FRIEDRICH HOLDERLIN BIOGRAFIA

FRIEDRICH HOLDERLIN BIOGRAFIA

FRIEDRICH HOLDERLIN BIOGRAFIA


Hölderlin scrisse numerose poesie, e la tragedia in versi La morte di Empedokles (Der Tod des Empedokles), giuntaci in tre redazioni successive (1797-1799), incompiuta. Nel suicidio del filosofo greco, rappresenta il desiderio di immolarsi per la redenzione degli uomini ma anche l’ambizione di uguagliarsi ai celesti.

Romanzo epistolare è Hyperion o L’eremita in Grecia (Hyperion oder der Eremit in Griechenland): la prima stesura risale al 1793, quella definitiva al 1797-1799. Il giovane greco Hyperion invia dalla Grecia all’amico Bellarmino lettere cariche di un’amara delusione. Allevato nel culto della Grecia antica dal maestro Adamas, è offeso dalla realtà meschina e ottusa di ciò che incontra. E’ amico del maturo e energico Alabanda, di cui apprezza la fervida attività. Si deve separare da lui, trova riparo presso il vecchio Notara e sua figlia Diotima che gli appare l’incarnazione di ogni perfezione e di ogni bellezza. Tra Hyperion e Diotima nasce un amore esaltante. Hyperion è giovane, vuole battersi per l’indipendenza del suo paese contro i turchi, ma la ferocia della guerra lo disgusta. Al suo fianco ritrova l’amico Alabanda. Gravemente ferito, decide di tornare da Diotima. Ma l’amata Diotima è morta d’amore per lui. Si rifugia in Germania, sede di un disumano attivismo e di una umanità alienata, tra pedanti e illiberali. Promettendo a sé stesso un avvenire di poeta e di educatore, trova pace nella contemplazione della più segreta armonia della natura e del cosmo.

Hölderlin è però più famoso per la produzione lirica. Essa inizia con inni di imitazione schilleriana, che cantano i grandi ideali dell’umanità: Inno all’umanità (Hymne an die Menschheit, 1791), Inno all’amore (Hymne an die Liebe). Già nel periodo francofortese si avvicina ai metri della poesia classica antica. La natura diventa per lui capace di liberare l’uomo dall’irrigidimento storico-sociale: Al dio del sole (Dem Sonnengott), Fantasia a sera (Abendphantasie). Attraverso riferimenti a figure della mitologia greca, Hölderlin cerca di dare concretezza a esperienze sue e del presente: Natura e arte o Saturn e Jupiter (Natur und Kunst oder Saturn und Jupiter), Ganymed. Nelle odi Alle Parche (An die Parzen) e Canto del destino di Hyperion (Hyperions Schicksalslied) Hölderlin la coscienza della propria tragica grandezza. Culmine del simbolico rapporto con il mondo antico è l’ode L’arcipelago (Der Archipelagus, 1800). Altre poesie, come Pane e vino (Brot und Wein), sono rivolte alla nazione tedesca e hanno come tema il rapporto storico tra oriente e occidente, sapienza pagana e verità cristiana. Attraverso le strofe pindariche di Come un giorno di festa… (Wie wenn am Feiertage…, 1800) il destino di Dioniso e quello del poeta si identificano. Di qui la tematica degli inni successivi, dove la Festa, la Redenzione, la Resurrezione accompagnano le figure di Napoléon (il “conciliatore”), di Cristo (nunzio del divino), dell’Aquila giovannea, del Poeta. Sono le grandi liriche scritte nel 1801-1802: L’unico (Der Einzige), Il Rhein (Der Rhein), La migrazione (Die Wanderung), Patmos le cui successive redazioni testimoniano la progressiva demenza di cui fu affetto Hölderlin. Dopo, con l’irrompere della malattia, Hölderlin scrisse ancora testi di altissima qualità poetica come Ricordo (Andenken, 1803). Ma si tratta di testi sempre più indecifrabili e sconnessi, frammenti che emergono da una mente fusa. I versi scritti nel 1807-1843 sono raccolte nelle Poesie della torre: per lo più descri zioni di paesaggi nel variare delle stagioni e brevi riflessioni edificanti.

La concezione dell’arte

L’ideale dell’uomo, per Hölderlin, è ritrovarsi in unione col tutto. Poiché la natura è pervasa da vita infinita, la grandezza dell’uomo si celebra quand’egli riesce ad identificarsi con questa vita, ad avvertire in sé la vita dell’universo. L’armonia tra l’uomo e l’universo fu vissuta, in modo immediato, nell’antica Grecia, in cui l’arte – che è segno distintivo di questa armonia – espresse, nella bellezza delle forme finite, l’infinito, l’essenza divina della natura.

La storia umana, tuttavia, è la storia della rottura di quell’armonia e dei tentativi effettuati per riconquistarla. Infatti l’uomo, per conoscere se stesso, si distacca dall’unità con la natura. Nel centrare lo sguardo su se stesso, al fine di prendere piena consapevolezza dei suoi poteri spirituali, della sua capacità di dare ordine e significato «soggettivo» – con la conoscenza e con l’azione – alla realtà naturale, è costretto a porre la natura di fronte a sé, diversa da sé. La cultura, quindi, che consiste nei tentativi che l’uomo compie per conoscere sé e la natura come realtà autonome, implica la scissione di quella unità. Ma l’uomo è parte della natura, è egli stesso naturalità; quindi la cultura non può portare al pieno e integrale compimento dell’umanità. Tuttavia la cultura non può essere esclusa dalla vita umana, perché nemmeno la naturalità dell’uomo rappresenta la sua pienezza umana. Dunque solo l’arte concilia e armonizza cultura e natura, perché nella creazione artistica la natura si lascia «formare dall’uomo mentre l’uomo si lascia `plasmare’ dalla natura». Cosí la natura si umanizza e l’uomo si naturalizza; le distanze vengono annullate e nasce l’armonia come effetto di un processo di consapevole riconquista. Nell’arte gli opposti perdono i loro specifici caratteri: la natura non è piú dominatrice assoluta dell’uomo, e l’uomo la comprende e la assimila nel suo spirito, rendendola realtà spirituale.

Ma nella storia dell’uomo la condizione artistica è un momento eccezionale, non ordinario; normalmente l’uomo vive il disagio della separazione: natura e cultura sembrano mondi inconciliabili. Tanto che, storicamente, l’uomo si è sempre proposto, alternativamente, due ideali opposti di umanità; talvolta ha posto a suo scopo ultimo la estrema semplicità naturale di vita, talaltra ha teorizzato l’aspirazione ad una piena e totale cultura.

Vi sono due ideali della nostra esistenza: una condizione di estrema semplicità in cui i nostri bisogni si accordano con se stessi, con le nostre forze, con tutto ciò con cui ci troviamo in relazione, grazie alla pura e semplice organizzazione della natura, senza nostro intervento; e una condizione di estrema cultura, in cui la stessa cosa avverrebbe in virtù di bisogni e di forze infinitamente moltiplicati e rafforzati, attraverso l’organizzazione che noi stessi siamo capaci di darci.

(Iperione. Prefazione al «Thalia-Fragment»)

Ma nessuna delle due singole condizioni soddisfa l’uomo, il quale, quando ha raggiunto una sufficiente cultura, tenta un ritorno alla semplicità della natura, e viceversa. Se la linea di tendenza della civiltà si dirige verso una sempre piú piena cultura, l’esigenza della naturalità rispunta di continuo, rimettendo in discussione le conquiste effettuate. L’arte si rivela proprio quando la separazione tra natura e cultura si fa piú acuta, nei periodi di passaggio da un ideale all’altro. In queste epoche essa testimonia la indispensabilità e la possibilità di un’armonizzazione degli opposti.

I poeti, per lo più, si sono formati all’inizio o alla fine di un’età del mondo. Col canto i popoli scendono dal cielo della loro fanciullezza nella vita attiva, sulla terra della civiltà. Col canto ritornano di qui alla loro vita originaria. L’arte è il trapasso dalla natura alla cultura e dalla cultura alla natura.

(Iperione. «Pensieri»)

Alla sua epoca Hölderlin assegna il compito di restaurare il paradiso perduto, la ricomposizione in unità dell’uomo, della sua duplice aspirazione. Ma questo fine non sarà mai raggiunto. La stona dell’uomo, infatti, è, sí, segnata dal progresso, ma questo progresso – come sosterrà Fichte – è infinito. Inoltre, la delusione politica per il crollo delle speranze rigeneratrici, l’involuzione culturale e politica dei tedeschi, e la morte della donna amata gli fanno conoscere il tempo della notte, l’assenza del divino, l’esilio degli dèi: l’uomo, come nel “Canto del destino di Hyperion” precipita in un baratro senza fondo. Ciò spezza la coscienza stessa di Hölderlin che trascorre gli ultimi decenni nella demenza.

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