FIRENZE ETA COMUNALE

FIRENZE ETA COMUNALE

FIRENZE ETA COMUNALE


Firenze cominciò a elevarsi solo dopo la morte della contessa Matilde, avviandosi a costituirsi come libero comune. I primi segni di una sua vera attività politica sono le guerre che dovette sostenere contro Fiesole, assoggettata nel 1125, contro Pisa e Siena (entrambe storicamente ghibelline) e le lotte dei cittadini contro i feudatari del contado (Alberti, Adimari, Carolingi, e altri) che a poco a poco furono vinti. Attraverso quelle lotte cominciarono a formarsi le prime magistrature del comune, affermatosi indipendente e sovrano sulle rovine del governo dei marchesi, approfittando dell’impossibilità in cui si trovarono papi e imperatori a imporre la loro autorità in Toscana di fronte al prorompere della vita comunale. In effetti questo impulso trova la sua origine negli scambi con il nord dell’Europa, ove già a quell’epoca esisteva già la Lega Anseatica. Invano vennero convocate diete per frenare questo movimento che tendeva sempre più a rendere le città indipendenti dai legati imperiali, dai messi pontifici e dall’aristocrazia feudale. È evidente come l’Impero vedesse in questo nuovo spirito libertario e indipendentistico una minaccia allo status quo vigente. Fu un periodo di mirabile progresso, fra il sec. XI e il XII, nel quale il vescovo poté rafforzare la sua giurisdizione, i cittadini nobili di origine feudale consolidarono la loro proprietà rurale con il venire meno della distinzione fra terre feudali e terre allodiali e i mercanti apersero nuove vie alla loro attività industriali e mercantili.

Nella magistratura consolare, le cui prime tracce risalgono ai 1138, predominarono nei primo periodo dello sviluppo comunale le famiglie gentilizie, sostenute per qualche tempo anche dalle altre classi sociali più forti e più progredite, gli ecclesiastici cioè e i più ricchi mercanti, come quelli di Calimala. La politica estera espansionistica, completamente libera dopo la morte della contessa Matilde, aveva portato alla guerra e alla sconfitta di Fiesole (1125). Essa venne presentata spesso sotto lo stesso aspetto della guerra di Roma contro Alba Longa, mentre in realtà la guerra fiesolana è un episodio della lotta dei cittadini contro i signori del contado, i conti Guidi, e un aspetto della lotta diretta contro un’eventuale restaurazione imperiale. A questo tempo (prima metà del sec. XII) si riferisce la lode encomiastica di Dante che ricorda per bocca del suo trisavolo Cacciaguida il buon tempo antico delle oneste e virtuose costumanze.

Questo sviluppo dell’autonomia e dell’espansione del comune subì un arresto durante gli anni fortunati della politica di Federico Barbarossa, restauratore dei diritti imperiali nel contado, non nella città; ma presto riprese dopo la battaglia di Legnano (1176) con nuove vittorie. La stessa posizione nel centro della valle dell’Arno, e i suoi interessi economici, segnavano le direttive per i rapporti di Firenze con i comuni d’Arezzo e di Pisa, di Siena, di Pistoia, di Lucca. Pistoia era uno dei punti più importanti per passare dall’Italia centrale nella settentrionale, da Firenze a Bologna; Siena era una delle vie più notevoli per Roma; Arezzo aveva grande importanza per il possesso del bacino dell’alto Arno, del Casentino e per le comunicazioni con la valle del Tevere; Pisa impediva ai Fiorentini l’accesso al mare. Fu aperta ai Fiorentini la via di Pisa con l’assoggettamento di Empoli (1182) e quella della Romagna con le lotte vittoriose nel Mugello (1184). La nuova importanza di Firenze venne sancita dalla preminenza che essa conseguì nella Lega guelfacostituitasi fra le maggiori città toscane a San Ginesio (1197) alla morte di Enrico VI, il quale dieci anni prima aveva riconosciuta l’autonomia della città, fissando anche limiti ben definiti alla giurisdizione di essa nel contado. Le città collegate si impegnavano a non riconoscere alcun imperatore, re, duca o marchese che non fosse accetto al pontefice e ponevano il loro patto sotto gli auspici di Innocenzo III. Fu il principio dell’egemonia di Firenze sulle altre città della Toscana, che venne conseguita con le guerre combattute e vinte nel sec. XIII. La popolazione cittadina allora venne aumentando, sia perché i feudatari vinti dovettero risiedere almeno per una parte dell’anno in città, sia perché a essa affluivano le popolazioni rurali per sottrarsi al dominio feudale.

Anche la costituzione politica venne mutando, in quanto alla magistratura consolare si sostituì quella del podestà unico (1193, Gherardo Caponsacchi) e, poco più tardi, per garanzia di imparzialità fra le opposte fazioni che cominciavano a turbare la vita cittadina, si ricorse al podestà forestiero (1207).

La spiegazione delle origini della lotta civile fra guelfi e ghibellini è assai semplicistica nei cronisti. Buondelmonte dei Buondelmonti avendo ucciso in una festa Oddo Arrighi dei Fifanti (1215), per mantenere la pace fra i grandi si convenne che egli sposasse una Amidei nipote dell’ucciso. Ma Buondelmonte non mantenne la parola data e sposò una Donati. Gli Amidei allora ordirono una congiura con i Fifanti, gli Uberti, i Lamberti e altri nobili di origine feudale e di parte imperiale, e uccisero il Buondelmonte, per consiglio specialmente di Mosca dei Lamberti. Questa uccisione fu considerata come causa del divampare della lotta fra guelfi e ghibellini; ma dietro l’episodio si nascondono le ragioni più vere della lotta fra le opposte fazioni, che aveva cause più profonde e più lontane, specialmente nel contrasto di interessi fra la proprietà immobiliare degli uni e la ricchezza mobiliare degli altri.

Data l’origine guelfa del comune di Firenze lo sviluppo ulteriore della vita cittadina e della sua potenza economica e politica era strettamente legato alle prospere o avverse vicende dei guelfi. Il guelfismo trionfante stava a significare il trionfo del popolo delle Arti (soprattutto quelle maggiori, dette anche del Trivio: medici, notai e avvocati). Da esse dipendeva la partecipazione del pubblico al potere contro i feudatari, prevalentemente ghibellini, in quelli che – a loro modo di vedere – non erano altro che ripetuti tentativi reazionari di mantenere lo status quo retrogrado e medievale. In realtà le cose erano allora ben più complicate (e, sottolineo, allora, poiché vorrei che il mio ghibellinismo strisciante non sembrasse in conflitto d’interesse). Del resto non c’è bisogno di dimostrare come molta della storiografia del secondo dopoguerra italiano, lungi dall’essere di sinistra, cercò di legittimare le posizioni della Chiesa sotto tutti i punti di vista, anche in un’ottica retrospettiva. Ma restiamo sui fatti dell’epoca. Il vecchio concetto di feudalesimo non resse alla crisi del tempo solo perché le spinte economiche globalizzanti ebbero la meglio su una visione dell’economia più “localistica”. Fin qui nulla da eccepire, in quanto non voglio certo assurgere in questa sede al ruolo di colui che critica o tende a distruggere il significato della vittoria del guelfismo nei confronti del ghibellinismo. Il punto è che noi stiamo qua a commentare i fatti avvenuti ottocento anni fa con un’ottica che ci dà la prospettiva giusta delle cose. E la storia scritta dai vincitori è troppo facile da commentare. Ma il ghibellinismo all’epoca non era (o almeno: non solo) il tentativo di mantenere in vita un sistema che si reggeva sull’evidente dispotismo del feudatario nei confronti del “terzo stato”. Anche in questo caso il senno di poi ci viene in aiuto: al dominio dei pochissimi (i feudatari) si sostituì il dominio dei pochi (notai, medici, avvocati). Certo, era un passo avanti in direzione di uno stato democratico tuttavia c’è da chiedersi se tanto entusiasmo per il guelfismo che si legge sui libri di storia sarebbe stato avallato dalla gente comune che viveva all’epoca. La risposta sarebbe arrivata qualche anno dopo, nel 1378 con il cosiddetto tumulto dei Ciompi(vedere la quarta sezione), in cui il popolo di Firenze chiedeva maggiori poteri decisionali all’interno delle assise rappresentative del comune.

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