EPISODIO DELLE ARPIE NELLE ARGONAUTICHE

EPISODIO DELLE ARPIE NELLE ARGONAUTICHE

II, 178-241, 262-300

Su quella riva abitava Fineo, figlio di Agenore,

che fra tutti gli uomini subì le pene più atroci,

per l’arte profetica che gli donò un tempo il figlio di Leto;

non ebbe alcun ritegno nemmeno a rivelare agli uomini

precisamente il sacro pensiero del figlio di Crono.

E perciò il dio gli assegnò una vecchiaia lunghissima,

e gli tolse la dolce luce degli occhi e non gli permise

di gustare i molti cibi che gli portavano a casa i vicini,

chiedendogli una profezia; perché, piombando

attraverso le nuvole, le Arpie glieli strappavano sempre

dalle mani e dalla bocca coi loro rostri e talvolta

non gli lasciavano nulla, talaltra pochissimo cibo,

perché continuasse a vivere e a soffrire.

Però vi spargevano un odore schifoso e nessuno poteva

non solo portarlo alla bocca, ma sopportarlo

da lontano, tale fetore esalavano i resti del pranzo.

Ma quando sentì la voce, il frastuono di un gruppo di uomini,

capì ch’eran giunti quelli che gli avrebbero dato,

secondo i vaticini di Zeus, la gioia del cibo.

Si alzò dal suo letto, come un fantasma nel sogno,

appoggiato al bastone, coi piedi contratti giunse fino alla porta,

tastando i muri, e camminando le membra tremavano

di fragilità e di vecchiaia: il corpo era secco, e duro di sudiciume,

e la pelle teneva insieme soltanto le ossa.

Uscito di casa, piegò le ginocchia sfinite e sedette

sulla soglia dell’atrio; l’avvolse una scura vertigine

e gli parve che la terra girasse intorno a lui dal profondo;

senza parole cadde in un torpore spossato.

Come lo videro, gli eroi gli si raccolsero intorno

stupiti, ed egli, traendo a fatica il respiro

dal profondo del petto, disse parole profetiche:

Ascoltatemi, voi che siete i più prodi di tutta la Grecia,

se siete davvero quelli che per un duro comando regale,

sulla nave Argo, Giasone porta al vello d’oro.

Ma certo lo siete; ancora la mia mente conosce tutte le cose

per scienza divina: ti ringrazio, signore, figlio di Leto,

pure in mezzo ai miei dolorosi travagli.

In nome di Zeus protettore dei supplici, e punitore implacabile

dei malvagi, in nome di Febo, in nome di Era stessa,

che più di tutti gli dei ha cura del vostro viaggio, vi supplico,

datemi aiuto, salvate dalla rovina un uomo infelice,

e non partite lasciandomi abbandonato così come sono.

Non soltanto l’Erinni mi ha calpestato gli occhi

ma a questi mali si aggiunge un altro male più amaro.

Le Arpie mi rapiscono il cibo di bocca

piombando da non so dove, da qualche nido funesto,

e non ho modo di difendermi. Più facilmente

quando ho voglia di cibo, potrei celarlo a me stesso

che a quelle, tanto veloci attraversano l’aria.

Se talvolta per caso mi lasciano un poco di cibo,

manda un odore tremendo, che non si può sopportare.

Nessuno degli uomini potrebbe mai avvicinarsi,

neppure un momento, neppure se avesse il cuore di acciaio.

Ma la necessità mi costringe, amara, insaziabile,

a restare, e non solo, a mettere nel mio maledetto ventre quel cibo.

La profezia divina dice che le cacceranno

i figli di Borea, e non mi sono estranei i miei salvatori,

se è vero che io sono Fineo, un tempo famoso tra gli uomini

per la ricchezza e per l’arte profetica, e mio padre fu Agenore,

e se quand’ero signore dei Traci condussi nella mia casa

quale mia sposa, coi doni nuziali, la loro sorella Cleopatra”.

Così disse Fineo, e una profonda pietà prese ciascuno di loro,

ma più di tutti gli altri i figli di Borea.

Prestato il giuramento, erano entrambi ansiosi di porgergli aiuto.

Subito i più giovani prepararono il pranzo per Fineo,

l’ultima preda offerta alle Arpie, e i Boreadi si misero accanto,

per respingere con la spada l’assalto di quelle.

Il vecchio aveva appena toccato il suo cibo che subito,

come acerbe tempeste, come baleni balzarono

dalle nubi, improvvise, e con immenso stridore

si avventarono sul cibo smaniose: a quella vista gli eroi

diedero un grido, ma quelle, sempre stridendo,

e divorata ogni cosa, volarono oltre il mare, lontano,

e là non rimase altro che un insopportabile odore.

I due figli di Borea brandirono allora le spade

e le inseguirono. Zeus diede loro una forza instancabile:

senza di lui non avrebbero mai potuto seguirle,

perché volavano rapide come tempeste di Zefiro,

sempre, quando andavano verso Fineo o ne ripartivano.

Come quando sui monti i cani esperti di caccia

corrono sulle piste delle capre o dei cerbiatti,

e gli si spingono addosso, ed in cima

alle mascelle serrano i denti a vuoto,

così serrando da presso la Arpie i figli di Borea

cercavano invano, protendendo le dita, di prenderle.

Quando poi le raggiunsero, lontano, alle isole Erranti,

certo le avrebbero fatte a pezzi, contro il volere divino,

se non li avesse visti la rapida Iride e non fosse discesa,

dal cielo, e non li avesse fermati ammonendoli:

Non vi è lecito, figli di Borea, colpire con la vostra spada

le Arpie, che sono i cani del potentissimo Zeus,

ma io vi giuro che non torneranno da Fineo”.

Così disse e giurò sull’acqua del fiume Stige,

che è per gli dei tutti la più venerata e tremenda,

che mai più sarebbero andate alla casa

del figlio di Agenore; questo era stabilito dal fato.

Ed essi cedettero al giuramento e si volsero indietro veloci

per ritornare alla nave; perciò gli uomini diedero il nome di Strofadi,

Isole della Svolta, a quelle che prima chiamavano Erranti.

Le Arpie ed Iride si separarono, le une verso il profondo

d’una caverna di Creta, Iride in alto all’Olimpo:

la portavano in volo le velocissime ali.

L’esame di questo episodio delle Argonautiche è interessante non solo ai fini della valutazione dell’episodio virgiliano delle Arpie (Eneide, III, 209-267), ma anche perché vi troviamo dei motivi che il poeta latino sfrutta ed elabora in altri passi del III libro.

In primo luogo soffermiamoci sulle principali innovazioni di Virgilio nell’episodio delle Arpie.

In Apollonio gli Argonauti giungono presso Fineo che subisce il flagello delle Arpie; il loro incontro con queste creature è dunque preparato dal colloquio con l’infelice re trace. In Virgilio i Troiani arrivano in isole non abitate da alcun essere umano; l’incontro con le Arpie è inaspettato e dunque più angosciante. In Apollonio le Arpie sono perdenti: l’inseguimento miracoloso dei figli di Borea consente agli Argonauti di prevalere sulla loro rapidità, liberando così Fineo dalla punizione. In Virgilio le Arpie sono invincibili: i Troiani subiscono i loro attacchi e la sinistra profezia di Celeno, che li getta nel terrore e nello sconforto. Nell’Eneide dunque i Troiani hanno il ruolo che nelle Argonautiche ha Fineo, con la differenza che la loro sventura è di breve durata e non si risolve con l’intervento liberatorio di altri uomini o di un dio.

In Apollonio manca una descrizione delle Arpie, sia nel discorso di Fineo, sia nella scena del loro assalto. La descrizione viene invece fornita da Virgilio (vv. 216-218), in modo da impressionare il lettore.

Nelle Argonautiche le Arpie non parlano, mentre vediamo che nell’Eneide la profezia di Celeno (vv. 246-257) è la parte culminante dell’episodio.

Apollonio si sofferma sul carattere meraviglioso, straordinario dell’inseguimento delle Arpie da parte dei due Boreadi (si veda la similitudine “Come quando sui monti… serrano i denti a vuoto”, vv.278-281), mentre Virgilio sottolinea il carattere nauseante e angosciante delle loro apparizioni, senza compiacersi di queste descrizioni (non c’è una sola similitudine nel passo).

Vediamo dunque come l’episodio dell’Eneide, sebbene attinga diversi motivi dall’episodio delle Argonautiche, sia ben più inquietante e drammatico: le Arpie in Virgilio rappresentano quelle oscure forze del male, incrocio di elementi umani, ferini e demoniaci, che colpiscono l’uomo proprio nella sua psiche, angosciandolo con oscuri presagi. Le Arpie non sono quindi le creature solamente miracolose di Apollonio, non sono qualcosa che deve essere inseguito e quasi annientato , ma sono un inafferrabile e ripugnante portavoce di tutto ciò che è terribile, oscuro e ambiguo nel futuro.

Di fronte a questi mostri i Troiani si trovano soli, paralizzati e angosciati, quasi vivessero in un terribile incubo. Per determinare questa atmosfera cupa, Virgilio introduce anche un riferimento a un episodio tragico dell’Odissea: l’uccisione del bestiame (vv. 220 segg.), che scatena l’ira delle Arpie, richiama l’uccisione delle vacche del Sole (XII, 260 segg.), con la differenza che Enea è ignaro dell’appartenenza del bestiame alle Arpie, mentre i compagni di Ulisse consapevolmente infrangono il divieto posto dal loro re.

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