ELOGIO DI CICERONE TRADUZIONE

ELOGIO DI CICERONE TRADUZIONE

ELOGIO DI CICERONE TRADUZIONE


Nam mihi videtur M. Tullius, cum se totum ad imitationem Graecorum contulisset, effinxisse vim Demosthenis, copiam Platonis, iucunditatem Isocratis. Nec vero quod in quoque optimum fuit studio consecutus est tantum, sed plurimas vel potius omnes ex se ipso virtutes extulit inmortalis ingenii beatissima ubertas. Non enim pluvias, ut ait Pindarus, aquas colligit, sed vivo gurgite exundat, dono quodam providentiae genitus in quo totas vires suas eloquentia experiretur. Nam quis docere diligentius, movere vehementius potest ? cui tanta umquam iucunditas adfuit? – ut ipsa illa, quae extorquet, impetrare eum credas, et cum transversum vi sua iudicem ferat, tamen ille non rapi videatur sed sequi. Iam in omnibus quae dicit tanta auctoritas inest ut dissentire pudeat, nec advocati studium sed testis aut iudicis adferat fidem, (**) cum interim haec omnia, quae vix singula quisquam intentissima cura consequi posset, fluunt inlaborata, et illa, qua nihil pulchrius auditum est, oratio prae se fert tamen felicissimam facilitatem. Quare non inmerito ab hominibus aetatis suae regnare in iudiciis dictus est, apud posteros vero id consecutus ut Cicero iam non hominis nomen sed eloquentiae habeatur. hunc igitur spectemus, hoc propositum nobis sit exemplum, ille se profecisse sciat cui Cicero valde placebit.

Quintiliano, Institutio Oratoria, X, 1, 108-112

Traduzione letterale (in brutta).

Infatti mi sembra che Marco Tullio, avendo riportato tutto se stesso all’imitazione dei Greci, ha finto [!] la forza di Demostene, l’abbondanza di Platone, la giocondità di Isocrate. Del resto, non ha conseguito con lo studio soltanto [ciò] che in ciascuno [dei tre] fu ottimo, ma ha portato fuori da lui stesso parecchie, o piuttosto tutte le virtù la felicissima ubertà del (suo) ingegno immortale. Infatti non raccoglie acque piovane – come dice Pindaro – ma esonda con vivo gorgo, generato con un dono della provvidenza, nel quale l’eloquenza sperimentasse tutte le sue forze [oppure: nel quale egli sperimentasse tutte le sue forze con l’eloquenza]. Infatti chi può docere più diligentemente, movere più fortemente? a chi fu mai tanta giocondità? – al punto che tu crederesti che quelle stesse cose che estorce, egli le consegua [con preghiere], e, mentre trasporta con la sua forza un giudice sfavorevole, tuttavia non sembri che quello sia rapito, ma che segua [spontaneamente] Già in tutte le cose che dice c’è tanta autorità che si ha vergogna di dissentire, e porta non l’impegno dell’avvocato ma la fede del testimone o del giudice, (**) mentre intanto queste cose, che a stento singole ciascuno potrebbe conseguire con intensissima cura, fluiscono non elaborate, e quella orazione, della quale non si è udito nulla di più bello, porta davanti a sé tuttavia una felicissima facilità. Perciò non immeritamente dagli uomini della sua età è detto regnare nei giudizi, mentre presso i posteri ha conseguito che Cicerone non sia avuto più [come] nome di uomo, ma dell’eloquenza. Osserviamolo, dunque; ci sia proposto questo come esempio; sappia di aver migiorato, colui al quale Cicerone piacerà molto.

Traduzione interpretativa (in bella).

In effetti, è evidente che Cicerone, avendo dedicato tutto se stesso alla emulazione degli autori greci, ha riprodotto in latino l’energia di Demostene, la profondità di Platone, la leggerezza di Isocrate. Del resto, con il suo impegno non ha raggiunto soltanto ciò che in ciascuno di loro era il grado massimo, ma ha tratto fuori da lui stesso numerosi, o forse tutti i valori umani, l’eccezionale fecondità della sua intelligenza immortale. Di certo non raccoglie acqua piovana – come direbbe Pindaro – ma straripa nella sua vivace corrente, lui che è nato con una dote del destino, nel cui ambito l’eloquenza sperimentasse fino in fondo la sua potenza. In realtà, chi è in grado di ragionare con più rigore, di emozionare con più calore? chi ebbe mai altrettanta leggerezza? – Al punto da farti credere che quelle stesse idee che ti estorce, egli le implori da te, e, mentre pungola il giudice avverso con la sua energia, si vede bene che quegli non viene circuito ma persuaso. Insomma: in tutti i suoi discorsi è insita una tale autorevolezza, che ci si vergogna a contraddire: egli vi concentra non tanto la passione del difensore di parte, quanto l’imparzialità di un teste o di un giudice; (**) mentre intanto, le qualità che a stento uno potrebbe raggiungere una per volta, si effondono tutte senza alcuna fatica, eppure la sua ben nota abilità di parola, della quale non si è mai sentito nulla di più perfetto, porta in fronte una strepitosa spontaneità. Perciò non senza ragione dai suoi contemporanei si disse che egli era il re dei processi, mentre fra i posteri è accaduto che il nome di Cicerone non sia più considerato il nome di un essere umano, ma dell’eloquenza. Analizziamolo a fondo, dunque; e proponiamoci questo esercizio: consideri d’aver fatto un buon progresso intellettuale colui che riuscirà ad apprezzare al massimo Cicerone.