ETTORE E ANDROMACA

ETTORE E ANDROMACA

Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti.


Dunque gli venne incontro, e con lei andava l’ancella, portando in braccio il bimbo, cuore ingenuo, piccino, il figlio d’Ettore amato, simile a vaga stella. Ettore lo chiamava Scamandrio, ma gli altri Astianatte, perché Ettore salvava Ilio lui solo. Egli, guardando il bambino, sorrise in silenzio: ma Andromaca gli si fece vicino piangendo, e gli prese la mano, disse parole, parlò così: “Misero, il tuo coraggio t’ucciderà, tu non hai compassione del figlio così piccino, di me sciagurata, che vedova presto sarò, presto t’uccideranno gli Achei,

balzandoti contro tutti: oh, meglio per me scendere sotto terra, priva di te; perché nessun’altra dolcezza, se tu soccombi al destino, avrò mai, solo pene! Il padre non l’ho, non ho la nobile madre. Il padre mio Achille glorioso l’ha ucciso, e la città ben fatta dei Cilici ha atterrato Tebe alte porte; egli uccise Eezione, ma non lo spogliò, ché n’ebbe tema in cuore; e lo fece bruciare con le sue armi belle, e gli versò la terra del tumulo sopra; piantarono olmi intorno le ninfe montane, figlie di Zeus egioco. Erano sette i miei fratelli dentro il palazzo: ed essi tutti in un giorno scesero all’Ade di freccia, tutti li uccise Achille glorioso rapido piede, accanto ai buoi gambe storte, alle pecore candide. La madre – che regnava – sotto il Placo selvoso – poi che qui la condusse con tutte le ricchezze, la liberò, accettando infinito riscatto, ma là in casa del padre, la colpì Artemide arciera. Ettore, tu sei per me padre e nobile madre e fratello, tu sei il mio sposo fiorente; ah, dunque, abbi pietà, rimani qui sulla torre, non fare orfano il figlio, vedova la sposa; ferma l’esercito presso il caprifico, là dove è molto facile assalir la città, più accessibile il muro; per tre volte venendo in questo luogo l’hanno tentato i migliori compagni dei due Aiaci, di Idomeneo famoso, compagni degli Atridi, del forte figlio di Tideo: o l’abbia detto loro chi ben conosce i responsi, oppure ve li spinga l’animo stesso e li guidi!” E allora Ettore grande, elmo abbagliante, le disse: “Donna, anch’io, sì, penso a tutto questo; ma ho troppo rossore dei Teucri, delle Troiane lungo peplo, se resto come un vile lontano dalla guerra.

Né lo vuole il mio cuore, perché ho appreso a esser forte sempre, a combattere in mezzo ai primi Troiani, al padre procurando grande gloria e a me stesso. Io lo so bene questo dentro l’anima e il cuore: giorno verrà che Ilio sacra perisca, e Priamo, e la gente di Priamo buona lancia: ma non tanto dolore io ne avrò per i Teucri, non per la stessa Ecuba, non per il sire Priamo, e non per i fratelli, che molti e gagliardi cadranno nella polvere per mano dei nemici, quanto per te, che qualche acheo chitone di bronzo, trascinerà via piangente, libero giorno togliendoti: allora, vivendo in Argo, dovrai per altra tessere tela, e portar acqua di Messeide o Iperea, costretta a tutto: grave destino sarà su di te. E dirà qualcuno che ti vedrà lacrimosa: -Ecco la sposa d’Ettore, ch’era il più forte a combattere fra i Troiani domatori di cavalli, quando lottavan per Ilio!- Così dirà allora qualcuno, sarà strazio nuovo per te, priva dell’uomo che schiavo giorno avrebbe potuto tenerti lontano. Morto, però m’imprigioni la terra su me riversata, prima ch’io le tue grida, il tuo rapimento conosca!” E dicendo così, tese al figlio le braccia Ettore illustre: ma indietro il bambino, sul petto della balia della cintura si piegò con un grido, atterrito dall’aspetto del padre, spaventato dal bronzo e dal cimiero chiomato, che vedeva ondeggiare terribile in cima all’elmo. Sorrise il caro padre, e la nobile madre, e subito Ettore illustre si tolse l’elmo di testa, e lo posò scintillante per terra; e poi baciò il caro figlio, lo sollevò fra le bracia, e disse, supplicando a Zeus e agli altri numi: “Zeus, e voi numi tutti, fate che cresca questo mio figlio, così come io sono, distinto fra i Teucri,

così gagliardo di forze, e regni su ilio sovrano; e un giorno dica qualcuno: -E’ molto più forte del padre!-, quando verrà dalla lotta. Porti egli le soglie cruente del nemico abbattuto, goda in cuore la madre!” Dopo che disse così, mise in braccio alla sposa il figlio suo; ed ella lo strinse al seno odoroso, sorridendo fra il pianto; s’intenerì lo sposo a guardarla, l’accarezzò con la mano, le disse parole, parlò così: “Misera, non t’affliggere troppo nel cuore! nessuno contro il destino potrà mai gettarmi nell’Ade; ma la Moira, ti dico, non c’è uomo che possa evitarla, sia valoroso o vile, dal momento ch’è nato. Su, torna a casa, e pensa all’opere tue, telaio, e fuso; e alle ancelle comanda di badare al lavoro; alla guerra penseran gli uomini tutti e io sopra tutti; quanti nacquero ad Ilio” Parlando così, Ettore illustre riprese l’elmo chiomato; si mosse la sposa sua verso casa, ma voltandosi indietro, versando molte lacrime; e quando giunse alla comoda casa d’Ettore massacratore, trovò dentro le molte ancelle, e ad esse tutte provocò il pianto: piangevano Ettore ancor vivo nella sua casa, non speravano più che indietro dalla battaglia sarebbe tornato

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