Età degli Antonini

Età degli Antonini

Età degli Antonini

La cosiddetta età antonina rappresentò, nell’ambito dell’intera storia romana, uno dei momenti migliori, forse l’ultimo, dei due “secoli d’oro” dell’Impero romano.


Uno dei massimi titoli di gloria nella storia romana per quanto riguarda sapienza amministrativa, capacità di largire pace, sicurezza, buoni ordinamenti, facilità di scambi culturali. Trapelano, insieme al perduto spirito della Roma dei grandi imperatori (Scipione, Cesare, Augusto) notizie di gravi sciagure, che sminuiscono l’impressione di complessiva felicità. Finisce in quest’epoca il lungo contrasto tra principe e senato, e regna l’ordine, ma a Roma non c’è più una classe dirigente attiva.

In questo periodo, come vediamo per il famoso filosofo Marco Aurelio, c’è una grande riscoperta della cultura, della lingua e della mentalità greca, la cosiddetta Rinascenza ellenica, già affermatasi in periodi precedenti, assume ora un atteggiamento di più rigida fedeltà alle tradizioni dell’Atene dei secoli V e Vi a.C.

Nasce la Seconda Sofistica, che dei sofisti seppe più che altro riprendere gli aspetti più criticati, la bella forma e l’ingegnosa arte oratoria. Questo uso della lingua greca porta nei letterati latini a quello che viene chiamato attivismo romano, ovvero il ritorno alle cadenze espressive e al lessico degli scrittori arcaici. Si forma così un paradosso tra la cultura ellenica, così permeata dell’età della prosa, e i seguaci della cultura latina, proprio di quei periodi più vicini alla primitiva rozzezza, tentando di distaccarsi invece dai periodi più ellenisticamente influenzati, vengono ripresi alcuni autori, come Catone che avevano più avversato il connubio tra civiltà ellenica e romana. Quindi proprio nel momento in cui la Grecia più aveva da offrire a livello filosofico e poetico e che i secondi sofisti pretendono di risuscitare lo spirito della grecità, Roma rimaneva del tutto sorda al richiamo.

Questo disinteresse era dato anche dall’irruzione nelle lettere latine dei retori africani. La personalità più completa ed interessante è Apuleio di Madaura, il quale meglio di tutti gli altri scrittori latini, seppe recare in primo piano il palpito mistico che scuoteva l’anima in quella torbida età di transizione.

La civiltà pagana quindi, con spirito greco e veste latina, si esauriva nello stravagante romanzo di Apuleio, le lettere latine invece, cominciano ad avere l’ultima rigogliosissima primavera, quella degli scrittori cristiani.

La fine di quest’età è segnata dal regno di Commodo, preludio del passaggio del regime imperiale da monarchia autocratica a dispotismo militare.

L’ambiente storico e culturale

Visse in uno dei maggiori periodi di stabilità economica e politica dell’impero romano: dopo Adriano, Antonino Pio, e poi suo figlio adottivo Marco Aurelio, resse le sorti dell’impero in un clima di sicurezza e di pace.

L’Africa fu la provincia che diede di più il suo apporto culturale.

Ma proprio all’interno di quest’isola di benessere serpeggiavano i germi della crisi futura che culminarono poi nella pazzia della figura che andava a chiudere la stirpe, Commodo.

Il II secolo fu dominato del movimento della «Seconda Sofistica» o «Neo-sofistica», la quale tendeva al recupero di forme letterarie e linguistiche, di atteggiamenti del passato e realizzava risultati che furono, nella sostanza, per lo più mediocri o frivoli o vacui, ma che, apparentemente, provocarono anche un risveglio di motivi e di generi letterari e una ricerca non infruttuosa di forme e di campi di indagine nuovi.

«Epoca razionalisticamente fredda e negatrice di ogni assoluto e insieme fremente di ansia dell’imperscrutabile, attaccata ad una terrestrità quotidiana e insieme aperta ad esperienze magiche ed iniziatiche, conservatrice del vecchio Olimpo e anticipatrice dell’estasi irrazionale di Plotino: un intreccio di scienza e impostura, di filosofia e religione, di cultura e di arte; imbevuta di raffinato e stanco ellenismo e turgida della vivida vitalità di alcune province romane.»