Gabriele D’Annunzio Laus vitae 1-41

Gabriele D’Annunzio Laus vitae 1-41

METRO: due strofe lunghe.


                 O Vita, O Vita,

                 dono terribile del dio,

                 come una spada fedele,

                 come una ruggente face,[1]

5               come la gorgona,[2]

                 come la centàurea veste[3];

                 o Vita, o Vita,

                 dono d’oblio,

                 offerta agreste,

10             come un’acqua chiara,

                 come una corona,

                 come un fiale[4], come il miele

                 che la bocca separa

                 dalla cera tenace;

15            o Vita, o Vita,

                 dono dell’Immortale

                 alla mia sete crudele,

                 alla mia fame vorace,

                 alla mia sete e alla mia fame

20             d’un giorno, non dirò io

                 tutta la tua bellezza?

                 Chi t’amò su la terra

                 con questo furore?

                 Chi ti attese in ogni

25             attimo con ansie mai paghe?

                 Chi riconobbe le tue ore

                 sorelle de’ suoi sogni?

                 Chi più larghe piaghe

                 s’ebbe nella tua guerra?

30            E chi ferì con daghe

                 di più sottili tempre?[5]

                 Chi di te gioì sempre

                 come s’ei fosse

                 per dipartirsi?

35             Ah, tutti i suoi tirsi[6]

                 il mio desiderio

                 scosse verso di te, o Vita

                 dai mille e mille volti,

                 a ogni tua apparita,[7]

40             come un naso di rosse

                 Tiadi[8] in boschi folti,       


[1] ruggente face: fiamma scoppiettante.

[2] gorgona: «Medusa», una delle mitiche gorgoni, mostri alati e anguicriniti, che trasformava in pietra chi la guardava.

[3] centàurea veste: la camicia del centauro Nesso, che causò la morte di Ercole.

[4] fiale: «nido, cella esagonale dell’ape»; è un arcaismo.

[5] daghe tempre: «spade temprate più sottilmente», quindi più affilate, in grado di procurare più gravi ferite; daga è termine ricercato, che deriva dal latino daca, «spada dei Daci», e indica propriamente un’arma da offesa corta a due tagli

[6] tirsi: bastoni nodosi circondati di pampini, sormontati da un viluppo d’edera in forma di pigna da cui scendono le sacre bende. Sono attributo di Dioniso, dei satiri e delle baccanti.

[7] apparita: termine letterario per «comparsa, apparizione».

[8] Tiaso Tiadi: corteo (Tiaso) di baccanti, rosse perché illuminate dalle torce accese.



ANALISI DEL TESTO

La ripetizione, oltre l’anafora, è insistente in tutto il componimento. Nella prima delle due strofe lunghe (vv.1-21), al secondo verso di ogni blocco tematico torna la parola dono come apposizione di vita, che ne denota le specificità.

[vv.1-6] La strofa si apre con l’invocazione, realizzata in un verso quinario, che torna all’inizio di ogni nucleo tematico per creare una sorta di scansione in tre tempi. Si noti la totale libertà nella lunghezza dei versi: quinari, senari, settenari, ottonari, novenari.

[vv.7-21] Nei versi dedicati alla soavità della vita ci si ritrova in un’atmosfera alcionia, in quella natura ricca, vitale, pronta a placare la fame e la sete di gioia e di bellezza. In essa il poeta si distende e ritorna leggero ed ignaro, […] pieghevole e verde / quasi arbusto privo di nodi, secondo i versi della finale invocazione alla Natura, Madre immortale, Nutrice, che fa da ponte tra Maia e Alcione, introducendo il motivo del despota, ovvero del demone della poesia. Nell’ultima strofa della Laus vitae la connessione tra la Natura ispiratrice e la poesia si salda definitivamente: Odo il brulichìo del tuo lento / guaìme, il tuo fulvo pineto / con gli aghi e le pine far vaghi / accordi, e sonar come sistri / il grande oro tuo frumentario. / Ma odo anche un rombo lontano / che dice: «Son qua,Ulisside.» / Madre, Madre, fa che più forte / e lieto io sia, quando la voce / del dèspota ch’io ben conosco, / che udii tante volte, la maschia / voce nel mio cor solitario / griderà: «Su, svégliati! È l’ora. / Sorgi. Assai dormisti. L’amico / divenuto sei della terra? / Odi il vento. Su! Sciogli! Allarga! / Riprendi il timone e la scotta; / ché necessario è navigare, / vivere non è necessario.» (XXI 108-126).

[vv.22-34] La seconda delle due strofe lunghe che costituiscono il componimento si apre ancora con una scansione simmetrica, questa volta in cinque distici, ognuno dei quali introduce un’interrogativa retorica tesa a dimostrare che nessuno più del poeta ha atteso, amato, compreso e gioito dei multiformi aspetti della natura o è stato da lei ferito: nessuno meglio di lui è perciò atto a cantarla.

[vv.35-42] Utilizzando le immagini derivate dal mito di Dioniso l’allocuzione conclusiva alla vita mette l’accentò sul vitalismo totale, sull’ebbrezza dionisiaca dell’adesione del poeta alla vita. ‘Di nuovo si ha una costruzione basata su ostentate simmetrie: tutti i suoi tirsi a inizio e fine della esclamativa (vv.35 e 42), la comparazione introdotta dal come. Molto caricata l’allitterazione basata sulla dentale sorda t che culmina in di te, o Vita (v.37) per sottolinearne la posizione dominante.