FEDERICO TOZZI

FEDERICO TOZZI

La vita e l’opera

Federico nasce a Siena nel 1883 (dunque è di una ventina d’anni più giovane di Svevo e Pirandello) da un padre autoritario e violento (Federico, detto Ghigo: l’infanzia del figlio ne risulterà traumatizzata e la sua figura sarà riprodotta con evidenza nel romanzo Con gli occhi chiusi, ma se ne avvertirà la presenza anche in altre opere, ad esempio nel romanzo Il podere), che si è arricchito gestendo una trattoria a Siena e acquistando dei poderi in campagna; la madre, mite e sofferente di epilessia, morirà precocemente nel 1895 (anche la sua figura sembra riprodotta in Con gli occhi chiusi). Federico, di temperamento ribelle, frequenta prima l’istituto di Belle Arti (da cui sarà espulso), poi le scuole tecniche, ma senza alcun risultato. Nel 1900 si iscrive al partito socialista (se ne staccherà nel 1904, in coincidenza con la guarigione dalla cecità, dovuta ad una malattia venerea). Ha una relazione con la contadina Isola (la Ghisola di Con gli occhi chiusi), conosciuta da bambino nel podere paterno di Castagneto (Poggio a’ Meli del suddetto romanzo); la ritroverà a Firenze, incinta di un altro uomo. Nel 1907 si impiega alla stazione di Pontedera (Pisa), e da questa esperienza nascerà il romanzo-diario Ricordi di un impiegato. Nel 1908 sposa Emma Palagi (con cui ha avviato una corrispondenza epistolare, dopo avere risposto ad un suo annuncio su un giornale): è infatti morto il padre, che si opponeva alla relazione. Vende la trattoria e si stabilisce a Castagneto (le vicende ereditarie e la sua gestione del podere sono riprodotte ne Il podere): si dedica all’attività letteraria (fino al 1914, è il cosiddetto “sessennio” di Castagneto: scrive poesie e altre cose di influenza dannunziana; da tale influenza si dichiarerà libero come dal “mal francioso”, nel 1913, anno di stesura di Con gli occhi chiusi). Si distacca dal socialismo e con l’amico Domenico Giuliotti fonda la rivista “La Torre”, di ispirazione cattolico-razionaria. Nel 1914 si reca a Roma, dove risiede fino al 1920 (è il cosiddetto “sessennio” romano). Frequenta Borgese (che lo spinge a dedicarsi al romanzo di tipo tradizionale) e Pirandello. Nel 1917 presso Treves pubblica Bestie (enigmatica raccolta di prose narrative lirico-simboliche), quindi Con gli occhi chiusi, poi nel 1920 (anno della morte per polmonite) Tre crociIl podere e Ricordi di un impiegato saranno pubblicati postumi a cura di Borgese.

La fortuna critica

Borgese fu il primo a valorizzarlo, ritenendolo però un romanziere di tipo “oggettivo”, un continuatore della stagione naturalista e verista; pertanto indicava come capolavoro Tre croci, che più corrispondeva alla sua interpretazione. Ma la scoperta di Tozzi come romanziere originale, tutt’altro che naturalista, si deve ad uno studio del 1963 di De Benedetti, che, con una lettura psicanalitica, particolarmente di Con gli occhi chiusi (Tre croci lo riteneva un passo indietro), ne scopriva l’attenzione per le manifestazioni dell’inconscio, la predilezione per personaggi disadattati, inetti destinati al fallimento, e lo associava niente meno che a Kafka (anche lui traumatizzato dal conflitto con un padre autoritario, come appare evidente dalla Lettera al padre). Successivamente si riconobbe anche che Tozzi non era culturalmente sprovveduto, anzi si era proprio interessato agli aspetti psicologici del comportamento, leggendo il filosofo americano William James e autori francesi fra cui Charcot (presso il quale aveva studiato lo stesso Freud), e si scoprì il carattere fortemente innovativo della sua scrittura, fondata sulla rappresentazione delle pulsioni oscure (e misteriose) dell’inconscio e quindi caratterizzata da forme espressive visionarie, discontinue, alogiche, senza cura dei nessi oggettivi.

La poetica

Si parla di una poetica del “qualunque misterioso atto nostro”, enunciata in un articolo del 1919, Come leggo io, in cui Tozzi dichiara di avere interesse, in un romanzo, non per le azioni eclatanti (un omicidio, un suicidio), ma per azioni apparentemente insignificanti (il “misterioso atto nostro”: ad esempio, un uomo che si ferma per strada a raccogliere un sasso), e di ignorare le trame, prediligendo “qualche pezzo dove lo scrittore sia riuscito ad indicarmi una qualunque parvenza della nostra fuggitiva realtà”. Ecco dunque che l’impalcatura tradizionale del romanzo, fondata su personaggi oggettivi e ambienti descritti con precisione realistica, è svuotata: la narrazione, apparentemente esterna, risente del punto di vista allucinato e deformante dei personaggi, dei quali la scrittura frammentaria, paratattica, segue disordinatamente il flusso dei pensieri e delle sensazioni.

I romanzi

Bestie è un’opera costituita da una serie (69) aforismi o frammenti, in cui compare sempre un animale. Ma è una comparsa quasi sempre casuale, priva di significato, comunque difficile da interpretare. Manca una vicenda unitaria, prevalgono le tematiche del disadattamento e dell’esclusione. L’unico riferimento per delineare un senso è la comparsa dell’allodola, sia nel primo che nell’ultimo frammento: l’allodola sembra indicare un bisogno di innalzamento, di fuoriuscita dalla falsità del mondo degli uomini per ritrovare un senso nell’armonia con la natura (e dunque gli aforismi intermedi denunciano la mancanza di un senso o comunque l’impossibilità di trovarlo).

Il podere (romanzo evidentemente autobiografico) ha per protagonista Remigio Selmi che, alla notizia della morte del padre, lascia l’impiego presso una stazione ferroviaria e si stabilisce nel podere che ha ereditato. Ma qui dimostra tutta la sua inettitudine, non sa fare il padrone, si fa ingannare dai sottoposti e dalla vecchia amante del padre, che rivendica diritti sull’eredità. Finisce per perdere tutto (questo non sembra che sia successo a Tozzi nella realtà) e addirittura viene ucciso, senza una comprensibile ragione, da Berto, un contadino sottoposto che gli è inspiegabilmente ostile (è dunque un altro “atto misterioso”, e Berto è un personaggio in cui agiscono le pulsioni del profondo). La scrittura è caratterizzata da un uso insistito e anomalo del punto e virgola, al posto della virgola; un uso che separa le proposizioni, creando irregolarità sintattiche, segnalando una tensione emotiva che si manifesta nella volontà di disgregazione.

Con gli occhi chiusi (scritto nel 1913 e pubblicato nel 1919) è senz’altro il romanzo più innovativo, sia per le tematiche (conflitto col padre, inettitudine), sia per le strutture formali (è diviso in paragrafi di lunghezza disuguale, ci sono digressioni, sottolineatura di eventi marginali, intrusione di materiali onirici, passaggi privi di logica che riflettono le nevrosi del protagonista, il suo squilibrato rapporto con il reale). Pietro Rosi, l’adolescente protagonista della storia – fortemente autobiografica –  vive un rapporto difficile con il padre (Domenico), autoritario e violento (un padre che inibisce la piena virilità del figlio, come si arguisce dall’episodio della castrazione degli animali[1] e da quello della prova del cavallo[2]); la madre (Anna) vorrebbe proteggere il figlio, ma è troppo debole e subisce rassegnata la violenza del marito[3]. Pietro si invaghisce, in modo “confuso e torbido”[4], di Ghisola (nipote di salariati che lavorano nel podere del padre), una fanciulla scaltra che alla fine, incinta di un altro uomo, cerca di farsi sposare da Pietro attribuendogli il figlio; a questo fine Ghisola dovrebbe avere un rapporto sessuale con lui, ma Pietro rifiuta (vuole rispettare la supposta purezza di lei) e quindi, quando la vede con il ventre gravido in una casa di appuntamenti, capisce la verità; “quando si riebbe dalla vertigine violenta che l’aveva abbattuto ai piedi di Ghisola, egli non l’amava più”, così si conclude il romanzo. Il senso del titolo allude forse alla condizione di Pietro, cieco di fronte alla realtà, incapace di vederla e comprenderla (e di fatto, nei momenti di inerzia e sconforto, sta sdraiato sul letto “con gli occhi chiusi”).

Tre croci (scritto nel 1918, edito nel 1920, con dedica a Pirandello) è un “romanzo cittadino”, in quanto ambientato a Siena. E’ una storia di inettitudine, giacchè tali sono i tre fratelli Gambi (Giulio, Niccolò, Enrico), che hanno ereditato dal padre una libreria antiquaria, ma non la sanno gestire: si indebitano e falsificano delle cambiali; una volta scoperti, Giulio si impicca, Niccolò muore di un colpo apoplettico ed Enrico, ridotto all’accattonaggio, muore di stenti in un ospizio. Due nipoti (Lola e Chiarina), insieme alla moglie di Niccolò (Modesta), depongono tre croci sulle loro tombe.

II padre-padrone umilia il figlio in vari modi, rinfacciandogli l’inettitudine: per essersi fatto mandare via dalla scuola, per non saper comandare i sottoposti, per non essere capace di scegliere la donna giusta da sposare (tant’è che, dice, bisognerà che la prenda lui una nuova moglie). L’episodio si conclude con la scena fortemente emblematica della castrazione di un gatto (ma il padre faceva castrare tutte le bestie del podere): l’autore non pone alcuna relazione esplicita fra questa operazione e la condizione di Pietro, ma è evidente come a quegli animali si senta oscuramente assimilato il figlio, vittima anche lui di una castrazione da parte del padre.

Pietro vede Ghisola e si sente “esaltare”; nel suo modo contorto, vorrebbe parlarle, corteggiarla, ma lei lo respinge perché, dice, “c’è suo (di lui) padre”; infatti Domenico arriva e bruscamente dice a Pietro di sciogliere il cavallo e farlo girare; ma Pietro, sotto gli occhi di tutti e soprattutto di Ghisola, non ci riesce; Domenico punta la frusta al naso del figlio e, dopo avergli dato dell’incapace, provvede lui a far girare il cavallo; quindi, sempre bruscamente, dice al figlio di pulirsi “il labbro di sotto” e di salire con lui sul calesse; Pietro vorrebbe fare un cenno di saluto a Ghisola, ma lei “era così attenta al padrone che aggrottò le sopracciglia”; il calesse parte con Domenico che guida e saluta i sottoposti con un cenno del capo; alle ragazze invece sorride e le tocca “con la punta della frusta  nel mezzo del grembiule”. “E Pietro, con gli occhi socchiusi, si voltava dalla parte opposta, arrossendo”. La figura del padre castratore, inibente la virilità del figlio, ritorna anche qui: alla presenza del padre, Pietro non riesce più a rapportarsi con Ghisola, quindi il fallimento della prova del cavallo, rinfacciatogli dal padre che con sicurezza compie l’operazione, è un’umiliazione della virilità del figlio, un’accusa di impotenza; il tutto si conclude con la scena finale, il cui simbolismo è trasparente: il potere del padre è anche un potere sessuale, e a Pietro non resta che abbassare la testa.

Quando osa difendere il figlio, viene aspramente rimproverata dal padre-padrone. Ma anche gli avventori della trattoria subiscono in qualche modo l’autoritarismo di Domenico, si associano a lui nell’umiliare Pietro (così fa l’impiegato-scrivano, che prima lo deride per la sua idea di andare a scuola di disegno, poi gli lancia una moneta e gli dice di andargli a comprare un sigaro).

Tale è la condizione in cui Pietro si sente alla presenza di Ghisola: alterna momenti di bontà (tiene un pulcino tra le braccia, aiuta le formiche a superare un ostacolo) a momenti di sadismo (nei confronti della ragazza) e di masochismo (calpesta con furia una sua bambola nel fango, la colpisce con un temperino nella coscia e qualche tempo dopo le chiede di fare a lui la stessa ferita).