nel superomismo è espressa dalla convinzione di saper godere la vita e comprenderne il fascino, e che considera l’umanità intera, tranne pochi eletti simili a lui, come una massa animalesca di schiavi.

Superomismo 

L’ideologia superomistica 

D’Annunzio coglie alcuni aspetti del pensiero di Nietzsche banalizzandoli: il rifiuto del conformismo borghese e dei principi egualitari che schiacciano la personalità, l’esaltazione di uno spirito dionisiaco, cioè di un vitalismo gioioso, libero dalla morale, il rifiuto della pietà dell’altruismo, il mito del superuomo, assumono una coloritura antiborghese, aristocratica e antidemocratica. Vagheggia l’affermazione di una nuova aristocrazia che sappia elevarsi a superiori forma di vita attraverso il culto del bello e l’esercizio della vita eroica.
Il mito Nietzschiano del superuomo è interpretato da D’Annunzio come il diritto di pochi esseri eccezionali ad affermare il loro dominio sulla massa. Questo nuovo personaggio ingloba in sé l’esteta; l’artista-superuomo ha funzione di vate, ha una missione politica di guida, diversa da quella del vecchio esteta. D’Annunzio non accetta il declassamento dell’intellettuale e si attribuisce un ruolo di profeta di un ordine nuovo.
Egli, infatti, come detto poc’anzi intese a costruirsi una vita inimitabile, sempre sopra le righe, mai banale, proponendo così un nuovo superomismo, una sorta di suggestione letteraria che si fonda sul sensualismo e sulla fede nel culto della bellezza.
Il superuomo di Nietzsche venne quindi mal interpretato e nel D’Annunzio si limitò a nuove avventure erotiche e alla esaltazione della propria personalità eccezionale proponendo così un dannunzianesimo basato sul costume e sulla moda esaltato da una borghesia ambiziosa e megalomane.

I romanzi del Superuomo 

Il romanzo “Il trionfo della morte” rappresenta una fase di transizione fra le due figure del superuomo. L’eroe Giorgio Aurispa è un esteta simile ad Andrea Sperelli (del Piacere) che, travagliato da una malattia interiore, va alla ricerca di un nuovo senso della vita. Un breve rientro nella sua famiglia acuisce la sua crisi, perché reimmergersi nei problemi della vita familiare e soprattutto rivivere il conflitto col padre, contribuisce a minare le sue energie vitali: per cui è indotto ad identificarsi nella figura dello zio, a lui simile nella sensibilità e morto suicida.
La ricerca porta l’eroe a tentare di riscoprire le radici della sua stirpe. La soluzione gli si affaccia nel messaggio dionisiaco di Nietzsche, in un’immersione nella vita in tutta la sua pienezza, ma l’eroe non è ancora in grado di realizzare tale progetto: prevalgono in lui, sull’aspirazione alla vita piena e gioiosa, le forze negative della morte; egli al termine del romanzo si uccide, trascinando con sé la “Nemica”.
Il romanzo successivo “Le Vergini delle rocce” segna la svolta ideologica radicale, nel quale l’eroe è forte e sicuro. E’ stato definito il “Manifesto politico del Superuomo”. Esso contiene le nuove teorie dannunziane. Anche “Il Fuoco”(manifesto artistico del Superuomo) conferma tale sorte.
L’eroe Stelio Effrena (il nome che evoca al tempo stesso l’idea delle stelle e quella dell’energia senza freni, è evidentemente programmatico) medita una grande opera artistica, fusione di poesia, musica, danza, in un nuovo teatro nazionale. Anche qui forze oscure gli si oppongono, anche qui per mezzo di una donna. Il romanzo non si conclude con la realizzazione del progetto dell’eroe, ma doveva proseguire con un ciclo, ma ciò non accadde.
Dopo un periodo di interruzione, D’Annunzio scrisse “ Forse che si, forse che no”, in cui il protagonista Paolo Tarsis, realizza la sua volontà eroica col volo aereo. In esso l’autore celebra la macchina, simbolo della realtà moderna. Ma alla sublimazione del superuomo si oppone ancora una volta la “Nemica”, una donna sensuale e perversa. Tuttavia l’eroe trova un’inaspettata via di liberazione e riesce a salvarsi.
Tutti i protagonisti dannunziani restano sempre deboli e sconfitti, incapaci di tradurre le loro aspirazioni in azione. La decadenza, il disfacimento, la morte esercitano sempre su di essi un’irresistibile attrazione.

Laudi

Nel campo della lirica D’Annunzio vuole affidare il compito di vate a 7 libri di “Laudi del cielo del mare della terre e degli eroi”. Nel 1903 pubblica i primi tre (Maia, Elettra e Alcyone), un quarto Merope, nel 1912. Postumo è un quinto Asterope; gli ultimi due, anche se annunciati non furono scritti.
“Maia” non è una raccolta di liriche, ma un lungo poema di oltre 8000 versi. In essa D’Annunzio adottò il verso libero; il carattere è profetico e vitalistico. Il poema è la trasfigurazione mitica di un viaggio in Grecia, realmente compiuta da D’Annunzio.
Il viaggio nell’Ellade è l’immersione in un passato mitico, alla ricerca di un vivere sublime: dopo di che il protagonista si reimmerge nella realtà moderna. Il mito classico vale a trasfigurare questo presente, riscattandolo dal suo squallore. Il passato modella su di sé il futuro da costruire. Per questo l’orrore della civiltà industriale si trasforma in nuova forza e bellezza equivalente a quella dell’Ellade . Per questo il poema diventa un inno alla modernità capitalistica ed industriale, alle nuove masse operaie, docile strumento nelle mani del superuomo.
Il poeta non si contrappone più alla realtà borghese moderna, ma la trasfigura in un’aura di mito. Dietro questa celebrazione però si intravede la paura e l’orrore del letterato umanista dinanzi alla realtà industriale. Il poeta si fa comunque cantore di questa realtà, anche se si sente da essa minacciato e diventa protagonista di miti oscurantisti e reazionari.
Il D’Annunzio autentico è proprio quello “decadente” nel senso più stretto del termine, quello che interpreta il senso della fine di un mondo e di una cultura, che si avventura ad esplorare le zone più oscure della psiche, che vagheggia con nostalgia una bellezza del passato avvertita come mito irraggiungibile.
Il secondo libro “Elettra” , è denso di propaganda politica diretta; esso ricalca la struttura ideologica di Maia: vi troviamo passato e futuro di gloria e bellezza in contrapposizione al presente. Parte del volume è costituito dai sonetti sulla “Città del Silenzio”, antiche città italiane, dense di passato, su cui si dovrà modellare il futuro. Costante è la celebrazione della romanità in chiave eroica.
Il terzo libro “Alcyone” in apparenza si distacca dagli altri due: al discorso politico, celebrativo si sostituisce il tema lirico della fusione con la natura. E’ il diario ideale di una vacanza estiva, da primavera a settembre. La stagione estiva è vista come la più propizia a consentire la pienezza vitalistica.
Sul piano formale c’è una ricerca di una sottile musicalità e l’impiego di un linguaggio analogico, che si fonda su un gioco continuo di immagini corrispondenti. Alcyone è stata la più apprezzata dalla critica ed è stata definite poesia pura.
Ma l’esperienza panica del poeta non è altro che una manifestazione del superuomo: solo la sua parola magica può cogliere ed esprimere l’armonia segreta della natura, raggiungere e rivelare l’essenza misteriosa della cose.
Alcyone avrà una notevole influenza sulla lirica italiana del ‘900.
Il quarto libro, “Merope”, raccoglie i canti celebrativi della conquista della Libia composti ad Arcachon, pubblicati dapprima sul “Corriere della Sera” e poi in volume nel 1912.
Vengono considerati una continuazione di questi quattro libri i Canti della guerra latina, composti e pubblicati tra il 1914 ed il 1918 (costituiranno, in seguito, il volume intitolato “Asterope”, La canzone del Quarnaro).

D’Annunzio – Nietzsche

Nietzsche è forse il miglior interprete della fine di un mondo e del bisogno di rinnovamento di tutta un’epoca: profeta insieme della decadenza e della rinascita, dà origine alle interpretazioni più discordi, che si tradurranno nelle influenze più diverse. Volta a volta materialista o antipositivista, esistenzialista o profeta del nazismo, il filosofo condivide tutte le ambiguità delle avanguardie intellettuali e artistiche borghesi del primo novecento e non a caso diverrà oggetto, in Italia, dell’interpretazione estetizzante di Gabriele D’Annunzio.
Egli infatti, nella sua fase superomistica, è profondamente influenzato dal pensiero di Nietzsche, tuttavia, molto spesso, banalizza e forza entro un proprio sistema di concezioni le idee del filosofo. Dà molto rilievo al rifiuto del conformismo borghese e dei principi egualitari, all’esaltazione dello spirito “dionisiaco”, al vitalismo pieno e libero dai limiti imposti dalla morale tradizionale, al rifiuto dell’etica della pietà, dell’altruismo, all’esaltazione dello spirito della lotta e dell’affermazione di sé. Rispetto al pensiero originale di Nietzsche queste idee assumono una più accentuata coloritura aristocratica, reazionaria e persino imperialistica.
Le opere superomistiche di D’Annunzio sono tutte una denuncia dei limiti della realtà borghese del nuovo stato unitario, del trionfo dei princìpi democratici ed egualitari, del parlamentarismo e dello spirito affaristico e speculativo che contamina il senso della bellezza e il gusto dell’azione eroica. D’Annunzio arriva quindi a vagheggiare l’affermazione di una nuova aristocrazia che si elevi al di sopra della massa comune attraverso il culto del bello e la vita attiva ed eroica. Per D’Annunzio devono esister alcune élite che hanno il diritto di affermare se stesse, in sprezzo delle comuni leggi del bene e del male. Queste élite al di sopra della massa devono spingere per una nuova politica dello Stato italiano, una politica di dominio sul mondo, verso nuovi destini imperiali, come quelli dell’antica Roma.
La figura dannunziana del superuomo è, comunque, uno sviluppo di quella precedente dell’esteta, la ingloba e le conferisce una funzione diversa, nuova. Il culto della bellezza è essenziale per l’elevazione della stirpe, ma l’estetismo non è più solo rifiuto sdegnoso della società, si trasforma nello strumento di una volontà di dominio sulla realtà. D’Annunzio non si limita più a vagheggiare la bellezza in una dimensione ideale, ma si impegna per imporre, attraverso il culto della bellezza, il dominio di un’élite violenta e raffinata sulla realtà borghese meschina e vile.
D’Annunzio applica, in un modo tutto personale, le idee di Nietzsche alla situazione politica italiana. Ne parla per la prima volta in un articolo, La bestia elettiva, del ’92, e presenta il filosofo di Zarathustra come il modello del “rivoluzionario aristocratico”; il suo è un fraintendimento, una volgarizzazione fastosa ma povera di vigore speculativo. Ciò che il D’Annunzio scopre in Nietzsche è una mitologia dell’istinto, un repertorio di gesti e di convinzioni che permettono al dandy di trasformarsi in superuomo e fanno presa immediatamente in un mondo di democrazia fragile e contrastata, soprattutto quando al cronista del “Mattino” e della “Tribuna” si sostituisce lo scrittore insidioso del ”Trionfo della Morte” dove non viene ancora proposta compiutamente la nuova figura mitica, ma c’è la ricerca ansiosa e frustrata di nuove soluzioni.

L’impresa di Fiume

”Mio caro compagno, il dado è tratto! Parto ora. Domattina prenderò Fiume con le armi. Il Dio d’Italia ci assista. Mi levo dal letto, febbricitante. Ma non è possibile differire. Anche una volta lo spirito domerà la carne miserabile. Sostenete la causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio.”

Gabriele D’Annunzio (11 settembre 1919 )

Così Gabriele D’Annunzio scriveva a Benito Mussolini: iniziava l’impresa di Fiume.
D’Annunzio, che non ha mai rinunciato a rivendicare i diritti dell’Italia su Fiume, organizza un corpo di spedizione. A Venezia egli raggruppa gli ufficiali che fanno parte di un nucleo d’agitazione che ha per motto “O Fiume o morte!”. Questi ufficiali assicurano a D’Annunzio un contingente armato di circa mille uomini, ai quali altri se aggiungono poi durante la marcia sulla città irredenta.
Gabriele D’Annunzio si autonomina capo del corpo di spedizione e il giorno 12 settembre 1919 entra in Fiume alla testa delle truppe. La popolazione acclama i granatieri italiani ed il “poeta soldato”.
L’impresa di D’Annunzio riesce anche grazie alla compiacente collaborazione del generale Pittaluga, comandante delle truppe italiane schierate davanti a Fiume, il quale concede via libera al piccolo esercito. Le truppe alleate di stanza nella città non oppongono resistenza e sgomberano il territorio chiedendo l’onore delle armi. Di fronte al colpo di mano il presidente Nitti, nel duplice intento di salvare la nazione da un pronunciamento militare e di non provocare incidenti internazionali, pronuncia un violento discorso:

“L’Italia del mezzo milione di morti non deve perdersi per follie o per sport romantici e letterari dei vanesii”.

Mussolini, fronteggiando l’attacco contro il suo amico D’Annunzio, scrive sulle colonne del Popolo d’Italia:

”Il suo discorso è spaventosamente vile. La collera acre e bestiale di Nitti è provocata dalla paura che egli ha degli alleati. Quest’uomo presenta continuamente una Italia vile e tremebonda dinanzi al sinedrio dei lupi, delle volpi, degli sciacalli di Parigi. E crede con questo di ottenere pieta’. E crede che facendosi piccini, che diminuendosi, prosternandosi, si ottenga qualche cosa. E’ piu’ facile il contrario”

Gabriele D’Annunzio ottiene così piena autonomia qualificandosi come Comandante della città di Fiume e dichiarando Fiume “Piazzaforte in tempo di guerra”.
Il nuovo parlamento di Fiume.

20 settembre 1919. Gabriele D’Annunzio ottiene i pieni poteri e comincia a firmare decreti qualificandosi “Comandante della città di Fiume”. Il 16 ottobre le truppe regolari dell’esercito continuano a bloccare la città e D’Annunzio dichiara Fiume “piazzaforte in tempo di guerra”. Questo gli consente di applicare tutte le leggi del codice militare che in tal caso prevede anche la pena di morte con immediata esecuzione per chiunque si opponga alla causa Fiumana.
Il plebiscito del 26 ottobre segna il trionfo di D’Annunzio che ottiene 6999 voti favorevoli all’annessione su 7155 cittadini fiumani votanti.
Sull’onda del successo, D’Annunzio esprime a Mussolini un proprio progetto: marciare su roma alla testa dei suoi uomini e impadronirsi del potere. Mussolini lo dissuade e lo convince che la cosa finirebbe in un fallimento. In realtà la marcia su Roma è il suo grande sogno ma egli vuole ancora aspettare perchè intende essere il solo condottiero di quella marcia, e non certo l’articolista di D’Annunzio, in questo momento più popolare di lui. Nel frattempo le potenze alleate ammoniscono il governo italiano sulle complicazioni che l’impresa fiumana può portare nelle trattative ma la loro presa di posizione è abbastanza moderata, tale da indurre Nitti a non intervenire con la forza contro D’Annunzio ma a intavolare con lui pacifici negoziati.
Arriviamo così alla vigilia delle elezioni. D’Annunzio riprende la sua attività espansionistica ed il 14 novembre sbarca a Zara, debolmente contrastato dal governatore militare. Occupata Zara, D’Annunzio riparte pochi giorni dopo lasciando una guarnigione a presidiare la città, mentre corre voce che egli stia per tentare altre imprese del genere a Sebenico ad a Spalato.
Gli italiani vanno alle urne ignorando le ultime imprese di D’Annunzio, perchè il governo blocca la notizia attraverso la censura, temendo che il nuovo fatto d’armi possa mutare il corso della consultazione. Le elezioni del 1919 vedono la sconfitta dei fascisti e nel giugno del 1920 Giolitti subentra come Presidente del Consiglio a Nitti.
Il 1920 vede la conclusione definitiva dell’avventura fiumana di Gabriele D’Annunzio.
I rappresentanti delle potenze alleate si riuniscono a Rapallo. Il 12 novembre viene firmato un trattato che dichiara Fiume stato indipendente e assegna la Dalmazia alla Jugoslavia tranne la città di Zara che passa all’Italia. Il “poeta soldato” viene invitato ad andarsene da Fiume.
Questa volta l’esercito e la marina italiana non potranno più mostrarsi compiacenti con D’Annunzio. Il generale Enrico Caviglia viene inviato a Fiume per far sgomberare la città dagli occupanti. E’ Natale. D’Annunzio dichiara che quello sarà un Natale di sangue e promette che verserà anche il suo, ma il generale Caviglia ordina ad una nave da guerra di aprire il fuoco contro il palazzo del governo. Le prime bordate segnarono la fine dell’avventura di D’Annunzio che se ne va. I suoi legionari lo seguono. Portano una divisa che diverrà famosa: camicia nera sotto il grigioverde e fez nero.

Non resta che concludere ricordando il motto latino che D’Annunzio coniò durante la guerra:

“Memento audere semper”

(Ricordati di osare sempre)


GABRIELE D’ANNUNZIO VITA

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